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Lo sai che? Autostrada: anche nei limiti di velocità può esserci responsabilità

Lo sai che? Pubblicato il 26 agosto 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 26 agosto 2015

Incidenti stradali: possibile l’addebito della colpa anche rispettando i 130 km orari; l’obbligo di tenere un comportamento prudente non viene meno neanche in autostrada.

Anche in autostrada il rispetto di tutte le regole del codice della strada non esime dall’ulteriore obbligo generale di prudenza: obbligo che impone di adeguare la velocità alle condizioni concrete di traffico e di visibilità. Lo ha ricordato la Cassazione in una recente sentenza [1].

In passato, la Suprema Corte aveva affermato il principio secondo cui, in autostrada, ci si può ritenere ragionevolmente al riparo dagli imprevisti tipici invece delle zone a traffico elevato, dove l’imprevedibilità delle condotte altrui impone un più elevato grado di attenzione alla guida. Nelle autostrade, invece, si attenua l’obbligo generale di adeguare la velocità alle condizioni, di volta in volta, della strada e del traffico.

Con la sentenza in commento, invece, si sottolinea che nonostante rispetto del limite di velocità dei 130 km/h, il conducente deve comunque prestare prudenza e accertarsi che la visibilità sia sempre totale.

Si legge invatti in sentenza che il rispetto della velocità a 130km/h non esclude la colpa dell’automobilista perché “tale velocità massima presuppone che la visuale autostradale risulti libera per un assai lungo tratto, così da permettere tempestiva ed esaustiva ispezione della strada e, comunque, in modo tale da assicurare eventuale manovra di emergenza e, in ogni caso, mantenimento della distanza di sicurezza, ovviamente proporzionale all’elevata velocità tenuta e al corrispondente necessario spazio di frenata”.

La vicenda

Un’auto era rimasta in panne in mezzo alla carreggiata autostradale: nella confusione generata dall’ostacolo, un veicolo aveva finito per tamponarne un altro, perché non si era accorto del pericolo sopraggiunto: ciò perché, nonostante avesse una scarsa visuale dell’intera corsia, in quanto occupata dal un camion, procedeva comunque a una velocità di 130 km/h.

La velocità massima consentita dal codice della strada può essere raggiunta solo quando la visuale è libera per un lungo tratto.

Ritenuto in fatto

1. La Corte d’appello di Bologna, con sentenza del 5/12/2013, confermò la sentenza emessa dal Tribunale di Bologna, Sezione Distaccata di Imola, in data 7/3/2005, con la quale P.D.B. , giudicato colpevole del delitto di omicidio colposo aggravato dalla violazione della normativa sulla circolazione stradale, ai danni di T.O. , era stato condannato alla pena stimata di giustizia, nonché a risarcire il danno procurato alle parti civili, da liquidarsi in separata sede, ponendo a carico del medesimo imputato le provvisionali di cui in dispositivo.
In particolare si rimproverava al ricorrente, alla guida di un’autovettura Mercedes, di avere, per colpa specifica, consistita nell’aver tenuto velocità ben al di sopra del massimo consentito e, comunque, inadeguata in relazione al contesto, oltre che per colpa generica, violentemente tamponato l’autovettura Punto Fiat condotta dalla vittima, che lo precedeva procedendo nella terza corsia dell’autostrada (…), all’altezza di (…) (senso di marcia in direzione Nord), la quale, a velocità ridotta, aveva evitato autovettura ferma per incidente, così procurando la morte della conducente della Punto, a cagione delle gravissime lesioni riportate.
2. L’imputato propone ricorso per cassazione corredato da tre censure, denunzianti vizio motivazionale in questa sede rilevabile e violazione di legge, in ordine ai seguenti profili.
a) La Corte di merito aveva errato e violato l’art. 192, cod. proc. pen., nel ricostruire la dinamica del sinistro: gli accadimenti erano stati tali che l’imputato non avrebbe potuto evitare l’impatto: l’autovettura in panne si era appena fermata all’interno della corsia centrale, tanto che il conducente stava proprio in quegli istanti uscendo dal mezzo; l’autocarro del tipo bisarca che precedeva entrambe le autovetture coinvolte nel mortale incidente, dopo aver avviato una manovra di scarto a sinistra, si era, immediatamente dopo, spostato nella corsia di destra e l’autovettura condotta dalla vittima, a velocità ridotta aveva iniziato a superare il mezzo fermo, occupando la corsia di sinistra.
b) Non era vero essere rimasto provato che il P. teneva velocità di circa 180 Kmh, ma di 130 Kmh, nel rispetto, quindi, del massimo consentito. La maggiore velocità stimata era solo frutto di mere congetture (le sensazioni dei testimoni e il risultato di accertamento tecnico non risolutivo); quanto, poi, ai danni procurati, certamente gravi, a cagione della differenza di massa e potenza fra i due mezzi, doveva escludersi che fossero rimasti i segni della maggiore ipotizzata velocità sulle carrozzerie (vero e proprio “sfrangiamento” delle lamiere).
c) All’imputato, il quale non aveva ragione alcuna per tenere velocità inferiore al massimo consentito, non avrebbe potuto addebitarsi l’evento, per lui inevitabile, in quanto aveva la visuale coperta e non avrebbe potuto in alcun modo fronteggiare l’improvviso rallentamento dei veicoli che lo precedevano. In ogni caso, la Corte di merito non aveva preso in considerazione la condotta colposa della vittima. Infine, era rimasto non dimostrato che, pur ad ammettere che l’imputato avesse tenuto velocità maggiore del consentito, procedendo a 130 Kmh avrebbe evitato l’incidente.

Considerato in diritto

3. Il ricorso deve essere disatteso.
3.1. I sintetizzati motivi, osmotici fra loro, propongono una versione congetturale, secondo la quale l’incidente era da ritenersi indipendente dalla condotta dell’imputato.
Per disattendere la censura basterebbe affermare, appunto, la congetturalità dell’asserto, del tutto privo di richiami processuali che lo rendano minimamente plausibile e sfornito di apprezzabile specificità.
Peraltro, la Corte di merito, richiamando e condividendo pertinentemente la sentenza di primo grado (non v’è dubbio, infatti, che le argomentazioni del Tribunale, note alla Corte d’appello e all’imputato e dalla seconda evocate, coerenti con il percorso logico del secondo giudice, integrino la motivazione di quest’ultimo – cfr. a riguardo della motivazione per relationem, Sez. II, 17/2/2009, n. 11077 -), ha smentito, senza che il ricorso si mostri in grado di disarticolare il ragionamento motivazionale, con piena concludenza logica le affermazioni oggi ribadite dal ricorrente, senza apporto di profili di novità.
Invero, la circostanza che il P. , alla guida della potente autovettura, marciasse a velocità manifestamente eccessiva risulta ampiamente dimostrato, oltre che dalle risultanze univoche dell’accertamento tecnico, corroborato dalle dichiarazioni testimoniali, anche dall’impressionante conseguenze procurate nell’impatto (l’autovettura dell’imputato andò ad incastrarsi fino ai sedili anteriori di quella tamponata, la quale, indi, veniva proiettata per aria e sospinta contro il guard-rail, con numerosi carambola menti).
A riguardo degli apprezzamenti di circostanze di comune percezione da parte di testimoni non sussistono divieti probatori di sorta, quanto la necessità, peraltro comune nel vaglio delle prove dichiarative, di accertarne l’affidabilità (cfr., sul punto, Cass., Sez. 4, n. 6085 del 31/1/1974, dep. 23/9/1974, Rv. 12799, tuttavia, non smentita da successive pronunce). Affidabilità che, nel caso di specie, non par dubbia, trattandosi di percezioni provenienti da soggetti a loro volta in movimento, con piena conoscenza della velocità da loro tenuta, quindi ben in condizione di cogliere lo scarto.
È del pari rimasto provato che ove il P. avesse tenuto anche il massimo della velocità astrattamente consentita l’urto sarebbe sto evitato o, comunque, avrebbe avuto conseguenze assai minori (sul punto la censura è, come si è anticipato, del tutto generica).
Peraltro, a voler concedere, per mera comodità argomentativa, che l’imputato marciasse alla velocità di 130 Kmh, non è dubbio che lo stesso fosse in colpa, in quanto una tale velocità massima, presuppone che la visuale autostradale risulti libera per un assai lungo tratto, così da permetterne tempestiva ed esaustiva ispezione, e, comunque, in modo tale da assicurare eventuale manovra di emergenza e, in ogni caso, mantenimento della distanza di sicurezza, ovviamente proporzionale all’elevata velocità tenuta e al corrispondente necessario spazio di frenata.
Infine, correttamente, la Corte di Bologna ha escluso qualsivoglia colpa della vittima, la quale, diligentemente e prudentemente, trovatasi davanti l’improvviso ostacolo, costituito dall’autovettura fermatasi, l’aveva superata occupando l’unica corsia libera (quella di sinistra).
Le conclusioni di cui sopra sono il frutto di un vaglio probatorio puntuale e logicamente apprezzabile, rimasto, come si è detto, non contrastato.
4. l’epilogo impone condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


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