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Cartelle Equitalia: pignoramento nullo se c’è istanza di sospensione

6 settembre 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 settembre 2015



La Legge di Stabilità 2013 prevede che il contribuente possa depositare un’istanza di sospensione delle cartelle esattoriali, qualora vi siano motivi fondati della non debenza delle imposte iscritte a ruolo, alla quale l’ente impositore deve rispondere entro un termine perentorio, pena l’illegittimità degli atti.

Chi deposita un’istanza di sospensione della cartella esattoriale di Equitalia, presso lo sportello dell’Agente di riscossione, non può subire né pignoramenti, né ipoteche o fermi auto: questo perché l’istanza sospende, di diritto e in via automatica, la procedura di riscossione. In tal caso, il ricorso contro gli atti di Equitalia è più che legittimo. Ma procediamo con ordine.

La legge [1] prevede che il contribuente possa presentare a Equitalia, entro 90 giorni dalla notifica della cartella esattoriale (o meglio, del primo atto di riscossione o di un qualsiasi atto della procedura cautelare od esecutiva), una istanza di sospensione della cartella stessa e dell’atto ad essa presupposto (per esempio, l’accertamento di Equitalia, una richiesta di bollo auto da parte della Regione, ecc.).

Ricevuta l’istanza (il cui modello di scarica anche dal sito dell’Agente della riscossione), Equitalia deve inviare l’atto all’ente impositore (titolare, cioè, del tributo) per la verifica delle ragioni addotte dal contribuente, sospendendo provvisoriamente la riscossione, fino a quando l’ente interessato non comunichi formale risposta sulle motivazioni del contribuente.

La mancata risposta al contribuente, entro 220 giorni dal deposito della sua istanza di annullamento, comporta l’automatica accettazione: in pratica il silenzio viene considerato “assenso”.

La CTP di Milano [2], recentemente, ha stabilito che qualora la risposta dell’ente impositore non giunga entro il termine perentorio di 220 giorni, gli atti emessi sono illegittimi e dunque devono essere annullati.

La particolarità del caso merita attenzione, soprattutto in relazione alla richiesta di annullamento degli atti presupposti alle cartelle, cioè degli avvisi di accertamento presuntivamente già definiti.

Infatti il contribuente può depositare, entro 90 giorni dalla notifica, istanza di annullamento, sia contro le cartelle esattoriali emesse da Equitalia sia contro gli avvisi di accertamento emessi dagli enti impositori.

Se l’ente impositore non risponde nei termini ed Equitalia notifica comunque l’inizio della procedura cautelare con l’avviso di iscrizione di ipoteca, il contribuente può legittimamente impugnare quest’ultimo atto riaprendo, di fatto, la procedura sin dal suo inizio.

Nel caso specifico il contribuente ha impugnato questo ultimo atto e la CTP di Milano si è pronunciata in suo favore dichiarando illegittimi gli atti emessi, sia dalla Agenzia delle Entrate che da Equitalia.

Nel caso di accertamenti definiti o non impugnati questa procedura, a condizione di avere ovviamente motivazioni valide per opporsi al contenuto della pretesa tributaria, diventa di assoluto e prioritario interesse nell’economia della difesa, pur dovendo sperare nella inerzia dell’Amministrazione Finanziaria.

Insomma uno strumento da tenere in attenta considerazione.

Ad esso si abbina la procedura da avviare per far constare la eventuale prescrizione o decadenza dell’azione accertativa o esecutiva.

Con quest’ultima il contribuente che ritenga che le cartelle esattoriali siano prescritte o che i diritti impositivi siano decaduti può procedere a chiedere, in autotutela, agli enti impositori, di constatare la avvenuta prescrizione o la decadenza e, di fronte al silenzio-rifiuto o al rigetto dell’istanza, ad impugnare nelle sedi competenti il rigetto o il rifiuto tacito, al fine di far proclamare con sentenza i fatti sopra descritti.

note

[1] Legge n. 228/2012 art. 1 co. 537 e segg.

[2] CTP Milano sent. n. 5667/40/15 del 23.6.2015.

Autore immagine: 123rf com


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