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Lo sai che? Mantenimento: conta più il reddito del marito o della moglie?

Lo sai che? Pubblicato il 2 settembre 2015

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Separazione e divorzio: per la quantificazione dell’assegno di mantenimento bisogna tenere conto della disparità di posizioni economiche tra i coniugi.

Come si calcola l’assegno di mantenimento in caso di separazione o divorzio tra due coniugi? Come abbiamo detto più volte non esistono regole aritmetiche che, per un determinato reddito dell’uno corrisponda un preciso importo a carico dell’altro. È il giudice, secondo il proprio convincimento, a determinarlo. Con l’ovvia conseguenza – per come è disegnato il sistema giudiziario italiano – che ben potrebbe essere che la stessa identica condizione di due coniugi venga giudicata in modo diverso da due magistrati differenti. Così, per esempio, il giudice “A” potrebbe accordare a Tizio un assegno di 500 euro, mentre il giudice “B” potrebbe accordargliene solo 400.

Esistono però delle indicazioni generiche fornite dalla giurisprudenza, sia nel caso di coppia senza figli (leggi “Assegno di mantenimento: come si calcola”), che di coppia con figli (leggi “Mantenimento per i figli: come si calcola?”). Di recente, la Cassazione [1] è tornata sullo stesso tema ribadendo i medesimi criteri già noti. Eccoli di seguito.

Il tenore di vita: scopo primario del mantenimento è di garantire, al coniuge che guadagna di meno rispetto all’altro, lo stesso tenore di vita di cui ha goduto durante il matrimonio.

Indice di tale tenore può essere l’attuale disparità di posizioni economiche tra i coniugi [2].

Non si tiene conto solo dell’effettivo reddito beneficiato dalla coppia durante l’unione, ma anche delle prospettive di aumento nel futuro. Per esempio: se il marito ha svolto un’attività di lavoratore dipendente in attesa di una promozione, l’aumento di grado e del relativo reddito a separazione avvenuta comporterà anche un incremento del mantenimento: è infatti immaginabile che la coppia abbia inizialmente fatto dei sacrifici in vista di un miglioramento futuro delle condizioni economiche. Al contrario, se l’aumento del reddito dipende da fatti sopravvenuti e non attinenti all’attività svolta durante il matrimonio (si pensi a una vincita al gioco o a una nuova attività commerciale), gli incrementi patrimoniali non incideranno sull’assegno di mantenimento.

Le effettive possibilità del coniuge obbligato: non basta affermare astrattamente che il coniuge meno abbiente debba essere mantenuto. È necessario anche verificare se, e in che misura, l’altro coniuge possa permettersi di versare l’assegno. Quindi se quest’ultimo già guadagna 800 euro al mese, è impensabile immaginare che, onde garantire il medesimo tenore di vita all’ex, debba corrispondere più della metà della paga.

Si deve inoltre tenere conto delle nuove spese che il coniuge obbligato potrebbe essere tenuto a sopportare. Si pensi alla consueta ipotesi in cui la casa coniugale venga assegnata alla moglie e, quindi, al marito spetti trovare un nuovo appartamento, con conseguente canone di affitto da versare.

Quantificazione dell’assegno: la Cassazione sottolinea che il giudice non deve necessariamente considerare tutti i parametri di riferimento, potendone valorizzare uno od alcuni [3].

Ecco perché non ha tanto senso chiedersi se “conta di più il reddito del marito o della moglie” nella quantificazione del mantenimento: entrambi devono essere tenuti in considerazione dal giudice nel momento in cui determina l’ammontare dell’assegno.

Assegno di separazione e assegno di divorzio. La Corte chiarisce in ultimo che separazione e divorzio sono autonomi e indipendenti: il che significa che non è detto che quanto liquidato, a titolo di mantenimento, in sede di separazione, venga poi riconfermato in sede di divorzio, tuttavia l’assegno di separazione può a volte costituire elemento utile di valutazione anche per quello di divorzio.

Sempre possibile la revisione: resta la possibilità di chiedere sempre la revisione dell’assegno di mantenimento o divorzile, solo però per fatti sopravvenuti, non già sussistenti al momento della prima decisione del giudice.

note

[1] Cass. sent. n. 17412/15 del 1.09.2015.

[2] Cass. sent. n. 2156/2010.

[3] Cass. sent. n. 16606/2010.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, sentenza 5 maggio – 1 settembre 2015, n. 17412
Presidente Di Palma – Relatore Dogliotti

Fatto e diritto

In un procedimento di divorzio tra M. S. e F. S. la Corte d’Appello di Napoli , con sentenza in data 31/01/2013, confermava la sentenza del Tribunale di Napoli, emessa il 23/11/2011, che poneva a carico del marito assegno di €. 450,00 mensili per la moglie.
Ricorre per cassazione il marito.
Non svolge attività difensiva la moglie.
Non si ravvisano violazioni di legge.
Per giurisprudenza ampiamente consolidata, l’assegno per il coniuge deve tendere al mantenimento del tenore di vita da questo goduto durante la convivenza matrimoniale, e tuttavia indice di tale tenore di vita può essere l’attuale disparità di posizioni economiche tra i coniugi ( Cass. N. 2156 del 2010 ).
E’ bensì vero che separazione e divorzio e rispettivi assegni sono autonomi, indipendenti, e tuttavia l’assegno di separazione può talora costituire elemento utile di valutazione anche per quello di divorzio ( tra le altre, Cass. N. 20582 del 2010 )
In sostanza il ricorrente propone elementi e situazioni di fatto, insuscettibili di controllo in questa sede, a fronte di una sentenza caratterizzata da motivazione adeguata e non illogica. Per gran parte, il ricorrente propone argomentazioni difensive già proposte davanti alla Corte di Appello e da questa rigettate, con motivazione adeguata.
Va altresì precisato che le valutazioni delle prove testimoniali spetta al Giudice del merito, anch’essa insuscettibile di controllo, se , come nella specie la relativa sentenza appare sorretta da motivazione adeguata ( ciò, con particolare riferimento alla deposizione della teste M.).
A differenza di quanto afferma il ricorrente, il giudice a quo ha tenuto conto dei miglioramenti della moglie e della nuova famiglia del marito,disponendo assegno per la moglie stessa nettamente inferiore a quello di separazione. Circa la quantificazione dell’assegno, correttamente il giudice a quo richiama giurisprudenza consolidata di questa Corte ( tra le altre, Cass. N. 16606 del 2010 ) per cui il giudice del divorzio non deve necessariamente considerare tutti i parametri di riferimento, potendone valorizzare uno od alcuni (nella specie, la condizione economica dei coniugi).
Va pertanto rigettato il ricorso.
Nulla sulle spese, non essendosi costituita la controparte.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.
In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere generalità ed atti identificativi, a norma dell’art. 52 D.lgs. 196/03, in quanto imposto dalla legge.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del DPR 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.


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1 Commento

  1. Tutto bello ma solo sulla carta e solo se a richiedere l’assegno è la donna. Ho provato a chiedere io un minimo di assegno ma i giudici hanno detto no (sia primo che secondo grado). Secondo loro non ho diritto perché la differenza di reddito è troppo poco (circa 7.000 euro l’anno!!). Come altra motivazione hanno scritto che non serviva che mi mettevo in par time (sono tunista; a chi avrei dovuto lasciare il figlio alle 5 del mattino??). Poi hanno scritto che mi hanno lasciato la casa coniugale come compensazione (il tribunale di Roma non ammette la compensazione!!). La casa coniugale mi costa circa 1.000 euro l’anno di spese condominiali. Hanno scritto che non ho diritto a nulla.
    Molto belli i vostri articoli ma sono completamente fuori da ogni realtà se non sei una donna. Altro chè tenore di vita…..

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