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Pensione per affetti da cecità: la casa non fa reddito

27 agosto 2015


Pensione per affetti da cecità: la casa non fa reddito

> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 agosto 2015



Non vedenti: la pensione per ciechi spetta a prescindere dalla proprietà di immobili.

Ai fini del calcolo del reddito massimo per l’erogazione delle pensioni a soggetti affetti da cecità assoluta, non può essere compresa la casa di abitazione. La Cassazione interviene a più riprese a salvaguardare le indennità da inabilità [1] e da cecità [2]. Con riferimento a quest’ultimo aspetto, in particolare, la Suprema Corte ricorda che la legge del 71 [3], che regola la pensione per non vedenti, rinvia, almeno per quanto riguarda le condizioni economiche necessarie per la concessione della pensione di inabilità, a quelle stabilite dalla legge sugli ordinamenti pensionistici [4]. Questa seconda norma stabilisce che, per le pensioni ai cittadini ultrasessantacinquenni sprovvisti di reddito, sono esclusi dal computo gli assegni familiari e il reddito della casa di abitazione.

Sebbene nel 2013 sia intervenuta una riforma della materia [5], modificativa delle disposizioni sui requisiti reddituali per il diritto alla pensione di inabilità in favore dei mutilati e degli invalidi civili, regolamentando espressamente il limite reddituale (con la tecnica del rinvio, al reddito agli effetti dell’IRPEF), ciò tuttavia non ha abrogato la norma che esclude espressamente il reddito dominicale dalla casa di abitazione, continuando, quindi, a trovare applicazione per gli assistiti, la cui invalidità non sia correlata all’accertamento di una totale inabilità lavorativa. Questo è il caso della provvidenza erogata a chi versi in condizione di cecità assoluta.

Il predetto orientamento, secondo cui la casa di abitazione non è computabile nei limiti di reddito per il diritto al beneficio preteso, trova ulteriore conferma per la specialità della disciplina delle provvidenze previste in favore dei ciechi assoluti (“Tutti coloro che siano colpiti da cecità assoluta o abbiano un residuo visivo non superiore ad un ventesimo in entrambi gli occhi con eventuale correzione, hanno diritto alla corresponsione della pensione a decorrere dal compimento del 18 anno di età” [6]).

note

[1] Cass. sent. n. 5479/2012.

[2] Cass. ord. n. 4410/14.

[3] L. n. 118/1971

[4] L. n. 153/1969.

[5] L. n. 99/2013.

[6] L. 10 febbraio 1962, n. 66, art. 8.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – L, ordinanza 12 dicembre 2013 – 24 febbraio 2014, n. 4410
Presidente Curzio – Relatore Mancino

Svolgimento del processo e motivi della decisione

1. La causa è stata chiamata all’adunanza in camera di consiglio del 12 dicembre 2013 ai sensi dell’art. 375 c.p.c. sulla base della seguente relazione redatta a norma dell’art. 380 bis c.p.c.:
2. “La Corte d’appello di Torino accoglieva la domanda proposta da L.G. , in persona della procuratrice speciale L.A. , cieco assoluto, titolare di pensione di cui alla L. n. 66 del 1962, art. 8, per l’accertamento negativo dell’indebito preteso dall’INPS per superamento del limite di reddito calcolato tenuto conto della casa di abitazione;
3. la Corte territoriale riteneva, contrariamente all’assunto dall’ente previdenziale, che ai fini del riconoscimento della prestazione assistenziale in questione il reddito della casa di abitazione andasse escluso dal reddito imponibile;
4. l’INPS domanda la cassazione della sentenza, sulla base di un unico articolato motivo, con il quale deduce violazione di legge, ed in particolare del d.l. 30 dicembre 1979, n. 663, art. 14 septies (convertito in L. n. 33 del 1980), del d.m. 31 ottobre 1992, n. 553, art. 2, in relazione alla L. n. 118 del 1971, artt. 12 e 13 e contrasta l’impugnata sentenza concludendo nel senso che, per la specifica normativa in materia, il reddito della casa di abitazione, nell’ipotesi d’erogazione della pensione di inabilità civile di cui alla L. n. 118 del 1971, art. 12, va computato nel reddito per il diritto alla prestazione giacché il riferimento, nelle norme sull’invalidità civile, ai “redditi assoggettabili” (oltre che ai redditi esenti), esprime un concetto più ampio di quello di “redditi assoggettati” cui invece si riferisce il TUIR esclusivamente ai fini della tassazione; in definitiva, l’ente previdenziale ritiene che il limite di reddito per conseguire il diritto alla pensione di invalidità civile, di cui alla L. n. 118 del 1971, deve essere calcolato computando nei redditi di qualsiasi natura assoggettabili all’IRPEF o esenti da detta imposta anche il reddito della casa di abitazione principale, in applicazione del combinato disposto del d.l. n. 663 del 1979, art. 14 septies (convertito nella L. n. 33 del 1980) e del d.m. n. 553 del 1992, art. 2, in quanto, quale onere deducibile d.p.r. n. 917 del 1986, ex art. 10, facente parte del reddito assoggettabile ad IRPEF;
5. la parte privata ha resistito con controricorso;
6. il ricorso è qualificabile come manifestamente infondato in adesione alla giurisprudenza di questa Corte di legittimità (ex multis, Cass. nn. 5479 e 14456 del 2012);
7. “nel caso di specie le norme specifiche di riferimento sono costituite dalla L. n. 118 del 1971, art. 12 e dalla L. n. 153 del 1969, art. 26: la prima rinvia per le condizioni economiche, richieste per la concessione della pensione di inabilità, a quelle stabilite dalla seconda norma per il riconoscimento di pensioni ai cittadini ultrasessantacinquenni sprovvisti di reddito, e per queste ultime pensioni dal computo del reddito sono esclusi gli assegni familiari e il reddito della casa di abitazione; le svolte argomentazioni sono sufficienti per ritenere l’assunto dell’INPS privo di pregio, proprio per l’applicabilità della normativa della pensione sociale in tema di pensione di inabilità, con la conseguente esclusione – ai fini della concessione di quest’ultima, dal computo del reddito di quello della casa di abitazione. Né può trovare applicazione, contrariamente a quanto affermato dall’INPS, il d.m. 31 ottobre 1992, n. 553, art. 2, secondo il quale nella dichiarazione di cui all’art. 1 debbono essere denunciati, al lordo degli oneri deducibili e delle ritenute fiscali, i redditi di qualsiasi natura assoggettabili all’IRPEF o esenti da imposta, in quanto la casa di abitazione, nel caso di specie ai fini assistenziali, non costituisce onere deducibile, ma una voce di reddito” (Cass. 5479/2012);
8. in definitiva, non si può tenere conto di disposizioni dettate ad altri fini, come quelle che impongono la denuncia dei redditi ai fini assistenziali, perché queste nulla dicono sulla determinazione effettiva del reddito da considerare ai fini del diritto alla prestazione”.
9. Sono seguite le rituali comunicazione e notifica della suddetta relazione, unitamente al decreto di fissazione della presente udienza in Camera di consiglio.
10. La parte intimata ha depositato memoria.
11. Il Collegio condivide il contenuto della relazione conforme all’orientamento ribadito da questa Corte, da ultimo, con ordinanza n. 20387 del 2013.
12. Il predetto orientamento, secondo cui la casa di abitazione non è computabile nei limiti di reddito per il diritto al beneficio preteso, trova ulteriore conferma per la specialità della disciplina delle provvidenze previste in favore dei ciechi assoluti (legge 10 febbraio 1962, n. 66, art. 8: “Tutti coloro che siano colpiti da cecità assoluta o abbiano un residuo visivo non superiore ad un ventesimo in entrambi gli occhi con eventuale correzione, hanno diritto alla corresponsione della pensione a decorrere dal compimento del 18 anno di età”), pur dopo le disposizioni introdotte, con decretazione d’urgenza, sui requisiti reddituali per il diritto alla pensione di inabilità in favore dei mutilati e degli invalidi civili, (decreto-legge 28 giugno 2013, n. 76 convertito in legge 9 agosto 2013, n.99; v., per le prime applicazioni, Cass., ord., 27812/2013).
13. In particolare, per quanto qui rileva, la nuova disposizione sui limiti reddituali ha enunciato l’ambito applicativo soggettivo ed oggettivo della disciplina – “Il limite di reddito per il diritto alla pensione di inabilità in favore dei mutilati e degli invalidi civili, di cui all’articolo 12 della legge 30 marzo 1971, n. 118 – e ha novellato le disposizioni previgenti (art. 14 septies del decreto-legge 30 dicembre 1979, n. 663, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 febbraio 1980, n.33) regolamentando espressamente il limite reddituale, pur con la tecnica del rinvio, per relationem, al “reddito agli effetti dell’IRPEF”, senza tuttavia abrogare il disposto dell’art. 26 della legge n. 153 del 1969 (che espressamente esclude, dal calcolo dei redditi, “il reddito dominicale della casa di abitazione”) che continua, pertanto, a trovare applicazione per le provvidenze previste ex lege per gli assistiti la cui invalidità non sia correlata all’accertamento di una totale inabilità lavorativa (qual è la provvidenza erogata a chi versi in condizione di assoluta cecità).
14. In definitiva il ricorso va rigettato.
15. Le spese di lite, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate in Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre Euro 100,00 per esborsi, oltre accessori di legge.

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