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Da Siracusa a Lecce: più di 20 ore di treno. La proto-Italia di oggi

2 settembre 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 settembre 2015



Stento a credere che per andare da Siracusa a Lecce con il treno ci si impieghi più di venti ore, coniugando peraltro con esso una congerie di altre tipologie supplementari di mezzi pubblici: treno freccia rossa, intercity, un po’ di regionali, bus di linea, corriere locali, treni metropolitani, autobus di città.

Eppure Siracusa e Taranto contrassegnano un percorso, una linea di collegamenti, terrestri e marini, ideali e culturali, che ne fanno certamente l’emblema di ciò che, di grandioso, la storia dell’umanità ha consacrato con il nome di “Magna Grecia”.

Tra questi due punti si ricomprendono poleis altrettanto meravigliose e importanti, come Sibari, Crotone, Reggio, Metaponto, ma anche Megara Iblea, Zancle e Locri.

In molte di esse, prendiamo ad esempio Posidonia, fondata dai Sibariti, o Agrigento, fondata dai Geloi, si conservano quasi intatte le testimonianze archeologiche, dalle quali possiamo immaginare la magnificenza di queste città, dei loro edifici pubblici e delle loro strade e monumenti.

In altre, come Sibari, dobbiamo fare invece un po’ di fatica, per l’esiguità quantitativa delle vestigia rimaste integre, a immaginare un passato ancor più grande. Ne rimane il detto, però, che coniuga le certezze di quel passato insicuro con la precarietà esistenziale dei giorni nostri contornati di alcune certezze: vivere da “sibarita”, cioè, presuppone uno stile non più sostenibile ai giorni nostri, ma bisognerebbe pur capire cosa quegli antichi intendessero per lusso e comodità e cosa intendiamo noi Italiani di oggi.

Senza imbarcarci ora in questa analisi, è pur vero, però, che per andare da Siracusa a Lecce essi impiegavano le navi che, in qualche ora in meno, rispetto ai treni di oggi, lungo una più “naturale” rotta ionica, portavano qualche siracusano o agrigentino sulla immensa spianata di Taranto città, davanti al suo grandioso colosso; mentre noi, oggi, preferiamo arrivare a Salerno, poi ripiegare verso Taranto, allungare fino a Bari, stringere su Brindisi, rientrare in direzione di Lecce. Certo, la navigazione di un tempo era costellata di pericoli di vario tipo, le bufere del mare, ma principalmente le aggressioni ricorrenti della pirateria. Mentre oggi…ma cambiamo argomento.

Quel che voglio dire sul concetto di Magna Grecia è, insomma, che basta aver letto qualche opuscolo di promozione turistica per capire che in esso trionfa il significato di “unità”, nella comune origine elladica, a dispetto delle apparenti divisioni dei popoli greci giunti a formare le colonie italiche dall’VIII secolo a.C in poi, di “identità”, nella adorazione dei medesimi dei olimpici, a dispetto della frammentazione politica della patria tra metropoli greche, colonie italiche e sub-colonie italiche o galliche o iberichee contaminazione dei costumi con gli indigeni italici.

La percezione dell’identità e dell’unità dei popoli magnogreci la si coglie, insomma, nella diversità degli ambienti naturali autoctoni di insediamento dei coloni, fin dai primi, in assoluto, di Cuma e di Pitecusa (Ischia), e al di la delle immagini concrete ed esteriori che ancora oggi dai medesimi ambienti traspaiono, e la si coglie su un piano prettamente culturale e “istituzionale”, nel profondo della ispirazione e della vita di quei popoli che hanno fatto il nostro presente, anche quello, ahimè, dei treni che vanno a zig-zag, e che si riflette ancora nel modo di parlare, gesticolare, insomma, di vedere le cose.

Basta trattenersi per qualche giorno, possibilmente in modo non coattivo, a Locri o Siderno per respirare un’aria arcaica, in cui il senso dell’appartenenza a una “cosa sola” è essenziale e traspare da ogni implicazione logica evocata dagli interlocutori.

Lasciando ai siculi di Montalbano il tratteggio di certi personaggi, mi resta da dire che c’è molto meno di male in tutto questo di quanto non siamo, oggi, piattamente portati a credere.

Proprio per questo, per la consapevole “misconoscenza” che avvolge i popoli greci della Magnagrecia e per il discredito che, in parte colpevolmente, essi sono andati operosamente costruendosi intorno nella Europa anglofona e germanofila di oggi, mi sono affidato ad alcune riflessioni di Santi Romano, il famoso giurista italiano di inizio novecento, che ha dissertato, da giurista, fra l’altro, sul concetto di “istituzione”, restituendoci una immagine del tutto nuova di tale concetto, quella stessa che noi, con un piccolo sforzo di fantasia, intravediamo nei discorsi dei giornalisti, dei politici e anche dei giuristi di oggi.

Cioè, parlare delle “istituzioni” in modo condiviso è oggi possibile anche grazie allo sforzo ermeneutico-semantico di Santi Romano, che ha, in qualche modo, allargato e adattato al campo di un diritto moderno, il concetto tradizionale di istituzione, che evocava in precedenza unicamente l’idea della persona giuridica, pur nei limiti di ciò che è altro rispetto alla “corporazione”, intesa quest’ultima come realtà associativa.

Prima di questo passaggio, infatti, le fondazioni, i comitati, le altre situazioni di fatto che comportassero l’edificazione di una soggettività giuridica venivano plasmate con la creta anch’essa di importazione pandettistica tedesca di fine ottocento, ma non diventavano ancora istituzioni, per essere magari affiancate, nel discorso, al concetto di Comune, Provincia, Regione, matrimonio, eredità, famiglia.

E’ proprio dalla riflessione degli anni del nostro Santi Romano che originano, in Italia, con migliore varietà cromatica, e in Germania, con maggiore impeto pur nella monotonia cromatica, i nuovi concetti di “Istituzione” e di “Anstalt”.

Mediante essi è possibile d’ora in poi associare in una discussione comune varie categorie del pensiero, filosofiche, sociologiche, politiche, giuridiche, nella comune consapevolezza che l’Istituzione è qualcosa che vive a cavallo tra il diritto privato e il diritto pubblico, che è qualcosa del diritto pubblico che si estende anche al diritto privato (si pensi agli enti di beneficenza e alle associazioni di volontariato), ma è anche qualcosa di origine privatistica che si estende alla sfera del diritto pubblico (si pensi all’impresa sociale) e alla sociologia e alla psicologia (per esempio, l’istituzione della stampa, l’istituzione educativa, l’istituzione morale, eccetera).

Per farla breve, e non indulgere ad un sussieguo tautologico di certo immeritato, mi chiedo se sia tutta colpa delle Istituzioni se il treno che ho immaginato collegare Siracusa con Lecce, nel gioco-simulazione di giuristrade.it (che mi sforzo di inventare giorno per giorno), ci impieghi più di venti ore o non sia forse che ho sbagliato il filtro di ricerca sul format di output di Trenitalia.

Biagio Lecce

Autore di Giuristrade.it

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