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Infedeltà: sì alla prova degli sms dell’amante letti di nascosto sul cellulare

6 settembre 2015


Infedeltà: sì alla prova degli sms dell’amante letti di nascosto sul cellulare

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 settembre 2015



Separazione: addebito al coniuge traditore, incastrato dalla testimonianza del figlio che ammette di aver letto i messaggini ricevuti dal padre sul cellulare.

La corrispondenza privata è coperta da privacy e non la può violare neanche un familiare. Al passo coi tempi, la giurisprudenza ha esteso il divieto anche alla corrispondenza telematica: le email, secondo i giudici, hanno lo stesso valore della vecchia busta di carta. Ed evidentemente anche gli sms o i messaggini su whatsapp possono essere considerati una ulteriore forma di corrispondenza del nuovo millennio, da ritenere, del pari, coperta dal segreto e dalla riservatezza.

Una sentenza di un anno fa, emessa dal tribunale di Torino, fece “scandalo” perché ammise, all’interno di un processo per separazione, la prova delle email intercettate (evidentemente in modo illegittimo) dalla moglie nei confronti del marito fedifrago, a prova della sua infedeltà. Il concetto espresso dal giudice fu quello di ritenere valida la prova in sé, a prescindere dal fatto che l’acquisizione della stessa fosse avvenuta in modo illegittimo (leggi “Le violazioni della privacy fanno prova”).

Oggi, al tema della prova sul tradimento, si aggiunge un’interessante sentenza della Corte di Appello di Trento [1]: ad incastrare questa volta l’infedeltà del marito è la testimonianza del figlio – ritenuta ammissibile dai giudici – che ha scoperto, sul cellulare del padre, gli sms dell’amante. La deposizione del ragazzo (maggiorenne) in aula, benché si sia appropriato del telefonino del genitore, è stata ritenuta una valida prova per dimostrare l’illecito comportamento contro i doveri del matrimonio e, così, fondare una pronuncia di addebito. Si legge infatti in sentenza che, in tema di separazione tra coniugi, l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, di norma determina l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza; pertanto essa deve ritenersi, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile.

La presunzione di responsabilità

La Corte offre, poi, un ulteriore e importante chiarimento. È vero che il tradimento fa scattare l’addebito (ossia la responsabilità) per la rottura dell’unione, ma è anche necessario che esso sia stato l’effettiva causa dell’intollerabilità della convivenza e non, piuttosto, la conseguenza di una crisi irreversibile già in atto (in tal caso, nessuna sanzione deriverebbe per il coniuge fedifrago).

Ciò detto, passiamo a vedere come si ripartisce, in tribunale, l’onere della prova: una volta che il coniuge tradito abbia dimostrato l’infedeltà dell’altro, null’altro deve fare perché tale dimostrazione è sufficiente a far presumere al giudice (in modo automatico) che tale tradimento sia stato l’effettiva causa della separazione. All’altro coniuge però è data la possibilità di dimostrare il contrario, ossia che la crisi della coppia si era già consumata in precedenza e che, pertanto, l’infedeltà non era che la conseguenza di ciò: in tal caso, egli evita le sanzioni dell’addebito.

note

[1] C. App. Trento, sent. n. 249/15.

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