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Lo sai che? Assegno di mantenimento: le indagini sul reddito del coniuge

Lo sai che? Pubblicato il 7 settembre 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 7 settembre 2015

Separazione e divorzi: la delega delle indagini alla polizia tributaria è a discrezione del giudice.

Quando si tratta di stabilire se un coniuge possa o meno mantenere l’altro dopo la separazione o il divorzio, il giudice è tenuto a valutare le prove offerte, durante il processo, dall’ex che chiede detto assegno; ma, se le ritiene insufficienti per farsi un’idea concreta, potrebbe delegare delle ulteriori indagini alla polizia tributaria. Non è, però, tenuto a farlo e, anzi, ben potrebbe emettere la sentenza sulla base del materiale probatorio in atti. Lo ha chiarito una recente sentenza della Cassazione [1]. Ma procediamo con ordine.

Abbiamo già visto quali sono i criteri in base ai quali il giudice fissa l’ammontare dell’assegno di mantenimento o di divorzio (leggi “Conta più il reddito del marito o della moglie?”). Tra essi, il principale peso è attribuito

– da un lato, allo scarso reddito del beneficiario (di norma, la moglie) che non gli consente di mantenere lo stesso tenere di vita goduto durante il matrimonio;

– dall’altro l’effettiva possibilità economica del coniuge onerato di garantire il mantenimento dell’altro: è chiaro che non ha senso affermare che alla moglie spetti un mantenimento di mille euro per continuare ad avere lo stesso stile di vita che aveva quando viveva insieme al marito, se lo stipendio di quest’ultimo arriva appena a mille euro.

Insomma, il modo migliore per farsi un’idea di come il giudice effettua il calcolo è pensare a una bilancia: su un piatto mette il reddito della moglie e sull’altro pone quello del marito, dal quale però decurta tutte le spese necessarie alla sua sopravvivenza (come l’affitto per un nuovo appartamento dove andare a vivere, se la causa è stata assegnata alla moglie). Lo scopo di tale operazione è quella di eliminare tutte le sproporzioni di reddito esistenti tra i due.

Il problema, però, come anticipato, sorge laddove il reddito del marito sia composto da diverse voci e non da quelle di lavoro dipendente, facilmente individuabili. Si pensi a un uomo che abbia diverse proprietà immobiliari, alcune di queste date in affitto; che detenga azioni, obbligazioni e un cospicuo patrimonio mobiliare che gli frutti in termini di rendite e interessi; o ancora al libero professionista la cui dichiarazione dei redditi sia decisamente inferiore rispetto all’effettivo reddito percepito.

Ebbene, in questi casi, la legge prevede [2] che il giudice possa chiedere alla polizia tributaria di effettuare le ulteriori indagini necessarie per accertare, concretamente, le possibilità economiche del coniuge che dovrà versare il mantenimento.

Con la sentenza in commento, tuttavia, la Cassazione ha precisato che, tutte le volte in cui il giudice del merito ritenga già provata l’insussistenza di redditi da parte del coniuge obbligato, può direttamente procedere al rigetto della domanda di mantenimento, anche senza avere prima disposto accertamenti d’ufficio attraverso la polizia tributaria. Infatti, tali accertamenti non possono avere una valenza esplorativa, non possono, cioè, sostituire quello che è un onere tipico delle parti: quello della raccolta delle prove ai fini della decisione. La dimostrazione dei propri diritti spetta ai soggetti coinvolti nella causa e non può essere delegata agli ausiliari del giudice. La polizia tributaria potrebbe allora fungere da sola integrazione tutte le volte in cui la parte richiedente non sia riuscita, per proprie impossibilità, a procurarsi la prova dei propri “sospetti” sui redditi dell’ex.

Dunque, il conferimento dell’incarico alla polizia tributaria rientra nella discrezionalità del giudice; non si tratta di un adempimento obbligatorio, imposto a semplice istanza di parte. È necessario comunque che il giudice abbia valutato come superflua tale indagine, per via dei dati istruttori già acquisiti e ritenuti sufficienti all’emissione della sentenza.

Lo stesso principio era già stato affermato da una sentenza della Suprema Corte di qualche anno fa [3]: in tema di determinazione dell’assegno di mantenimento in sede di divorzio, l’esercizio del potere del giudice che, può disporre — d’ufficio o su istanza di parte — indagini patrimoniali avvalendosi della polizia tributaria, costituisce una deroga alle regole generali sull’onere della prova; pertanto l’esercizio di tale potere discrezionale non può sopperire alla carenza probatoria della parte onerata, ma vale ad assumere, attraverso uno strumento a questa non consentito, informazioni integrative del “bagaglio istruttorio” già fornito, incompleto o non completabile attraverso gli ordinari mezzi di prova. Pertanto la relativa istanza avanzata dalla parte e la contestazione di parte dei fatti incidenti sulla posizione reddituale del coniuge tenuto al predetto mantenimento devono basarsi su fatti specifici e circostanziati.

Il diniego del giudice a valersi della polizia tributaria deve essere collegato a una valutazione sulla superfluità dell’iniziativa per ritenuta sufficienza dei dati istruttori acquisiti [4].

note

[1] Cass. sent. n. 14050 del 7.07.2015.

[2] Art. 5, comma 9, della legge n. 898 del 1970.

[3] Cass. sent. n. 2098 del 28.01.2011.

[4] Cass. sent. n. 11415 del 22.05.2014.

Autore immagine: 123rf com


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