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Lo sai che? Se affitti un appartamento a una prostituta che esercita in casa

Lo sai che? Pubblicato il 24 agosto 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 24 agosto 2015

Una donna che so esercitare la prostituzione è interessata a un appartamento che ho messo in affitto: se questa dovesse svolgere il proprio mestiere in casa, rischierei qualcosa?

 

Così come non è reato, nel nostro ordinamento, la prostituzione, non è neanche reato o illecito amministrativo o civile l’affitto di un appartamento a una donna che eserciti il meretricio. Tutto ciò che potrebbe essere contestato, al massimo, è il reato di sfruttamento della prostituzione solo nel caso in cui il locatore dovesse trarre una qualsiasi utilità (non dalla locazione pura e semplice, bensì) dall’attività sessuale della prostituta. È necessaria quindi la cosciente volontà del padrone di casa di trarre vantaggio economico mediante la partecipazione ai guadagni ottenuti tramite tale attività.

In passato, la Cassazione [1] ha condannato il proprietario di un appartamento per aver affittato, a una prostituta, il proprio immobile e aver chiesto un canone di affitto particolarmente alto per il tipo di bene locato (840 euro a settimana): la somma ha insospettito i magistrati secondo i quali il “surplus” di prezzo, praticato rispetto al valore di mercato, dovesse essere imputabile a un accordo con la donna, al fine di partecipare ai suoi “utili” derivanti dalla prostituzione.

Secondo la Cassazione era evidente la consapevolezza da parte del condannato dello svolgimento del meretricio all’interno dell’immobile locato (presupposto che ha fatto ritenere sussistente il dolo specifico richiesto dalla norma, ossia la volontà di trarne profitto), ma soprattutto perché il canone di locazione richiesto per un immobile ritenuto senza ombra di dubbio fatiscente (privo di finestre e cucina) era davvero troppo elevato.

In sintesi, l’affitto di un appartamento a una prostituta, pur nella piena consapevolezza che questa vi eserciterà il proprio mestiere, non costituisce illecito, salvo che vi sia dolo specifico nel reato di sfruttamento alla prostituzione ossia la cosciente volontà di trarre un’utilità economica dall’attività sessuale della donna.

Con un’altra sentenza, infatti, la Cassazione [2] ha detto che non può essere accusato di favoreggiamento alla prostituzione chi concede, dietro pagamento della metà del canone e delle spese, un immobile in sublocazione ad una prostituta, con cui convive. Ciò vale anche nel caso in cui la donna lavori poi nel medesimo immobile, perché la mera stipulazione del contratto non basta a concretizzare, di per sé, un oggettivo aiuto all’esercizio della prostituzione in quanto tale.

Se lo scopo specifico della locazione non è quello di esercitare la prostituzione nell’immobile, la condotta del locatore non si concreta in un aiuto all’attività svolta dalla locataria, in quanto il contratto riguarda la persona ed il suo diritto all’abitazione.

Sebbene, quindi, ciò comporterà probabilmente un’agevolazione indiretta della prostituzione, questo non implica un nesso causale penalmente rilevante tra la condotta dell’agente e l’evento di favoreggiamento. Si tratta infatti di una condotta, in assenza della quale la prostituzione sarebbe stata comunque esercitata in condizioni sostanzialmente equivalenti.

Neanche il condominio potrebbe lamentarsi di quanto avviene nell’immobile oggetto di affitto, posto che il diritto di proprietà consente al titolare dell’appartamento l’esercizio pieno e illimitato del bene. Eventuali limiti all’uso dell’abitazione potrebbero risultare unicamente da un regolamento di condominio di tipo contrattuale, ossia approvato all’unanimità.

note

[1] Cass. sent. n. 6373/14.

[2] Cass. sent. n. 7338/14.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 20 novembre 2013 – 11 febbraio 2014, n. 6373
Presidente Fiale – Relatore Orilia

Ritenuto in fatto

Con sentenza 11.6.2012 la Corte d’Appello di Catania ha confermato la pronuncia di colpevolezza di M.I. per il reato di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione di due donne extracomunitarie alle quali aveva concesso in locazione un immobile.
La Corte territoriale ha argomentato la decisione ravvisando gli estremi della condotta ascritta all’imputato in considerazione delle condizioni particolarmente elevate del contratto di locazione in rapporto allo stato dell’immobile e agli accorgimenti adottati dall’imputato per eludere eventuali controlli; ha poi ritenuto attendibile la deposizione della teste C.M.D.S. .
L’imputato a mezzo del proprio difensore, propone ricorso per cassazione deducendo due censure.

Considerato in diritto

1. Col primo motivo lamenta il vizio di motivazione sulla agevolazione del meretricio. Dopo avere proceduto ad una ricostruzione dei fatti, sottolinea l’inattendibilità della teste C. , sia perché aveva reso più versioni contrastanti, sia perché animata da forte risentimento verso l’imputato in relazione alla mancata restituzione della somma da lei anticipata.
Il motivo è manifestamente infondato.
Secondo la giurisprudenza di legittimità il reato di favoreggiamento della prostituzione si concretizza, sotto il profilo oggettivo, in qualunque attività idonea a procurare favorevoli condizioni per l’esercizio della prostituzione, mentre sotto il profilo soggettivo è sufficiente la consapevolezza di agevolare il commercio altrui del proprio corpo senza che abbia rilevanza il movente dell’azione (Sez. 3, Sentenza n. 37578 del 25/06/2009 Ud. dep. 24/09/2009 Rv. 244964; v. per tutte Cass. pen. sez. 3^ sent. 29 ottobre 2007, n. 39928).
Nel caso in esame la sentenza impugnata è adeguatamente motivata alla luce dell’indicato principio di diritto laddove ha ricavato gli elementi del reato dalle obiettive ditata, condizioni fatiscenti del locale, privo di finestre e cucina, e quindi dalla assoluta inidoneità dello stesso ad un uso abitativo (circostanze riferite anche dai Carabinieri che avevano eseguito la perquisizione), nonché dalle singolari condizioni contrattuali riferite dalla teste C.M.d.S. (sostituzione precauzionale della ricevuta giornaliera di Euro 120,00 con contestuale aggiornamento della data).
L’attendibilità della teste sulle particolari precauzioni adottate proprio per neutralizzare eventuali controlli di polizia è stata desunta dal rinvenimento di un verbale di sequestro del 2008 relativo ad altro immobile dell’imputato sempre per esercizio del meretricio ed inoltre dalla inusualità delle condizioni che non avrebbero avuto alcuna ragione di essere in caso di contratto lecito. Ulteriore elemento di consapevolezza di mettere l’immobile a disposizione per l’esercizio della prostituzione è stato tratto dalla circostanza – riferita dalla teste predetta ma confermata anche dal maresciallo B. – che il M. stazionava nei pressi del vicino bar Cavour di proprietà della moglie, tant’è che durante i controlli dei militari egli arrivava sempre dopo pochi minuti.
La Corte ha poi ritenuto che pur volendo ritenere compresa una cauzione di Euro. 420 nella maggior somma di Euro 840, si trattava pur sempre di un canone settimanale esoso per un vano di appena 12 mq, fatiscente, privo di finestre e cucina.
Ha escluso che i rilievi dell’imputato sulla attendibilità della teste (con riferimento alle modalità di reperimento del numero telefonico e alle modalità di pagamento) incidessero sulla volontà di agevolazione del meretricio.
Il percorso argomentativo si presenta logicamente coerente e quindi si sottrae alla critica del ricorrente che appare invece finalizzata ad una rivisitazione in senso a lui favorevole degli elementi di fatto, attività non consentita nel giudizio di cassazione perché, come è noto, il controllo del giudice di legittimità sui vizi della motivazione attiene solo alla coerenza strutturale della decisione di cui si saggia l’oggettiva tenuta sotto il profilo logico argomentativo. Al giudice di legittimità è infatti preclusa – in sede di controllo sulla motivazione – la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti (preferiti a quelli adottati dal giudice del merito perché ritenuti maggiormente e plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa). Queste operazioni trasformerebbero infatti la Corte nell’ennesimo giudice del fatto e le impedirebbero di svolgere la peculiare funzione assegnatale dal legislatore di organo deputato a controllare che la motivazione dei provvedimenti adottati dai giudici di merito (a cui le parti non prestino autonomamente acquiescenza) rispetti sempre uno standard minimo di intrinseca razionalità e di capacità di rappresentare e spiegare l’iter logico seguito dal giudice per giungere alla decisione (cass. Sez. 6, Sentenza n. 9923 del 05/12/2011 Ud. dep. 14/03/2012 Rv. 252349).
Ancora, l’illogicità della motivazione per essere apprezzabile come vizio denunciabile, deve essere evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile ictu oculi, dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze e considerandosi disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata, purché siano spiegate in modo logico e adeguato le ragioni del convincimento (cass. Sez. 3, Sentenza n. 35397 del 20/06/2007 Ud. dep. 24/09/2007; Cassazione Sezioni Unite n. 24/1999, 24.11.1999, Spina, RV. 214794).
2. Col secondo motivo denunzia l’inosservanza dell’art. 3 n. 2 della legge n. 75/1958 e la mancanza e contraddittorietà della motivazione, riproponendo la tesi – già sostenuta in appello – della mancanza di dolo specifico nel reato di esercizio di casa di prostituzione, a suo avviso astrattamente ipotizzatale nella fattispecie, non essendo stato dimostrato che l’imputato, sin dal momento del primo incontro con le sorelle Dos Santos, era a conoscenza della loro attività. Critica in ogni caso la ritenuta sussistenza del dolo nel reato di sfruttamento della prostituzione a lui contestato.
Anche tale censura è manifestamente infondata sotto entrambi i profili.
Questa Corte ha affermato più volte (tra le varie, cfr. Cass. Sez. 3, Sentenza n. 7076 del 19/01/2012 Cc. dep. 23/02/2012 Rv. 252099) per integrare il concetto di casa di prostituzione previsto nella L. 20 febbraio 1958, n. 75, art. 3, nn. 1 e 2 è necessario un minimo, anche rudimentale, di organizzazione della prostituzione, che implica una pluralità di persone esercenti il meretricio” (Sez. 3, 19.5.1999, n. 8600, Campanella, m. 214228); e “per integrare il concetto di casa di prostituzione, è necessario il contestuale esercizio del meretricio da parte di più persone negli stessi locali ed, all’interno dello stesso locale, l’esistenza di una sia pur minima forma di organizzazione” (Sez. 3, 16.4.2004, n. 23657, Rincari, m. 228971).
Nel caso di specie, la Corte d’Appello ha escluso l’ipotesi dell’esercizio di casa di prostituzione di cui all’art. 3 n. 2 della legge n. 75/1958 non ravvisando quel minimo, anche rudimentale, di organizzazione della prostituzione, esercitata invece autonomamente e per proprio conto dalle due ragazze con la consapevolezza dell’imputato.
Corretta in diritto e logicamente coerente appare dunque la motivazione.
In ordine all’altro profilo di censura (riguardante l’elemento psicologico del reato di sfruttamento), secondo la giurisprudenza, il reato di sfruttamento della prostituzione si realizza col trarre una qualsiasi utilità dall’attività sessuale della prostituta e richiede il dolo specifico ossia la cosciente volontà del colpevole di trarre vantaggio economico dalla prostituzione mediante partecipazione di guadagni ottenuti mediante tale attività (Sez. 3, Sentenza n. 98 del 24/11/1999 Ud. dep. 11/01/2000 Rv. 215061; Cass. Sez. III n. 9065, 9.10.1996, Marrone) con la puntualizzazione che il reato non si configura quando la corresponsione dei proventi avvenga per giusta causa e nei limiti dell’adeguatezza, cioè per servizi leciti resi, sempre che si via proporzione tra servizio e compenso (Cass. Sez. III n. 2796, 22.03.1997, Le Rose).
Nel caso di specie, la Corte di merito ha rilevato non solo la consapevolezza, da parte del M. , dello svolgimento del meretricio all’interno del locale, ma anche (pag. 5), come già detto, la sproporzione del canone locativo (Euro. 840,00 per una settimana), evidenziando in tal modo la condotta con cui l’imputato sfruttava la prostituzione delle donne (attraverso l’esorbitante prelievo anticipato sui proventi del meretricio, che solo in parte poteva considerarsi come corrispettivo della locazione del monolocale, tenuto conto delle caratteristiche dell’immobile che il giudice di merito ha ben posto in luce).
Anche sotto tale profilo la motivazione appare inattaccabile dalla censura che ripropone ancora una volta una diversa lettura del fatto.
Non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sentenza 13.6.2000 n. 186), alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria ai sensi dell’art. 616 cpp nella misura indicata in dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 4 febbraio – 17 febbraio 2014, n. 7338
Presidente Squassoni – Relatore Ramacci

Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Firenze, con sentenza del 13.11.2012 ha riformato la decisione emessa in data 17.5.2012 dal Tribunale di quella città, assolvendo per insussistenza del fatto l’appellante B.P. dal reato di cui agli artt. 81, comma 2 cod. pen. e 3 nn. 2 e 8 l. 75/1958, per aver subaffittato un appartamento a W.Y. , favorendo così la donna nell’esercizio della prostituzione, ricevendo, quale corrispettivo, un canone mensile di Euro 400,00 e metà degli importi da pagare per le utenze (in (omissis) ).
Avverso tale pronuncia propone ricorso per cassazione il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Firenze.
2. Con un unico motivo di ricorso deduce il vizio di motivazione e la violazione di legge, rilevando come non sia dato comprendere per quale ragione la Corte territoriale avrebbe ritenuto una disponibilità autonoma e paritaria dell’appartamento da parte della prostituta per avere la stessa un legame sentimentale con l’imputato con il quale conviveva.
Aggiunge che i giudici del gravame avrebbero erroneamente escluso la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, senza però considerare che il consentire alla convivente di esercitare il meretricio nell’appartamento di cui si ha la disponibilità integra pacificamente il dolo generico richiesto per il delitto di favoreggiamento della prostituzione.
Osserva, inoltre, che il rapporto di convivenza sarebbe irrilevante, come già ritenuto dal primo giudice e che l’imputato, quale unico titolare del contratto, ben avrebbe potuto ingiungere alla donna di non prostituirsi in quel luogo.
Insiste, pertanto, per l’accoglimento del ricorso.

Considerato in diritto

3. Il ricorso del Pubblico Ministero è infondato.
Occorre preliminarmente rilevare che la Corte del merito ha escluso la sussistenza del reato contestato valorizzando alcuni dati fattuali emersi dall’istruzione dibattimentale e, segnatamente, il rapporto sentimentale e di convivenza esistente tra l’imputato e la prostituta riferito dall’ispettore di Polizia che aveva proceduto alle indagini, il quale aveva appreso tale circostanza direttamente dalla donna, constatando altresì la presenza dell’uomo nell’appartamento, che disponeva di un’unica camera da letto.
I giudici del merito hanno ulteriormente considerato l’accordo tra i due conviventi, sempre riferito dalla donna, circa il pagamento, da parte di ciascuno, di metà del canone di locazione e delle spese, desumendo da tali circostanze una disponibilità “paritaria ed autonoma” dell’appartamento da parte della prostituta ed escludendo, conseguentemente, la sussistenza del reato.
Tali dati fattuali non vengono posti in discussione dal Pubblico Ministero ricorrente, il quale ne contesta la valutazione effettuata dal giudice dell’appello e propone sostanzialmente, in questa sede, una diversa analisi che si basa, però, su un ragionamento che questa Corte ritiene giuridicamente errato e finanche basato su mere supposizioni, quale quella circa la possibilità, per l’imputato, di imporre alla donna di non prostituirsi nell’appartamento in cui entrambi abitavano.
4. La questione, peraltro più volte affrontata, in passato, da questa Corte, riguarda l’ambito di operatività delle disposizioni che sanzionano il favoreggiamento dell’altrui prostituzione e, segnatamente, la configurabilità del reato in questione nell’ipotesi di locazione di un immobile ad una prostituta per l’esercizio del meretricio, cosicché appare opportuno richiamare brevemente le conclusioni cui si è pervenuti.
5, Va ricordato che, in linea generale, si è affermato come il reato di favoreggiamento della prostituzione sia perfezionato da ogni forma di interposizione agevolativa e da qualunque attività che, anche in assenza di un contatto diretto dell’agente con il cliente, sia idonea a procurare più facili condizioni per l’esercizio del meretricio e che venga posta in essere con la consapevolezza di facilitare l’altrui attività di prostituzione, senza che abbia rilevanza il movente o il fine di tale comportamento (così Sez. I n. 39928, 29 ottobre 2007).
È dunque sufficiente ad integrare il reato in esame qualsiasi condotta consapevole che si risolva, indipendentemente dal movente dell’azione, in una concreta agevolazione dell’altrui meretricio, anche se si è pure specificato che, affinché possa configurarsi il favoreggiamento della prostituzione, occorre che la condotta materiale concreti oggettivamente un ausilio all’esercizio del meretricio, essendo altrimenti irrilevante l’aiuto che sia prestato solo alla prostituta, ossia che riguardi direttamente quest’ultima e non la sua attività di prostituzione, anche se detta attività ne venga indirettamente agevolata (Sez. III n. 36595, 21 settembre 2012; Sez. III n. 8345, 19 luglio 2000).
Questi principi sono stati recentemente ribaditi con riferimento ad una ipotesi di accompagnamento in auto della prostituta sul luogo del meretricio, giungendo alla conclusione che, affinché possa configurasi, in tale contesto, il reato di favoreggiamento della prostituzione, occorre che detta attività risulti funzionale all’agevolazione della prostituzione, sulla base di elementi sintomatici, quali, ad esempio, la non occasionalità o l’espletamento di attività ulteriori rispetto al suo accompagnamento, quali la sorveglianza, la messa a disposizione del veicolo per l’incontro con i clienti, etc. (Sez. III n. 37299, 11 settembre 2013, cui si rinvia anche per i richiami ai precedenti).
6. A conclusioni non dissimili si è pervenuti, come si è già detto, con riferimento alle ipotesi di cessione in locazione di un appartamento a una prostituta nel caso in cui la locazione avvenga a prezzo di mercato, anche se il locatore sia consapevole che la conduttrice vi eserciterà la prostituzione, richiedendosi, per la configurabilità del reato in esame, oltre al mero godimento dell’immobile, anche prestazioni accessorie che esulino dalla stipulazione del contratto ed in concreto agevolino il meretricio, come nel caso di esecuzione di inserzioni pubblicitarie, fornitura di profilattici, ricezione di clienti o altro (Sez. III n. 33160, 31 luglio 2013. Nello stesso senso, Sez. III n. 28754, 4 luglio 2013).
La richiamata decisione offre una soluzione interpretativa che il Collegio condivide appieno, osservando che se lo scopo specifico della locazione non è quello di esercitare nell’immobile locato una casa di prostituzione, ipotesi sanzionata dall’art. 3 n. 2 legge 75/1958, la condotta del locatore non si concreta in un aiuto alla prostituzione esercitata dalla locataria, risolvendosi nella mera conclusione di un contratto attraverso la quale la donna realizza il proprio diritto all’abitazione. Si rileva, inoltre, che il negozio giuridico riguarda la persona e le sue esigenze abitative e non anche la attività di prostituta esercitata e, sebbene ciò agevoli indirettamente anche la prostituzione, tale rapporto indiretto non può essere incluso nel nesso causale penalmente rilevante tra condotta dell’agente e l’evento di favoreggiamento della prostituzione, perché l’evento del reato non è la prostituzione stessa, ma l’aiuto alla prostituzione, che implica una condotta, da parte dell’agente, di effettivo ausilio per il meretricio, che non sussiste nel caso in cui la prostituzione sarebbe stata comunque esercitata in condizioni sostanzialmente equivalenti.
La richiamata decisione si addentra peraltro in una puntuale analisi dei precedenti conformi, cui si rinvia, non mancando di specificare come anche quelli talvolta indicati come difformi (si citano, in particolare, Sez. III n. 35373, 24 settembre 2007 e Sez. III n. 8345, 19 luglio 2000) pervengano, in sostanza, a conclusioni analoghe, richiedendo anch’essi, per la configurabilità del reato, le prestazioni ed attività ulteriori rispetto alla mera locazione, cosicché può dirsi ormai superato il più risalente e minoritario orientamento cui pure la richiamata decisione fa cenno (v. Sez. III n. 12787, 11 novembre 1999; Sez. III n. 2582, 25 novembre 1994; Sez. III n. 11407, 10 novembre 1987; Sez. III n. 2676, 21 marzo 1985 Sez. III n. 1551, 31 gennaio 1969).
7. Ciò posto, risulta evidente che una situazione non dissimile da quelle in precedenza esaminate si è verificata anche nel caso in esame, ove si versa in una ipotesi di sostanziale sublocazione di un immobile utilizzato contestualmente come abitazione dalla prostituta, che vi esercita anche il meretricio e dal locatario suo convivente, senza alcuna concreta attività agevolatrice della prostituzione da parte di quest’ultimo il quale oltre alla stipulazione del contratto, si è limitato alla ricezione di una quota del canone di locazione e delle spese pari alla metà dell’importo complessivo.
8. I principi in precedenza richiamati vanno pertanto ribaditi, con l’ulteriore precisazione che il reato di favoreggiamento dell’altrui prostituzione non è ravvisabile nella condotta di colui che concede in sublocazione ad una prostituta, con la quale ha instaurato un rapporto di convivenza, dietro corresponsione della metà del canone e delle spese, un immobile nella sua disponibilità ove la donna esercita il meretricio, poiché la mera stipulazione del contratto non concreta, di per sé, un oggettivo aiuto all’esercizio della prostituzione in quanto tale.
9. Da ciò consegue che la decisione impugnata risulta del tutto immune dai vizi denunciati e supera agevolmente il vaglio di legittimità cui è stata sottoposta con il ricorso del Pubblico Ministero che deve, pertanto, essere rigettato.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso del Procuratore Generale.


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