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Mantenimento e assegno di divorzio: conta il reddito del marito

25 agosto 2015


Mantenimento e assegno di divorzio: conta il reddito del marito

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 agosto 2015



La misura dell’assegno di mantenimento o divorzile va sempre rapportata alle condizioni concrete dell’obbligato e ai suoi redditi.

Separazioni e divorzi: non bisogna prendere solo a riferimento i redditi del coniuge economicamente più debole (di norma, la donna) per determinare la misura dell’assegno di mantenimento a quest’ultimo spettante. Il secondo e indispensabile criterio di cui il giudice deve tenere conto è il reddito del soggetto obbligato alla prestazione mensile (statisticamente, il marito). Se questi, infatti, ha un reddito inadeguato a provvedere già alle proprie esigenze primarie di vita, il mantenimento va notevolmente ridotto o eliminato. Lo ha chiarito la Cassazione con una recente sentenza [1].

Sebbene lo scopo dell’assegno di mantenimento – afferma la Corte – sia quello di colmare, almeno in via tendenziale, il divario tra i redditi dei due ex sposi, non si può prescindere dai redditi effettivamente percepiti dall’obbligato.

Del resto è proprio questo il tenore letterale del codice civile [2], laddove espressamente prevede:

Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri.

L’entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato”.

Nei precedenti della Suprema Corte si rinvengono numerose pronunce dello stesso segno, tutte volte a valorizzare l’aspetto reddituale del soggetto obbligato. Non solo, quindi, bisogna tenere conto del tenore di vita goduto dai coniugi durante il matrimonio, ma anche dei redditi del soggetto che poi sarà tenuto a versare l’assegno di mantenimento. La conservazione del precedente tenore di vita da parte del coniuge beneficiario dell’assegno costituisce un obbiettivo solo tendenziale, sicché esso va perseguito nei limiti consentiti dalle condizioni economiche del coniuge obbligato.

Per come immaginabile, è solo il giudice a poter determinare quale sia il più giusto contemperamento tra tali contrapposte esigenze (il mantenimento del tenore di vita goduto nel matrimonio da un lato, e le condizioni economiche del soggetto obbligato dall’altro): compito a cui il privato non può certo sostituirsi. Per esempio, se dovesse sopraggiungere una modifica nelle condizioni di reddito di una delle due parti, il soggetto tenuto al versamento non potrebbe autoridurre l’importo dell’assegno, ma dovrebbe prima instaurare un giudizio di revisione delle condizioni di separazione/divorzio.

Insomma, solo al tribunale compete di stabilire in quale misura l’uno dei due coniugi debba integrare i redditi insufficienti dell’altro, onde consentire a questi di conservare il tenore di vita goduto in regime di convivenza: un’indagine che deve essere effettuata non sulla base di criteri “matematici” predeterminati dalle norme, ma solo con riferimento al contesto nel quale i coniugi hanno vissuto durante il matrimonio, quale situazione condizionante la qualità e la quantità delle esigenze dell’avente diritto all’apporto.

Ecco perché non ha risposta – e né mai potrebbe averla – la consueta domanda che spesso, la parte che si sta per separare rivolge al proprio avvocato: “Quanto mi spetta di mantenimento?”.

Intervento della polizia tributaria o ricorso all’anagrafe tributaria

Nel determinare le risorse economiche dei due coniugi, il giudice, in sede di determinazione dell’assegno di mantenimento, può decidere di delegare le indagini patrimoniali alla Polizia tributaria soltanto se manchi la dimostrazione degli assunti sui quali si fondano le istanze delle parti relative al riconoscimento e alla determinazione dell’assegno. Oggi, inoltre, la parte che rivendica maggiori pretese economiche nei confronti dell’altra può anche verificarne le effettive consistenze reddituali attraverso l’accesso all’anagrafe tributaria.

note

[1] Cass. sent. n. 14051 del 7.07.2015.

[2] Art. 156 cod. civ.

Autore immagine: 123rf com

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