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No lavori di pubblica utilità se provochi l’incidente in stato di ebbrezza

7 settembre 2015


No lavori di pubblica utilità se provochi l’incidente in stato di ebbrezza

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 settembre 2015



Anche senza persone o veicoli coinvolti, il lavori utili vengono negati per il solo fatto che il conducente in stato di ebbrezza abbia provocato l’incidente.

Basta aver semplicemente provocato un incidente stradale, senza bisogno che siano rimaste coinvolte persone o mezzi, per negare al conducente beccato in guida in stato di ebbrezza i lavori di pubblica utilità al posto del carcere. Lo ha chiarito la Cassazione con una recente sentenza [1].

Ricordano, infatti, i giudici che nella definizione di incidente rientra qualsiasi avvenimento inatteso che, interrompendo il normale svolgimento della circolazione stradale, possa provocare pericolo alla collettività: non rileva, quindi, che siano rimasti coinvolti terzi o altri veicoli [2].

Tale circostanza – ossia l’aver semplicemente provocato un incidente, nella definizione generale appena indicata – è di ostacolo alla richiesta dei lavori di pubblica utilità.

Ciò perché la legge intende punire più gravemente qualsiasi turbativa delle corrette condizioni di guida, in quanto ritenuta potenzialmente idonea a porre in pericolo l’incolumità personale dei soggetti e dei beni coinvolti nella circolazione a causa della strutturale pericolosità connessa alla circolazione dei veicoli che richiedono una particolare abilitazione alla guida [3].

note

[1] Cass. sent. n. 35976/15 del 4.09.2015.

[2] Cass. sent. del 6.12.2012.

[3] C. Cost. sent. n. 247/2013.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. Feriale Penale, sentenza 25 agosto – 4 settembre 2015, n. 35976
Presidente Bianchi – Relatore Caputo

Ritenuto in fatto

Con sentenza deliberata il 20/03/2015, la Corte di appello di Bologna ha confermato la sentenza del Tribunale di Bologna del 18/07/2013, che aveva dichiarato P.R. responsabile del reato di cui all’art. 186, commi 2, lett. c), 2 bis e 2 sexies, c.d.s., alla pena di giustizia, nonché alla sospensione della patente di guida per anni 1 e mesi 6.
Avverso l’indicata sentenza della Corte di appello di Bologna ha proposto ricorso per cassazione P.R. , attraverso il difensore avv. S. Chesi, denunciando – nei termini di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173, comma 1, disp. att. cod. proc. pen. – erronea applicazione della legge penale. L’esclusione dell’applicabilità del lavoro di pubblica utilità nei casi in cui il conducente abbia provocato un incidente non può essere riferita ai casi in cui l’incidente abbia provocato danni alle sole cose ovvero il problema alla circolazione stradale sia stato inesistente o trascurabile, interpretazione, questa, accolta nella giurisprudenza di merito. Le conseguenze collegate ad una determinata circostanza aggravante non possono operare quando la circostanza stessa sia risultata soccombente nel giudizio di comparazione. Nel caso di specie, la circostanza aggravante di cui al comma 2 bis dell’art. 186 c.d.s. non andava applicata in quanto il ricorrente è stato trovato fermo sulla corsia di emergenza all’interno della propria auto e non sono stati accertati segni di incidente sul guard-rail, né vi sono state auto coinvolte o danni fisici per il conducente; la circostanza comunque non ha trovato in concreto applicazione, non essendo stata revocata la patente, la cui sospensione poteva essere contenuta nella misura di un anno.

Considerato in diritto

Il ricorso è inammissibile.
Le doglianze relative alla sussistenza, nel caso di specie, della circostanza aggravante di cui al comma 2 bis dell’art. 186 c.d.s. sono manifestamente infondate. La Corte di merito ha dato atto della collisione, causata dallo stato di ebbrezza dell’imputato, con il guard-rail della tangenziale, così argomentando circa la configurabilità della circostanza in esame in termini coerenti con la giurisprudenza di legittimità: in una fattispecie analoga a quella in esame, questa Corte, affermando la riconducibilità nella nozione di incidente stradale anche dell’urto del veicolo contro un ostacolo, ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di appello ha ritenuto lo sbandamento di un’auto ed il conseguente urto contro il guard-rail circostanze idonee ad integrare la nozione di incidente ai fini della sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 186, comma 2 bis, c.d.s. (Sez. 4, n. 42488 del 19/09/2012 – dep. 31/10/2012, Pititto, Rv. 253734). La sussistenza dell’aggravante rende manifestamente infondata la doglianza relativa alla durata della sospensione della patente di guida.
Del pari manifestamente infondate sono le doglianze che censurano l’omessa sostituzione della pena irrogata con il lavoro di pubblica utilità sulla base delle connotazioni, nel caso di specie, dell’incidente provocato dall’imputato: al riguardo, la Corte di merito ha fatto buon governo del principio di diritto in forza del quale, in tema di guida in stato di ebbrezza, la condizione preclusiva per la sostituzione della pena detentiva e pecuniaria con il lavoro di pubblica utilità è costituita dall’aver provocato un incidente inteso come qualsiasi avvenimento inatteso che, interrompendo il normale svolgimento della circolazione stradale, possa provocare pericolo alla collettività, senza che assuma rilevanza l’avvenuto coinvolgimento di terzi o di altri veicoli (Sez. 4, n. 47276 del 06/11/2012 – dep. 06/12/2012, Marziano, Rv. 253921). L’interpretazione accolta dalla giurisprudenza di legittimità, del resto, è in linea con la giurisprudenza costituzionale: con l’ordinanza n. 247 del 2013, infatti, il Giudice delle leggi ha ritenuto manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 186, comma 9-bis, c.d.s. nella parte in cui – consentendo, per il reato di guida sotto l’influenza dell’alcool, la sostituzione della pena pecuniaria e detentiva con quella del lavoro di pubblica solo “al di fuori dei casi previsti dal comma 2-bis del presente articolo” – preclude l’accesso al lavoro di pubblica utilità in ogni caso in cui il conducente in stato di ebbrezza abbia cagionato un incidente stradale, così (secondo il giudice a quo) equiparando e disciplinando in modo eguale fattispecie diverse, come quella in cui la condotta imprudente abbia determinato un lieve tamponamento con danni alle cose o, al limite, alla sola persona dello stesso conducente e quella di un grave sinistro stradale con esiti letali o con danni arrecati alle persone: ha rilevato al riguardo la Corte costituzionale che “non si riscontra alcuna irragionevolezza intrinseca nella scelta del legislatore di escludere la possibilità di sostituire la pena detentiva e pecuniaria irrogata per il reato di guida in stato di ebbrezza con quella del lavoro di pubblica utilità allorché la fattispecie risulti aggravata dal fatto di aver cagionato un incidente stradale”, in quanto “la ratio dell’aggravante è da ricercarsi nella volontà del legislatore di punire più gravemente qualsiasi turbativa delle corrette condizioni di guida, in quanto ritenuta potenzialmente idonea a porre in pericolo l’incolumità personale dei soggetti e dei beni coinvolti nella circolazione a causa della strutturale pericolosi connessa alla circolazione de, veicoli che richiedono una particolare abilitazione alla guida”.
Né in senso contrario può argomentarsi sulla base dell’esito del giudizio di comparazione, posto che, ai fini dell’operatività del divieto di sostituzione della pena detentiva e pecuniaria con il lavoro di pubblica utilità – previsto dall’art. 186, comma 9-bis, c.d.s. – è sufficiente che ricorra la circostanza aggravante di aver provocato un incidente stradale essendo, invece, irrilevante che, all’esito del giudizio di comparazione con circostanza attenuante, essa non influisca sul trattamento sanzionatolo (Sez. 4, n. 13853 del 04/02/2015 – dep. 01/04/2015 P.M. in proc. Selmi, Rv. 263012), risultando altresì manifestamente inconferente la censura incentrata sulla mancata revoca della patente di guida, ossia su un eventuale errore nella commisurazione della sanzione accessoria, censura peraltro non dedotta con i motivi di appello.
Alla declaratoria d’inammissibilità del ricorso, consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento alla Cassa delle ammende della somma, che si stima equa, di Euro 1.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e alla somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

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