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Frutta e verdura per strada: cattivo stato di conservazione alimenti

24 agosto 2015


Frutta e verdura per strada: cattivo stato di conservazione alimenti

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 agosto 2015



Fruttivendolo e cassette di generi alimentari, come frutta e verdura, in mezzo alla strada e al traffico urbano: scatta l’ammenda.

Il fruttivendolo che espone la frutta, sul banco all’aperto, oggetto così dell’inquinamento ambientale derivante dagli scarichi del traffico commette un reato punibile con l’ammenda.

L’abitudine, purtroppo ormai consolidata e a cui neanche più prestiamo attenzione, di vendere frutta e verdura mettendola in mostra su un carrettino o sulle cassette in mezzo alla pubblica via, mette a serio repentaglio la nostra salute. L’allarme proviene dalla Cassazione che, a più riprese, in casi simili, ha contestato il reato di cattivo stato di conservazione della merce.

Legittima, dunque, la contestazione del cattivo stato di conservazione della merce. Nessun dubbio sulla collocazione della verdura, “offerta” agli occhi dei passanti, potenziali compratori, ma ciò comporta anche l’esposizione agli agenti atmosferici e ai gas di scarico dei veicoli in transito lungo la strada. Un uso che, secondo la Suprema corte, contrasta con l’attuale legge del 1962 [2] che vieta di mettere in commercio alimenti “insudiciati, invasi da parassiti, in stato di alterazione o comunque nocivi, ovvero sottoposti a lavorazioni o trattamenti diretti a mascherare un preesistente stato di alterazione”. Di certo la normativa, in quanto ormai vecchia di oltre 50 anni, non parla di smog, problema all’epoca sconosciuto anche nei più grossi centri; ma l’elaborazione della giurisprudenza e l’attualizzazione della norma operata dai giudici consente di ritenerla applicabile, ancor di più, ai casi in cui le cassette di frutta e verdura sono “a cielo aperto”, vittime di smog e inquinamento. La Cassazione dunque non ha dubbi a far rientrare l’esposizione agli agenti inquinanti tra le condotte vietate: il reato, spiega la Suprema corte, scatta anche se la merce non è avariata.

Avvertimento (ed eventuale condanna), quindi, senza margini di appello, a tutti i fruttivendoli che tengono la sua frutta in cassette o sul furgoncino alla mercé di tutti: l’ordine alimentare impone, infatti, che vengano osservate le norme igieniche nel trattare i cibi destinati alla tavola del consumatore. Obbligo non rispettato quando si lasciano mele e pere «a contatto con agli agenti atmosferici e i gas di scarico dei veicoli in transito».

Peraltro, in questi casi non c’è neanche bisogno di una particolare istruzione, di prove particolareggiate e di perizie: il pericolo del danno alla salute per tutti i consumatori si vede a “occhio nudo”, non c’è bisogno di esami di laboratorio.

Ma è davvero corretta questa linea di pensiero? Assolutamente no, secondo il titolare del negozio. Quest’ultimo, in particolare, sostiene che i giudici hanno, erroneamente, tenuto conto solo della “collocazione all’aperto”, senza spingersi oltre nell’analisi degli alimenti, cioè senza fare accertamenti circa la presenza di segni evidenti della cattiva conservazione”.

Tale obiezione, però, viene respinta in maniera netta dai giudici supremi.

“L’accertamento da parte della polizia giudiziaria – si legge nella sentenza – risulta del tutto sufficiente a giustificare l’affermazione di responsabilità penale, evidenziando una situazione di fatto certamente rilevante e la cui sussistenza risulta peraltro confermata dallo stesso ricorrente, il quale riconosce che la verdura era esposta per la vendita sul marciapiede antistante l’esercizio commerciale.

Insomma, è prioritaria la “protezione del consumatore” – ossia “assicurare che la sostanza alimentare giunga al consumo con le garanzie igieniche imposte per la sua natura”.

In definitiva, il “cattivo stato di conservazione” è configurabile pure in caso di “detenzione in condizioni igieniche precarie”.

Questa interpretazione nasce da una sentenza delle Sezioni Unite del 2001 [3], che considera la contravvenzione di produzione e vendita di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione quale reato di danno, in quanto direttamente lesiva dell’ethos del consumatore (inteso come la sfera di tranquillità del soggetto a che il prodotto sia giunto al consumo con le cure igieniche del caso).

Al fine di configurare il reato di cui in oggetto, non sarà, inoltre, necessario riferirsi alle caratteristiche intrinseche delle sostanze, ma sarà sufficiente riferirsi alle mere caratteristiche estrinseche (modalità conservative degli alimenti) che dovranno uniformarsi alle previsioni esistenti.

note

[1] Cass. sent. n. 6108/2014.

[2] L. 282/1962, articolo 5, lettera b

[3] Cass., Sez. Un., sent. n. 443/2001.

REATO DI DANNO

 

Cassazione pen., Sez. III, 4 aprile 2006, n. 11909

È impossibile ipotizzare una delega anche solo parziale all’interno di una struttura semplice: rientra nei compiti dell’amministratore di una società l’organizzazione dell’impresa e la vigilanza sull’intero andamento aziendale. La contravvenzione prevista dall’art. 5, lett. b ), legge 30 aprile 1962, n. 283 non è reato di pericolo presunto, ma di danno, in quanto persegue il fine del benessere, consistente nell’assicurare una protezione immediata dell’interesse del consumatore a che il prodotto giunga al consumo con le cure igieniche imposte dalla sua natura.

Cassazione pen., Sez. Unite, 19 dicembre 2001, n. 443

La definizione della natura di reato di pericolo presunto data alla contravvenzione di cui all’art. 5, lett. b ), della legge n. 283 del 1962 non è obbligata. Se alla norma in esame, infatti, si riconosce il compito di tutelare l’ ethos del consumatore, assicurando una protezione anche a quella sfera di tranquillità che ritrae dalla sicurezza che il prodotto sia giunto al consumo con le cure igieniche imposte dalla sua natura, è possibile definire la contravvenzione suddetta come reato di danno.

La contravvenzione prevista dall’art. 5, lett. b ), legge n. 283/1962, che vieta l’impiego nella produzione, la vendita, la detenzione per la vendita, la somministrazione, o comunque la distribuzione per il consumo, di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione, non ha natura di reato di pericolo presunto, ma di danno, in quanto la disposizione non mira a prevenire con la repressione di condotte, come la degradazione, la contaminazione o l’alterazione del prodotto in sé, la cui pericolosità è presunta iuris et de iure mutazioni che nelle altre parti del medesimo articolo sono prese in considerazione come evento dannoso, ma persegue un autonomo fine di benessere, consistente nell’assicurare una protezione immediata all’interesse del consumatore a che il prodotto giunga al consumo con le cure igieniche imposte dalla sua natura. Ne consegue che tale contravvenzione non si inserisce nella previsione di una progressione criminosa che contempla fatti gradualmente più gravi in relazione alle successive ipotesi incriminatrici contenute nelle altre lettere del predetto articolo, ma si configura, rispetto a esse, come figura autonoma di reato che con esse può concorrere, ove ne ricorrano le condizioni.

REATO DI PERICOLO PRESUNTO

 

Cassazione pen., Sez. III, 2 febbraio 2011, n. 11996

Per la configurabilità del reato ex art. 5, lett. b ), legge n. 283/1962, la vendita o la detenzione per la vendita di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione, non è necessario accertare la sussistenza di un danno concreto per la salute o un concreto deterioramento del prodotto, in quanto, trattandosi di un reato di pericolo, è sufficiente che le modalità di conservazione possano determinare il pericolo di un tale danno o deterioramento. (Nella specie, la Corte ha ricordato che integra il reato di pericolo anche il congelamento del prodotto effettuato in maniera inappropriata, in quanto il cattivo stato di conservazione è riferibile non soltanto alle caratteristiche intrinseche del prodotto alimentare, ma anche alle modalità estrinseche con cui si realizza. Nel caso de quo , la cattiva congelazione del pesce era riferibile al fatto che esso era già stato sottoposto a lavorazione «in quanto infarinato e depositato in un contenitore di cartone» e il «cattivo stato di conservazione del prodotto era desumibile dal fatto che lo stesso fosse ricoperto di brina: circostanza, questa, che lasciava presumere fondatamente che il prodotto ittico fosse stato sottoposto più volte a processi di congelazione e successiva ricongelazione, con il conseguente mancato rispetto delle regole di conservazione esterna del prodotto)».

 

Cassazione pen., Sez. III, 13 novembre 2007, n. 44299

Il reato di cui all’art. 5, lett. b ), legge 30 aprile 1962, n. 283, che vieta la vendita, la detenzione per la vendita, la somministrazione e la distribuzione per il consumo di sostanze alimentari «in cattivo stato di conservazione», non si riferisce, a differenza delle ipotesi previste nelle successive lett. c ) e d ), alle sostanze alimentari “già” viziate e alterate, ma a quelle “mal conservate”, e cioè mantenute in stato di non buona conservazione sotto il profilo igienico-sanitario per cui vi è pericolo della loro contaminazione e alterazione. Ne consegue che l’inosservanza delle prescrizioni igienico-sanitarie intese a garantire la buona conservazione del prodotto è di per sé sufficiente a integrare detta contravvenzione, giacché, trattandosi di reato di pericolo presunto, non si esige, per la sua configurabilità, un previo accertamento sulla commestibilità dell’alimento, né il verificarsi di un danno per la salute del consumatore. E ne consegue, ulteriormente, che il reato de quo si consuma anche con la semplice detenzione delle sostanze alimentari in condizioni igieniche precarie, senza che sia necessario il perfezionamento di una compravendita.

Cassazione pen., Sez. Unite, 27 settembre 1995, n. 1

La contravvenzione prevista dall’art. 5, lett. b ), legge 30 aprile 1962, n. 283, è reato di pericolo tanto sotto il profilo della condotta, nel senso che esso si perfeziona anche con la semplice detenzione a fine di vendita, senza che occorrano cessione, somministrazione o produzione di un danno alla salute pubblica (profilo, questo, comune anche alle altre ipotesi previste dal citato articolo), quanto sotto il profilo dell’oggetto della tutela penale, nel senso che a differenza delle ipotesi contemplate alle lett. a ), c ) e d ), dello stesso articolo non si richiede, per la sua configurabilità, che le sostanze alimentari siano variamente alterate o depauperate, ma è sufficiente che esse siano destinate o avviate al consumo in condizioni che ne mettano in pericolo l’igiene e la commestibilità.

CONFIGURABILITÀ DELLA FATTISPECIE

Cassazione pen., Sez. III, 11 marzo 2010, n. 15094

Ai fini della configurabilità del reato di cui alla legge n. 283 del 1962, art. 5, lett. b ), che vieta l’impiego nella produzione di alimenti, la vendita, la detenzione per la vendita, la somministrazione, o comunque la distribuzione per il consumo, di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione, non è necessario che quest’ultimo si riferisca alle caratteristiche intrinseche di dette sostanze, ma è sufficiente che esso concerna le modalità estrinseche con cui si realizza, le quali devono uniformarsi alle previsioni normative, se sussistenti ovvero, in caso contrario, a regole di comune esperienza, senza che rilevi, per la concretizzazione dell’illecito contravvenzionale, la produzione di un danno alla salute.

Le fonti da cui il giudice può ricavare i precetti sulle modalità di conservazione degli alimenti non vanno necessariamente circoscritte a leggi o a regolamenti o ad atti amministrativi generali, ma possono identificarsi anche nelle regole di comune esperienza produttiva e commerciale, espressione della cultura tradizionale, purché le norme applicate qualunque ne sia la fonte abbiano a oggetto i sistemi di mantenimento delle sostanze nel loro stato originario e non concernano attestazioni di qualità, di origine, di data di fabbricazione o di durata.

Il cattivo stato di conservazione delle sostanze alimentari riguarda quelle situazioni in cui le sostanze stesse, pur potendo essere ancora perfettamente genuine e sane, si presentano mal conservate, e cioè preparate o confezionate o messe in vendita senza l’osservanza di quelle prescrizioni di leggi, di regolamenti, di atti amministrativi generali che sono dettate a garanzia della loro buona conservazione sotto il profilo igienico sanitario e che mirano a prevenire i pericoli della loro precoce degradazione o contaminazione o alterazione. A tali situazioni si riferisce la previsione normativa di cui alla lett. b ) dell’art. 5, legge n. 283 del 1962, che ha il ruolo di completare, in armonia con le differenti ipotesi previste dallo stesso articolo, il quadro di protezione e tutela delle sostanze alimentari dal momento della produzione a quello della distribuzione sul mercato e, quindi, anche a quello, rilevante, della loro conservazione. In tale prospettiva la data di scadenza del prodotto, laddove ne è prevista l’indicazione obbligatoria, non ha nulla a che vedere con le modalità di conservazione dei prodotti alimentari. Ne consegue che l’impiego per la preparazione di alimenti, la detenzione per la vendita o la distribuzione al consumo di prodotti confezionati, per i quali essendo prescritta l’indicazione «da consumarsi preferibilmente entro il…» o quella, diversa, «da consumarsi entro il…» la data indicata sia stata superata, non integra alcuna ipotesi di reato, ma solo l’illecito amministrativo di cui agli artt. 10 commi 7 e 18 D.P.R. n. 109 del 1992.

 

Cassazione pen., Sez. VI, 27 ottobre 1992, Castiglione

In materia di alimenti, l’art. 5, lett. b ), legge 30 aprile 1962, n. 283, mira ad assicurare che il prodotto sia ben conservato e, perciò, a imporre le idonee modalità di conservazione delle sostanze alimentari che si ricavano dalla stessa legge n. 283/1962, dal relativo regolamento di esecuzione e da altri regolamenti e disposizioni ministeriali, dalle regole di comune esperienza produttiva e commerciale di specifici generi alimentari. E ciò in qualsiasi fase della catena di approvvigionamento, di produzione e di commercio sino alla offerta del prodotto alimentare al consumatore.

 

Cassazione pen., Sez. VI, 12 luglio 1985, Pisapia

L’ipotesi di reato prevista dall’art. 5, lett. b ), legge 30 aprile 1962, n. 283 (sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione) – presupponendo l’inosservanza di cautele prescritte o da norme tecniche o da specifiche disposizioni dell’autorità ovvero da esplicita previsione di legge, quale l’art. 31 del D.P.R. n. 327 del 1980 è da qualificarsi come reato di pericolo in quanto prescinde dal verificarsi effettivo dello stato di alterazione del prodotto, la cui casistica è, invece, disciplinata nelle lett. c ) e d ). (Fattispecie in tema di latte fresco pastorizzato conservato alla temperatura di 14 gradi invece di quella massima di 4 gradi, imposta sia dal produttore, che lo aveva sottolineato sul contenitore del prodotto, sia da un’ordinanza del sindaco, sia dall’art. 31 D.P.R. n. 327 del 1980).

ACCERTAMENTO DELLO STATO DI CONSERVAZIONE

Cassazione pen., Sez. III, 17 gennaio 2014, n. 6108

La contravvenzione di cui all’art. 5, lett. b ) della legge 30 aprile 1962, n. 283, con la quale si condanna la condotta volta a vendere verdure di vario tipo in cattivo stato di conservazione, configurabile pure in caso di detenzione in condizioni igieniche precarie, è finalizzata alla prioritaria protezione del consumatore (riconosciuta la responsabilità di un rivenditore di verdure che deteneva la propria merce in strada, davanti al proprio negozio, e quindi a contatto con gli agenti atmosferici e i gas di scarico dei veicoli in transito).

Cassazione pen., Sez. III, 8 gennaio 2014, n. 11539

Ai fini dell’accertamento dello stato di conservazione degli alimenti detenuti per la vendita, non sono indispensabili né un’analisi di laboratorio né una perizia, essendo consentito al giudice di merito pervenire ugualmente al detto risultato attraverso altri elementi di prova, quali le testimonianze di soggetti addetti alla vigilanza, allorché lo stato di cattiva conservazione sia palese e quindi rilevabile da una semplice ispezione, come accertato dai verbalizzanti nel caso di specie, avendo gli stessi dichiarato che il sistema di congelamento della merce era improprio, che i contenitori in cui gli alimenti erano custoditi erano inadatti alla congelazione e che vi era promiscuità con altri alimenti custoditi in confezioni originali.

 

Cassazione pen., Sez. III, 25 marzo 2010, n. 17548

Integra il reato di detenzione per la vendita di prodotti alimentari in cattivo stato di conservazione la condotta consistente nella materiale disponibilità di quel prodotto da parte dell’operatore commerciale, sia esso grossista o dettagliante, in vista della fornitura ai consumatori. (In applicazione di tale principio la Corte ha disatteso la tesi difensiva secondo cui mancava la prova della destinazione alla vendita degli alimenti, trovati abbandonati in evidente cattivo stato di conservazione all’interno di un automezzo, il cui impianto di refrigerazione era disattivato, parcheggiato nei pressi del deposito di generi alimentari all’ingrosso, di cui era titolare l’imputato).

 

Cassazione pen., Sez. III, 28 giugno 2007, n. 35234

Ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 5, lett. b ), legge 30 aprile 1962, n. 283, che vieta la vendita, la detenzione per la vendita, la somministrazione e la distribuzione per il consumo di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione, la prova del cattivo stato di conservazione può essere data anche mediante testimonianze dirette e qualificate. Infatti, la legge n. 283 del 1962, in tema di tutela della salute pubblica, non pone a carico dell’autorità sanitaria l’obbligo di procedere a ispezioni e prelievi di campioni di sostanze destinate all’alimentazione, ma le attribuisce soltanto il potere di sottoporre a esami e analisi i campioni prelevati e le merci sequestrate, qualora ciò sia necessario e opportuno. Ne consegue che, ai fini dell’accertamento dello stato di conservazione degli alimenti detenuti per la vendita, non sono indispensabili né un’analisi di laboratorio, né una perizia, essendo consentito al giudice di merito di pervenire egualmente al detto risultato attraverso altri elementi di prova, quali le testimonianze di soggetti addetti alla vigilanza, allorché lo stato di cattiva conservazione sia palese e quindi rilevabile da una semplice ispezione. (Fattispecie in cui la Corte ha rigettato il ricorso avverso la sentenza di condanna che aveva ritenuto dimostrato lo stato di cattiva conservazione, riguardante sia le condizioni ambientali che le caratteristiche stesse degli alimenti, oltre che dalla testimonianza degli operatori anche dai rilievi fotografici: trattavasi dell’accertata detenzione, per la successiva somministrazione, all’interno di frigoriferi siti in un vetusto ambiente, totalmente privo dei prescritti requisiti igienico-sanitari, collocato all’esterno di un ristorante, di alimenti di varia natura, in promiscuità, senza alcun tipo di protezione).

Cassazione pen., Sez. III, 21 marzo 2006, n. 14250

Per l’accertamento del reato di cui all’art. 5, lett. b ) e d ) , legge n. 283 del 1962 (disciplina igienica delle sostanze alimentari), e in particolare per l’accertamento della condotta di detenzione per la vendita di prodotti alimentari in cattivo stato di conservazione, non è necessario procedere al prelievo di campioni ove i prodotti alimentari si presentino all’evidenza mal conservati. (La Corte ha altresì precisato che l’eventuale violazione delle norme sul prelievo di campioni, siccome si inquadra in un’attività preliminare e pre-processuale, non determina alcuna nullità).

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 17 gennaio – 10 febbraio 2014, n. 6108
Presidente Teresi – Relatore Ramacci

Ritenuto in fatto

1. Il Tribunale di Noia, in composizione monocratica, con sentenza dell’11.4.2013 ha condannato B.M. alla pena dell’ammenda riconoscendolo colpevole della contravvenzione di cui all’art. 5, lett. b) della legge 283/1962, per aver detenuto per la vendita 3 cassette di verdure di vario tipo in cattivo stato di conservazione (in Pomigliano d’Arco, 29.3.2009).
Avverso tale pronuncia il predetto propone ricorso per cassazione.
2. Con un unico motivo di ricorso deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione, lamentando che il giudice del merito sarebbe pervenuto all’affermazione di penale responsabilità sulla base di una motivazione meramente apparente, valorizzando la sola collocazione all’aperto degli alimenti, ritenuti esposti agli agenti atmosferici e senza considerare la presenza di segni evidenti della cattiva conservazione o l’inosservanza di particolari prescrizioni finalizzate alla preservazione delle sostanze alimentari.
Insiste, pertanto, per l’accoglimento del ricorso.

Considerato in diritto

3. Il ricorso è infondato.
Come è noto, la contravvenzione in esame vieta l’impiego nella produzione, la vendita, la detenzione per la vendita, la somministrazione, o comunque la distribuzione per il consumo, di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione.
Secondo le Sezioni Unite di questa Corte (SS.UU. n. 443, 9 gennaio 2002, citata anche nella sentenza impugnata) si tratta di un reato di danno, perché la disposizione è finalizzata non tanto a prevenire mutazioni che nelle altre parti dell’art. 5 legge 283/1962 sono prese in considerazione come evento dannoso, quanto, piuttosto, a perseguire un autonomo fine di benessere, assicurando una protezione immediata all’interesse del consumatore affinché il prodotto giunga al consumo con le cure igieniche imposte dalla sua natura. Conseguentemente, si è escluso che la contravvenzione si inserisca nella previsione di una progressione criminosa che contempla fatti gradualmente più gravi in relazione alle successive lettere indicate dall’art. 5, perché, rispetto ad essi, è figura autonoma di reato, cosicché, ove ne ricorrano le condizioni, può anche configurarsi il concorso (in senso conforme, Sez. III n. 35234, 21 settembre 2007; difforme Sez. III n. 2649, 27 gennaio 2004).
Le Sezioni Unite, sempre nella decisione in precedenza richiamata, hanno anche precisato che, ai fini della configurabilità del reato, non vi è la necessità di un cattivo stato di conservazione riferito alle caratteristiche intrinseche delle sostanze alimentari, essendo sufficiente che esso concerna le modalità estrinseche con cui si realizza, che devono uniformarsi alle prescrizioni normative, se sussistenti, ovvero, in caso contrario, a regole di comune esperienza (conf. Sez. III n. 15094, 20 aprile 2010; Sez. III n. 35234, 21 settembre 2007, cit.; Sez. III n. 26108, 10 giugno 2004; Sez. III n.123124, 24 marzo 2003; Sez. IV n. 38513, 18 novembre 2002; Sez. III n. 37568, 8 novembre 2002; Sez. III n. 5, 3 gennaio 2002).
Conformandosi al primo dei principi appena ricordati, altra pronuncia (Sez. III n. 35828, 2 settembre 2004) ha successivamente chiarito che la natura di reato di danno attribuita dalle Sezioni Unite alla contravvenzione in esame non richiede la produzione di un danno alla salute, poiché l’interesse protetto dalla norma è quello del rispetto del cd. ordine alimentare, volto ad assicurare al consumatore che la sostanza alimentare giunga al consumo con le garanzie igieniche imposte per la sua natura.
Si è inoltre affermato che è comunque necessario accertare che le modalità di conservazione siano in concreto idonee a determinare il pericolo di un danno o deterioramento delle sostanze (Sez. III n. 439, 11 gennaio 2012; Sez. III n. 15049, 13 aprile 2007) escludendo, tuttavia, la necessità di analisi di laboratorio o perizie, ben potendo il giudice di merito considerare altri elementi di prova, come le testimonianze di soggetti addetti alla vigilanza, quando lo stato di cattiva conservazione sia palese e, pertanto, rilevabile da una semplice ispezione (Sez. III n. 35234, 21 settembre 2007, cit.) ed affermando che il cattivo stato di conservazione dell’alimento può assumere rilievo anche per il solo fatto dell’obiettivo insudiciamento della sola confezione, conseguente alla sua custodia in locali sporchi e quindi igienicamente inidonei alla conservazione (Sez. III n. 9477, 10 marzo 2005) ed è configurabile anche nel caso di detenzione in condizioni igieniche precarie (Sez. III n. 41074, 11 novembre 2011).
4. Considerati tali principi, che il Collegio condivide pienamente, deve rilevarsi che, nella fattispecie, ad un corretto richiamo della giurisprudenza delle Sezioni Unite, il giudice del merito ha fatto seguire l’altrettanto corretta affermazione secondo la quale la messa in commercio di frutta all’aperto ed esposta agli agenti inquinanti costituisca una violazione dell’obbligo di assicurare l’idonea conservazione delle sostanze alimentari e rispettare l’osservanza di disposizioni specifiche integrative del precetto.
Il giudice fonda il proprio convincimento in base a quanto riferito dal teste escusso, il quale ha evidenziato che tre cassette di verdura erano esposte all’aperto e, pertanto, a contatto con agenti atmosferici e gas di scarico dei veicoli in transito.
Tale diretto accertamento da parte della polizia giudiziaria risulta del tutto sufficiente a giustificare l’affermazione di penale responsabilità, evidenziando una situazione di fatto certamente rilevante a tal fine la cui sussistenza risulta peraltro confermata dallo stesso ricorrente, laddove, nell’atto di impugnazione (pag. 2 del ricorso), si riconosce che la verdura era esposta per la vendita sul marciapiede antistante l’esercizio commerciale.
5. Il ricorso deve pertanto essere rigettato, con le consequenziali statuizioni indicate in dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.


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