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Non è discriminatorio licenziare la colf in stato di gravidanza

5 settembre 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 settembre 2015



Sentenza della Corte di Cassazione che ritiene non applicabile alle collaboratrici domestiche la norma che vieta il licenziamento in caso di gravidanza della lavoratrice.

Un caso molto controverso per tutte le problematiche che comporta è quello della colf/badante che, spesso, viene assunta dalle famiglie proprio per occuparsi dei figli più piccoli o degli anziani di casa, dunque a sostegno degli impegni lavorativi dei genitori-figli.

La richiesta ben comprensibile del datore di lavoro alla collaboratrice domestica è quella di dare stabilità e continuità al rapporto lavorativo data la delicatezza dell’incarico sia nei confronti dei piccoli che degli anziani: cambiare frequentemente colf o badante oltre a creare problematiche di carattere giuridico-economico, produce conseguenze di carattere etico-psicologico-sociale.

Cosa succede dunque al rapporto di lavoro quando la collaboratrice domestica comunica al proprio datore di lavoro la circostanza di essere in gravidanza?

Sotto il profilo della necessità del datore di lavoro di garantire assistenza alla famiglia si apre lo scenario dell’incertezza, non sapendo se e per quanto tempo la collaboratrice potrà continuare nello svolgimento delle proprie incombenze; dal punto di vista della collaboratrice vi è altrettanta incertezza in quanto anche essa stessa non è in grado a priori di conoscere come sarà il proprio stato di salute durante la gravidanza e se riuscirà a mantenere gli impegni assunti con il datore di lavoro.

D’altronde il datore di lavoro inteso come famiglia non potrebbe permettersi, economicamente, un lungo mantenimento contemporaneo di due collaboratori domestici (uno al lavoro ed uno a casa in maternità) per la stessa incombenza.

I collaboratori domestici sono soggetti a disposizioni di legge [1] che, nonostante siano mutate nel tempo [2], hanno sempre mantenuto l’esclusione esplicita dal divieto di licenziamento, del rapporto lavorativo instaurato col datore “famiglia”.

Negli ultimi venti anni si sono create due correnti di pensiero diverse: cioè quella che si basa sul tenore letterale della norma e consente il licenziamento; quella all’opposto basata su una interpretazione costituzionalmente orientata di una delle norme [3] che si sono stratificate nel tempo, che vieta il licenziamento nel caso di gravidanza.

Interviene ora la Cassazione [4] e con buona pace degli interpreti, spesso schierati dalla parte del giuslavorismo più restrittivo, quello emergente nelle circolari degli organi previdenziali, quali INPS e Ispettorato del Lavoro, dichiara invece che, per legge, in ambito domestico, non è vietato licenziare la lavoratrice in stato di gravidanza.

Pertanto, non essendo vietato il licenziamento per detto motivo, non può essere discriminatorio licenziare la collaboratrice domestica, che non potrà agire per il risarcimento del danno conseguente a detta presunta discriminazione.

Rimane salva la disciplina applicabile al licenziamento senza giusta causa, limitatamente agli effetti economici che esso produce sul rapporto di lavoro domestico.

note

[1] L. 339/58 e Codice civile – artt. 2240 -2246

[2] L. 1204/71 – art. 1 co. 3 e D.Lgs. 151/01 – art. 62 co. 1

[3] L. 1024/71

[4] Cass. sent n. 17433/2015


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1 Commento

  1. ecco ..già a metetre sta foto dimostra quanto sono meschini i maschi,,,La colf è una lavoratrice e non una donna che deve soddisfare il marito della famiglia che l’ha assunta,,,,mettete una foto decente ,Sxxxxzi

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