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Dipendenti, inquadramento e funzioni: disparità di trattamento lecita

26 Agosto 2015
Dipendenti, inquadramento e funzioni: disparità di trattamento lecita

Il datore di lavoro è libero di inquadrare diversamente i lavoratori anche a parità di compiti svolti.

 

Il datore di lavoro non deve garantire parità di inquadramento e retribuzione tra i lavoratori: ben potrebbe, per esempio, a fronte della stessa mansione svolta da due dipendenti, inquadrare uno nel giusto livello previsto dal contratto collettivo e l’altro, invece, nel livello superiore con una paga maggiore. Lo ha chiarito il tribunale di Brindisi in una recente sentenza [1].

La legge prevede solo l’obbligo di adeguare la retribuzione all’attività effettivamente svolta: limite, comunque, da considerare “minimo”. Ma ben potrebbe l’azienda accordare ad altri dipendenti, a parità di mansioni, una retribuzione e un inquadramento superiore.

Il giudice non può entrare nelle scelte gestionali dell’imprenditore, né può sindacare la collocazione delle sue risorse: non può, quindi, vietargli di pagare di più un lavoratore rispetto a un altro, né di promuovere l’uno solo perché non ha voluto promuovere un altro. Non può neanche imporre all’azienda di inquadrare in modo uguale i lavoratori preposti a identiche mansioni.

Tutto ciò che può fare il tribunale – si legge nella sentenza in commento – è prima di tutto accertare l’attività lavorativa in concreto svolta dal dipendente, poi individuare qualifiche e gradi previsti dal contratto collettivo di categoria ed infine verificare se vi è corrispondenza, ossia se il datore ha inquadrato il dipendente nella corretta categoria. Ma il giudice non deve fare raffronti con altri dipendenti: risulta quindi del tutto irrilevante il fatto che vi sia stato un inquadramento superiore di altri lavoratori adibiti alle stesse mansioni.

Nell’ambito dei rapporti di lavoro privatistici, infatti, non sussiste alcun principio che imponga al datore di lavoro di garantire parità di retribuzione e di inquadramento posto che la costituzione [2] si limita a stabilire il principio di sufficienza e adeguatezza della retribuzione prescindendo da ogni comparazione intersoggettiva; anche il famoso “articolo 3” della Costituzione impone l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, non anche nei rapporti tra privati.

In sintesi, la semplice circostanza che determinate mansioni siano state affidate a dipendenti cui il datore di lavoro abbia riconosciuto una qualifica superiore è del tutto irrilevante per il dipendente al quale, con diversa e inferiore qualifica, siano state affidate le stesse mansioni.


note

[1] Trib. Brindisi, sent. n. 299/2015.

[2] Art. 36 Cost.

Autore immagine: 123rf com


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