Breaking News Jobs Act, dimezzato il numero delle assunzioni

Breaking News Pubblicato il 28 agosto 2015

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Errati i dati sulle assunzioni a tempo indeterminato recentemente diffusi dal Ministro Poletti.

Sul Jobs Act, specie per quanto riguarda i nuovi incentivi ai contratti a tempo indeterminato, le discussioni sono all’ordine del giorno. Governo ed esponenti della maggioranza, difatti, da mesi portano avanti le agevolazioni alle assunzioni come uno dei più grandi risultati positivi per l’occupazione mai realizzati, risultato confermato da dati, comunicati il 25 agosto dal Ministro Poletti, che riportavano un incremento di ben 630.585 nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato.

Peccato che i risultati fossero errati, e che il numero effettivo di nuovi contratti sia pari , in realtà, a 327.758: un clamoroso scivolone, che ha costretto il Ministero ad un rapido dietro-front.

Ma com’è stato possibile un errore del genere? Lo sbaglio, a quanto pare, è derivato dal non aver considerato il corretto numero di cessazioni, pari a 4.011.367, e non 2.622.171, qual è, appunto, il vero ammontare dei contratti cessati.

Considerando, poi, che dei 327.758 nuovi inserimenti, ben 117.498 siano delle stabilizzazioni (ad esempio, trasformazioni da contratto a termine in tempo indeterminato), il saldo risultante dalle misure 2015, di 210.260 rapporti in più, non appare poi così consistente.

Anzi, risulta ancora più “magro”, se commisurato alla forte diminuzione dei classici lavori precari, come co.co.co ed associazione in partecipazione ( quest’ultima forma di collaborazione, come i contratti a progetto, non può più essere stipulata dal 25 giugno 2015; le Co.co.co possono ancora essere effettuate, ma con requisiti notevolmente stringenti, sotto il rischio costante di una trasformazione a tempo indeterminato del rapporto).

Insomma, il tanto “strombazzato” aumento dell’occupazione sembrerebbe più dovuto a una riconversione “forzata” dei contratti parasubordinati e di associazione in partecipazione, che ai benefici contributivi.

Benefici che, peraltro, saranno fruibili solo sino al 2017 ( mentre pare che non sarà più possibile assumere con le agevolazioni dal 2016). Oltre, dunque, ad un brusco calo delle nuove assunzioni nel 2016, ci si chiede che fine faranno i dipendenti assunti con gli incentivi, dal 2018 in poi.

È chiaro, infatti, che le ditte non assumono e non stabilizzano i lavoratori a causa, soprattutto, degli elevati oneri contributivi: oneri che sono così alti non per pagare la pensione ai dipendenti, ma per pagarla agli attuali pensionati, molti dei quali collocatisi a riposo con assegni elevati, certamente non proporzionati ai pochi anni di contributi versati.

Considerata la situazione, sono inutili gli incentivi, per quanto aiutino a “tirare a campare” per un po’: quello che serve, è una riforma coraggiosa, che dia ai pensionati assegni proporzionati a quanto versato. Magari senza toccare i redditi più bassi, poiché il problema del loro sostentamento si presenterebbe sotto altre forme, per cui sarebbe sempre lo Stato a pagare, ma almeno le pensioni più alte sì. Distinguendo, ovviamente, tra chi ha una pensione alta perché ha versato una contribuzione elevata, da chi ha un assegno consistente perché destinatario di qualche privilegio. Ma riforme simili, ovviamente, toccano le prerogative delle varie lobby al potere, e difficilmente saranno realizzate.

Quindi, sinché non “cadrà il paraocchi” a chi di dovere, dovremmo accontentarci di palliativi che cambieranno poco o nulla, nel panorama lavorativo italiano. Meglio un incentivo temporaneo che niente, ma non ci si illuda che la disoccupazione diminuisca, in questo modo: brevi agevolazioni e divieti contro le forme d’impiego precario, difatti, non servono, se manca la base, e la base deve consistere in condizioni di lavoro e di operatività stabili, e favorevoli a chi assume e crea nuovi posti. Purtroppo, la realizzazione di queste condizioni è ancora una chimera.


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