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Causa di anatocismo alla banca: conviene?


Causa di anatocismo alla banca: conviene?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 settembre 2015



Restituzione degli interessi percepiti sul finanziamento/mutuo: costi e tempi, come si calcola la prescrizione e le somme da ottenere in restituzione, vantaggi e svantaggi di un business per le professioni.

È tornato di moda il filone di cause contro “l’anatocismo” delle banche: e questo, da un lato, grazie alla legge di stabilità del 2013 che lo ha espressamente vietato a partire dal 2014 [1], dall’altro per via di numerose sentenze che hanno riconosciuto piena efficacia a detta norma, benché formalmente subordinata all’adozione di un decreto attuativo da parte del Cicr, provvedimento ad oggi non ancora emesso. Insomma, sulla scia della sentenza di quest’anno del Tribunale di Milano – che, in questo, ha fatto da apripista – ora diversi giudici stanno sposando il medesimo orientamento e ordinando alle banche la restituzione degli interessi maggiorati (per un sunto della questione leggi “Anatocismo: il punto della situazione”).

Così è di nuovo un rifiorire di studi tecnici pronti a vendere consulenze sull’anatocismo, a effettuare calcoli sulle somme da rimborsare o a difendere, in tribunale, con compensi (a volte) a percentuale, i clienti delle banche.

Ma è davvero conveniente una causa di anatocismo? Come fare a stabilire se si otterrà davvero un vantaggio economico, tale cioè da giustificare il rischio di un giudizio con tutte le incertezze che esso comporta? Ogni giudice ha il proprio orientamento e non è sempre possibile anticipare gli esiti della causa: il precedente – che provenga dal Tribunale di Milano o dalla Cassazione, non è vincolante, e nessuno, quindi, potrà dire come il giudice interpreterà la novità legislativa.

Cerchiamo, almeno, in questa sede, di fornire le principali risposte ai quesiti dei titolari di conti correnti o di mutui.

 

Cos’è l’anatocismo?

L’anatocismo è l’applicazione degli interessi (relativi a un debito con la banca) sugli interessi già maturati e non corrisposti in precedenza.

Così, ad esempio, se Tizio ha chiesto un prestito di 1.000 euro e il primo trimestre gli interessi ammontano a 50 euro (il 5%), il calcolo degli interessi per il trimestre successivo, se effettuato con il metodo dell’anatocismo, avrà come base non più 1.000, ma 1.050. E quindi i successivi interessi non saranno di nuovo 50 euro, bensì 52,50 (il 5% di 1.050). E così via, di trimestre in trimestre, gli interessi crescono, e con essi il debito del correntista. Si dice, quindi, che gli interessi non pagati diventano capitale (o anche “capitalizzazione degli interessi”).

L’anatocismo può scattare negli scoperti di conto corrente (per es.: se Tizio ha prelevato dal conto più di quanto vi ha versato) o nelle aperture di credito, comunemente dette “fidi” (se il cliente utilizza più della somma a sconfinamento concessagli dalla banca), nel pagamento delle rate del mutuo, nell’utilizzo delle carte revolving.

Cosa fare in presenza di anatocismo?

La prima cosa da fare è verificare se, effettivamente, sul proprio conto corrente risultano conteggiati gli “interessi sugli interessi”. Per fare questo bisogna innanzitutto procurarsi gli estratti conto dalla propria banca degli ultimi 10 anni (potrebbe essere richiesto un pagamento per quelli più datati). La documentazione andrà poi portata a un consulente (di norma, i commercialisti sono dotati dei necessari software per il calcolo) degli estratti conti a scalare trimestrali, su cui vengono addebitate tutte le competenze trimestrali.

Se dall’analisi si evince di essere in presenza di anatocismo, la prima cosa da fare è inviare una raccomandata alla banca con cui le si chiede la restituzione del “maltolto”.

La diffida, che potrà inviare tanto il cliente, quanto il suo avvocato, interromperà i termini di prescrizione. Pertanto, l’invio della raccomandata è ancora più importante se il conto corrente è stato chiuso.

Il gradino successivo è quello della causa in tribunale. La legge prescrive prima l’obbligo di tentare la mediazione, un procedimento volto a trovare un accordo con la controparte, che deve avvenire con la necessaria e contemporanea presenza tanto dell’avvocato quanto del suo assistito. Il primo incontro non si paga, salvo le spese vive documentate e il contributo per l’avvio della pratica (poche decine d’euro).

Qui le possibili vie che si profilano sono le seguenti:

– se la banca non si presenta o se al primo incontro non si trova un accordo, la parte è libera di iniziare la causa in tribunale, dovendo così anticipare il costo del contributo unificato, le spese di notifica e i bolli (e, naturalmente, le competenze del proprio difensore);

– se invece le parti decidono di proseguire gli incontri, alla ricerca di una soluzione, all’esito degli incontri (tanto che si raggiunga una soluzione, quanto no) sarà dovuto il compenso al mediatore.

In alternativa al ricorso in tribunale e alla stessa mediazione è possibile intraprendere un giudizio presso l’ABF, l’arbitro delle questioni insorte tra cittadini e banche, il cui costo è estremamente basso e presenta tempi piuttosto celeri.

È possibile iniziare una causa per anatocismo anche se il conto è chiuso?

Anche se il conto è stato estinto si può sempre intentare un’azione legale per anatocismo, purché non sia decorso il termine di prescrizione di 10 anni.

Quanto costa una causa per anatocismo?

Innanzitutto, come detto, ci sono le tasse da pagare: il contributo unificato (che varia a seconda del valore della causa: da un minimo di 43 euro a un massimo di oltre 1.686 euro – importi che vengono periodicamente aggiornati), il bollo (da 27 euro), le spese di notifica della citazione (poche decine di euro), il costo del consulente per la perizia iniziale (qualche centinaio di euro, a seconda dello studio).

Nel corso del giudizio, il magistrato potrebbe (ma non è detto) addebitare sull’attore l’anticipo da pagare al consulente tecnico d’ufficio (CTU) per la perizia ufficiale.

È bene, quindi, verificare che le somme da recuperare abbiano una certa consistenza. L’anatocismo su un eventuale passivo di qualche settimana di circa 1.000 euro, per esempio, corrisponderebbe a pochi centesimi di euro. In un caso come questo, quindi, sarebbe inutile accollarsi l’onere delle spese legali. Però, va anche ricordato che in caso di vittoria con molta probabilità il giudice accollerà alla controparte tutte le spese processuali. Che, non poche volte, però, incamera l’avvocato. Attenzione quindi al contratto professionale con quest’ultimo.

Quanto tempo ho per iniziare la causa? Qual è la prescrizione?

Il termine di prescrizione per proporre un’azione per la restituzione delle somme trattenute indebitamente è di 10 anni, che si calcolano dalla data di chiusura del conto corrente (nell’ipotesi i cui i versamenti abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista). Se il conto è stato chiuso da meno di 10 anni l’azione si può proporre anche se gli interessi sono stati applicati in un passato molto lontano (in ogni caso prima del 2000), perché la giurisprudenza considera le operazioni bancarie di conto corrente come un unico rapporto giuridico, che però si estingue con la chiusura del conto. Se il conto, invece, non è stato chiuso, è sempre possibile intentare la causa di anatocismo.

Posso fare contemporaneamente una causa per anatocismo e per usura?

Certamente è possibile inserire, nella stessa domanda processuale, sia la contestazione sulla capitalizzazione degli interessi (anatocismo) che per tassi usurai. L’usura scatta se il costo globale del mutuo – interessi compresi – supera i limiti fissati dalla legge: anche in tal caso è necessario il supporto di un professionista.

La natura usuraria degli interessi va accertata con riferimento ai valori determinati dal decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze in vigore all’epoca della pattuizione, il tutto da aumentare della metà, così da raggiungere il tasso-soglia [2].

Per quali periodi si può fare la causa di anatocismo?

La giurisprudenza ha avuto diverse fasi in tale materia:

fino al 1.07.2000: l’anatocismo è stato considerato vietato e pertanto è possibile chiedere la restituzione delle somme alla banca a condizione che non sia intervenuta la prescrizione;

dal 1.07.2000 al 1.01.2014: l’anatocismo è stato considerato lecito a condizione che la banca l’abbia applicato tanto sugli interessi passivi (quindi a svantaggio del correntista), quanto sugli interessi attivi (quindi a vantaggio del correntista e a svantaggio della banca);
dal 1.01.2014: la giurisprudenza è divisa: come detto in apertura, alcuni Tribunali ritengono che da quella data operi un divieto assoluto di capitalizzazione degli interessi (Milano); altri invece ritengono che si debba aspettare la nuova delibera del Cicr, attualmente in consultazione (Torino).

Per il futuro varranno le stesse regole?

Il Cicr, nel frattempo, sta lavorando alla bozza del decreto attuativo. Se dovesse essere confermata la prima stesura, l’anatocismo sarà tendenzialmente vietato, salvo in caso di capitalizzazione degli interessi scaduti da almeno 60 giorni dalla ricezione dell’estratto conto annuale. Se infatti tali interessi non saranno pagati con una rimessa sul conto corrente, il contratto potrà prevedere il relativo addebito sul conto, con conseguente capitalizzazione e produzione di nuovi interessi. Insomma, un tendenziale passo indietro rispetto al divieto di anatocismo (leggi “Le banche stanno per reintrodurre l’anatocismo”).

LA PRESCRIZIONE

La prescrizione per agire contro la banca è di dieci anni, che decorre, nell’ipotesi i cui i versamenti abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, non dalla data di annotazione in conto di ogni singola posta d’interessi illegittimamente addebitati, ma dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto.

note

[1] Il secondo comma dell’articolo 120 del Testo Unico Bancario così riformato recita che «il Cicr stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria», ma in ogni caso deve essere assicurata la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori, sia creditori e gli interessi periodicamente capitalizzati non possono produrre interessi ulteriori calcolati esclusivamente sulla sorte capitale nelle successive capitalizzazioni.

[2] Così come previsto dall’art. 2 della legge 108/1996.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 10 febbraio – 24 marzo 2014, n. 6857
Presidente Salme’ – Relatore Didone

Svolgimento del processo

1.- Nell’aprile 1996 La Meridiana s.r.l. e P.G. opposero il decreto ingiuntivo che la Cassa di Risparmio di Savona aveva ottenuto nei confronti della società e del P. medesimo, quale fideiussore, per la somma di lire 1.267.776.422, importo pari allo scoperto del conto corrente intestato alla società e agli interessi successivamente maturati sul medesimo. Gli opponenti dedussero la nullità della clausola del contratto di conto corrente diretta a disciplinare la misura degli interessi passivi, la nullità delle previsioni inerenti alla capitalizzazione di tali interessi, la illegittimità della applicazione della commissione di massimo scoperto, nonché la nullità del contratto di fideiussione concluso dal P. per indeterminabilità dell’oggetto; in via riconvenzionale chiesero che la Cassa fosse condannata a rifondere quanto corrispostole per interessi ultra legali, oltre interessi e rivalutazione monetaria.
La Cassa si costituì chiedendo il rigetto della opposizione. In esito ad istruzione essenzialmente documentale il Tribunale adito, pronunciando con sentenza non definitiva, revocò il decreto, dichiarò la nullità della clausola n. 7 del contratto di conto corrente, rimise la causa in istruttoria per il prosieguo con separata ordinanza dando corso a consulenza tecnica volta ad accertare l’ammontare della somma dovuta. Il primo giudice preliminarmente osservò che le contestazioni mosse dagli opponenti, quanto all’effettività della produzione in giudizio degli estratti del conto corrente in questione ad opera della banca, erano generiche ed intempestive e non valevano ad escludere che la ricorrente avesse, a suo tempo, adempiuto al proprio onere probatorio producendo gli estratti, specie ove si fosse considerato che alla udienza nella quale a verbale si era dato atto della relativa produzione da parte della Cassa, la controparte non aveva formulato eccezioni di sorta in merito, chiedendo anzi in una successiva memoria che fosse disposta consulenza tecnica sui documenti prodotti ex adverso.
Aggiunse che la incontestabilità delle risultanze del conto conseguente alla tacita approvazione del medesimo si riferiva agli accrediti ed addebiti nella loro realtà documentale, ma non impediva la contestazione della validità ed efficacia dei rapporti obbligatori sottostanti dai quali essi derivavano e che, sulla scorta di detti principi, occorreva considerare che il credito esposto dalla Cassa nel ricorso monitorio derivava dalla applicazione di una clausola, quale la n. 7 del contratto di conto corrente, che regolava il tasso di interesse passivo, nulla per indeterminatezza ed indeterminabilità dell’oggetto, giacché il rinvio alle condizioni usualmente applicate sulla piazza ivi contenuto non conteneva un criterio di determinazione del tasso idoneo a soddisfare l’interesse tutelato dalla legge. Aggiunse che il credito della opposta azionato rappresentava il saldo di un conto corrente nell’ambito del quale la banca aveva applicato la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi in forza di una clausola contrattuale (la medesima clausola 7) che il S.C. aveva recentemente dichiarato fondata su di un uso negoziale e non normativo, e contraria alle previsioni dell’art. 1283 c.c. che regolano l’anatocismo. Tanto premesso, affermò che il credito della ricorrente andava individuato applicando al rapporto il tasso di interesse legale ed espungendo la capitalizzazione trimestrale degli interessi senza prevedere ed applicare alcuna diversa modalità di capitalizzazione.
Poiché gli estratti prodotti dalla Cassa documentavano le sorti del rapporto solo a partire dal 1/1/1980 allorquando il conto presentava uno scoperto pari ad oltre 200 milioni di lire e il difetto di antecedente documentazione rendeva impossibile ricostruire le operazioni che si erano svolte in precedenza, il credito della banca avrebbe dovuto essere quantificato omettendo di considerare il saldo iniziale passivo risultante dai primo estratto conto prodotto, considerando il rapporto come sorto il 1/1/1980. Sulla scorta di dette affermazioni, revocato il decreto, dispose la rimessione della causa in istruttoria per l’espletamento della consulenza contabile, riservando al definitivo il regolamento delle spese.
Con la sentenza impugnata (depositata il 4.5.2007) la Corte di appello di Genova, in parziale riforma della decisione del Tribunale, ha dichiarato che gli interessi passivi dovuti dalla correntista alla Cassa di Risparmio di Savona sono capitalizzabili annualmente, respingendo i residui motivi di appello e, per quanto ancora interessa, ritenendo inammissibile, perché nuova, la richiesta di applicazione dei tassi previsti dall’art. 117 T.U. n. 385/1993.
1.1.- Contro la sentenza di appello la s.p.a. Cassa di Risparmio di Savona ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi.
Resistono con controricorso la s.r.l. La Meridiana e P.G. .
Nel termine di cui all’art. 378 c.p.c. parte ricorrente ha depositato memoria.

Motivi della decisione

2.1.- Con il primo motivo di ricorso la banca ricorrente denuncia vizio di motivazione e violazione degli artt. 117 e 161 T.U. 385/1993. Deduce che nel richiedere l’applicazione dell’art. 161 del T.U. del 1993 e dell’art. 117 del D.L. 385/93 non ha proposto, invero, alcuna eccezione nuova, ma ha semplicemente rivolto una mera sollecitazione al Giudice il quale deve e doveva rilevare d’ufficio la mancanza di prova dei fatti posti a base dell’eccezione del convenuto atteso che, a sensi dell’art. 2697 cod. civ., chi vuoi far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento (Cass. 3/7/2003 n. 10475).
Formula, ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., applicabile ratione temporis, i seguenti quesiti: “1) la motivazione è completamente contraddittoria e/o omessa laddove non ha deciso sull’applicabilità delle norme di legge di cui agli artt. 161 e 117 del T.U. del 1993 n. 385;
2) qualora la parte invochi l’applicazione dell’art. 117 del T.U. n. 385 del 1993 e quindi l’applicazione delle condizioni pubblicizzate per le corrispondenti categorie di operazioni e servizi, in tal caso le condizioni stesse si applicano dalla data di entrata in vigore del D.L. 1/9/93 n. 385 in avanti (e cioè per l’avvenire) e non già per il periodo precedente in cui è stato stipulato il contratto. Una diversa interpretazione dell’art. 161, 6 comma del T.U. del 1993 contrasterebbe infatti con l’art. 3 della Costituzione e contratti identici nel contenuto (per esempio, riportanti entrambi la clausola relativa al rinvio alle “condizioni di piazza”) troverebbero disciplina completamente diversa soltanto perché stipulati prima o dopo il T.U. 385/1993.
2.1.1.- Il motivo è inammissibile perché la Corte di appello ha ritenuto nuova e, quindi, inammissibile la questione posta dalla ricorrente, talché la stessa avrebbe dovuto denunciare ai sensi dell’art. 360 n. 4 c.p.c. la nullità di tale capo della sentenza. Le Sezioni unite hanno di recente ribadito, in una fattispecie analoga, che “il ricorso per cassazione, avendo ad oggetto censure espressamente e tassativamente previste dall’art. 360, primo comma, cod. proc. civ., deve essere articolato in specifici motivi riconducibili in maniera immediata ed inequivocabile ad una delle cinque ragioni di impugnazione stabilite dalla citata disposizione, pur senza la necessaria adozione di formule sacramentali o l’esatta indicazione numerica di una delle predette ipotesi. Pertanto, nel caso in cui il ricorrente lamenti l’omessa pronuncia, da parte dell’impugnata sentenza, in ordine ad una delle domande o eccezioni proposte, non è indispensabile che faccia esplicita menzione della ravvisabilità della fattispecie di cui al n. 4 del primo comma dell’art. 360 cod. proc. civ., con riguardo all’art. 112 cod. proc. civ., purché il motivo rechi univoco riferimento alla nullità della decisione derivante dalla relativa omissione, dovendosi, invece, dichiarare inammissibile il gravame allorché sostenga che la motivazione sia mancante o insufficiente o si limiti ad argomentare sulla violazione di legge” (Sez. U, Sentenza n. 17931 del 24/07/2013). Vizio di motivazione e violazione di legge – appunto – denunciati dalla ricorrente. Infine, l’inammissibilità del primo motivo rende irrilevante la questione di legittimità costituzionale, prospettata dalla ricorrente, dell’art. 161 del d.lgs. 1 settembre 1993, n. 385, in riferimento all’artt. 3 della Costituzione, peraltro manifestamente infondata (cfr. Corte cost., ordinanza n. 338 del 2009).
2.2.- Con il secondo motivo la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 100 c.p.c. e vizio di motivazione.
Formula il seguente quesito: “In riferimento all’art. 366 bis c.p.c. si fa presente che la Corte ha completamente ignorato la questione della mancanza di interesse da parte degli opponenti a richiedere la ripetizione di somme oltre il 1986, con conseguente giudizio completamente diverso e che qualora il convenuto eccepisca la mancanza di interesse dell’attore a proporre una determinata domanda, la relativa eccezione è rilevabile anche d’ufficio in qualsiasi stato e grado del processo”.
2.2.1.- Il motivo è infondato perché muove dal presupposto erroneo che il termine prescrizionale decorra nel corso del rapporto di conto corrente anziché – come puntualizzato dalle Sezioni unite – dalla chiusura del rapporto: “l’azione di ripetizione di indebito, proposta dal cliente di una banca, il quale lamenti la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici maturati con riguardo ad un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, è soggetta all’ordinaria prescrizione decennale, la quale decorre, nell’ipotesi in cui i versamenti abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, non dalla data di annotazione in conto di ogni singola posta di interessi illegittimamente addebitati, ma dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto, in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati. Infatti, nell’anzidetta ipotesi ciascun versamento non configura un pagamento dal quale far decorrere, ove ritenuto indebito, il termine prescrizionale del diritto alla ripetizione, giacché il pagamento che può dar vita ad una pretesa restitutoria è esclusivamente quello che si sia tradotto nell’esecuzione di una prestazione da parte del solvens con conseguente spostamento patrimoniale in favore dell’accipiens” (Sez. U, Sentenza n. 24418 del 02/12/2010).
Il ricorso deve essere rigettato. Le spese del giudizio di legittimità – nella misura liquidata in dispositivo seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente alle spese del giudizio di legittimità liquidate in Euro 8.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi.

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3 Commenti

  1. Mi interessa sapere, nonostante molti che scrivono per questo sito siano degli avvocati, come mai, come in questo articolo, tra le spese che dovrebbe affrontare un cittadino, per introitare una causa, non sono menzionate quelle per il pagamento del legittimo acconto sugli onorari all’avvocato…

  2. Il termine di prescrizione di 10 anni decorre dalla data di chiusura del conto solo per quanto riguarda i pagamenti di natura “ripristinatoria”, mentre per i pagamenti di natura “solutoria” la prescrizione decorre dalla data del pagamento. Meglio precisare.

  3. E’ un fatto molto brutto e anche distruttivo Anatocismo Bancario
    Io per l’Anatocismo Bancario mi hanno rovinato.

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