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Il raddoppio dei termini e il ne bis in idem: accertamenti all’italiana

28 agosto 2015 | Autore:


> L’esperto Pubblicato il 28 agosto 2015



Le nuove norme introdotte dalla legge invece che stabilire una interpretazione chiara e certa delle disposizioni esistenti, rischiano di complicare ulteriormente una materia sulla quale pendono già numerose pronunce spesso contraddittorie.

Le relazioni fra accertamento, controlli amministrativi e procedure penali, dopo l’abrogazione della pregiudiziale tributaria prevista dalla cosiddetta Legge “manette agli evasori[1], con l’introduzione del decreto che istituisce i reati tributari [2] e dopo l’intervento della Corte Costituzionale [3] nel 2005, sembravano avviarsi ad una applicazione certa e chiara delle norme, non dovendo più sussistere il cosiddetto “doppio binario” fra le procedure di contenuto tributario e di contenuto penale.

Invece, nel 2006, il legislatore introduceva una norma sul raddoppio dei termini di accertamento che ha reso l’applicazione e l’interpretazione delle norme sempre più complessa ed incerta.

L’occasione per affrontare definitivamente il tema avrebbe dovuto essere contenuta nella nuova norma del decreto sulla certezza del diritto [4] che introduce una sorta di discrimine fra accertamenti emessi prima del 2 settembre 2015 e controlli che saranno emessi dopo questa data, quasi a creare una doppia corsia per ribadire la validità giuridica delle procedure avviate già prima di tale data.

In realtà i conti non tornano perché sembra quasi che la certezza del diritto possa applicarsi solo ai cittadini e non allo Stato: infatti l’Ordinanza della Corte Costituzionale sopra citata ha soltanto ribadito un principio generale dell’ordinamento giuridico, quello in base al quale la pubblica amministrazione non può cambiare le regole a proprio piacimento interpretando le norme secondo convenienza, dunque l’azione impositiva deve essere legata al principio della certezza del diritto ed il contribuente non può essere sottoposto ad accertamenti per un tempo indeterminato.

La confusione è stata alimentata anche da una più recente sentenza della Corte Costituzionale [5] in base alla quale, da una parte, si interpretava la norma che ha introdotto il raddoppio dei termini [6] come se questa avesse re-introdotto una specie di doppio binario per gli accertamenti: 4 o 5 anni, in caso di omessa dichiarazione, se non si riscontrino rilievi penali, oppure 8 o 10 anni, in caso di omessa dichiarazione, qualora siano presenti profili di reato; dall’altra parte si sanciva il dovere dei giudici di verificare se fossero presenti i presupposti per l’obbligo di denuncia, al fine di evitare strumentalizzazioni da parte della AF.

Di conseguenza a questo intervento la giurisprudenza tributaria è intervenuta spesso a favore del contribuente, osservando, in base ai principi costituzionali domestici ed a quelli dell’UE, nonché in base alle decisioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che non esiste alcuna norma che possa consentire il raddoppio dei termini, comunque mai applicabile quando risultino prescritti non solo i termini per l’accertamento tributario, ma anche quelli per l’esercizio dell’azione penale e, sempre, quando l’AF, che ha l’onere della prova, non produce il documento che attesta l’avvenuta comunicazione dell’ipotesi di reato alla Procura della Repubblica competente [7].

Dunque l’intervento attuale con il quale si cerca di salvare le procedure già emesse sino al 2 settembre 2015, risulta legislativamente inconferente, in quanto introduce una norma che dovrebbe avere effetto retroattivo a favore della AF, mentre dovrebbe avere effetto successivo a favore del contribuente, in un contesto nel quale, sinora, non esisteva alcuna norma che consentisse di raddoppiare i termini dell’accertamento, al di là dei principi esistenti, cioè nel solo caso in cui non fossero prescritti i termini ordinari, sia sotto il profilo tributario che in ambito penale.

La situazione richiede dunque un approfondito ripensamento dell’intero sistema dei controlli amministrativi e dei procedimenti del giudizio tributario, anche perché le norme recano incertezza e difficoltà di interpretazione.

La stessa Corte di Cassazione [8] ha sollevato la questione di legittimità costituzionale sul doppio binario sanzionatorio, sotto il profilo amministrativo e penale, per presunto contrasto con la Costituzione Italiana [9] e con la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo [10], secondo l’interpretazione della CEDU [11].

Si ritiene dunque che, coloro che si trovino nella situazione in cui il raddoppio dei termini è stato contestato nei casi sopra esposti, vi sia spazio per impugnare l’accertamento notificato, anche se emesso prima del prossimo 2 settembre, in quanto la nuova norma non può sanare retroattivamente, situazioni di illegittimità che già oggi vengono respinte sia dai principi generali del diritto, sia dalla Corte Costituzionale e dalla Corte di Cassazione, sia dalla CEDU, nonché dalla giurisprudenza tributaria di merito, nel rispetto dei principi costituzionali italiani ed europei.

note

[1] L. 516/82

[2] D.Lgs. 74/2000

[3] C. Cost. sent. n. 280/2005 – Art. 24 Cost.

[4] D.Lgs. n. 128/2015 art. 2

[5] C. Cost. sent. n. 247/2011

[6] D.L. n. 223/2006 di modifica artt. 43 c. 3 DPR 600/73 e 57 co. 3 DPR 633/72

[7] CTR Lombardia sent. n. 2140/2014; CTR Umbria sent. n. 237/1/11 e 41/2/12 ecc.

[8] Cass. ord. del 10.11.2014 dep. il 15.1.2015

[9] Art. 117 Cost.

[10] Carta Europea dei Diritti dell’Uomo – Art. 4 prot. 7

[11] Corte Europe dei Diritti dell’Uomo – Sent. Nikanen c/Finlandia 2014.

Autore immagine: 123rf com

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