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Polizza vita: l’erede non può avere i dati del beneficiario

9 settembre 2015


Polizza vita: l’erede non può avere i dati del beneficiario

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 settembre 2015



Diritto di accesso: l’assicurazione non può svelare agli eredi il nome e il cognome del beneficiario di una polizza vita stipulata dal soggetto defunto.

Gli eredi non hanno alcun diritto di sapere il nome del beneficiario di una polizza vita stipulata dal parente defunto (cosiddetto de cuius) quando questi ancora era in vita: tali dati, infatti, sono coperti dalla privacy e ben si può opporre la compagnia alla comunicazione delle informazioni richieste, né può essere obbligata da un giudice. A chiarirlo è la Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1].

Secondo, infatti, la Corte, tra le informazioni relative alle persone decedute, a cui hanno diritto di accesso gli eredi [2], non rientrano quelle identificative di terze persone, quali i beneficiari della polizza sulla vita stipulata dal de cuius, ma soltanto quelli riconducibili alla sfera personale di quest’ultimo.

A promuovere il giudizio contro l’ordine di un tribunale, rivolto a una assicurazione, di fornire il nome del beneficiario di una polizza agli eredi del contraente, è stato il Garante della Privacy, secondo cui detta comunicazione di dati riservati, quali sono i nominativi dei beneficiari della polizza vita, lede la privacy del beneficiario medesimo e non è funzionale alla tutela dei diritti dell’erede. La Cassazione ha accolto il ricorso, sottolineando come le disposizioni della legge sulla privacy riconoscano il diritto di accesso dell’erede ai dati personali della persona deceduta, ma non dei terzi beneficiari dei contratti stipulati dal de cuius che, nel caso di assicurazione sulla vita, acquistano un diritto proprio ai vantaggi dell’assicurazione.

Letto in questi termini, il principio è sorprendente: la sentenza sembra, infatti, limitare fortemente i diritti degli eredi. Se, per esempio, un contratto di assicurazione sulla vita stipulato dal defunto abbia leso il diritto degli eredi legittimari a ottenere la cosiddetta legittima, essi non potranno più tutelare la propria posizione e ripristinare le regole del codice civile in materia di successioni ed eredità. In questo modo si finisce per impedire agli eredi di essere messi in condizione di conoscere il soggetto da convenire in giudizio (e cioè il beneficiario della polizza) con l’azione di riduzione della donazione indiretta posta in essere dal de cuius per il tramite del contratto di assicurazione sulla vita.

Gli eredi non hanno diritto di accedere alla polizza vita stipulata dal de cuius a favore di terzi estranei.

note

[1] Cass. sent. n. 17790 dell’8.09.2015.

[2] Art. 9, terzo comma, Dlgs n. 196/2003, legge sulla privacy.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 26 giugno – 8 settembre 2015, n. 17790
Presidente Di Palma – Relatore Lamorgese

Svolgimento del processo

Il sig. Z.A. ha proposto un ricorso al Garante per la protezione dei dati personali avverso il diniego della compagnia di assicurazione Popolare Vita spa di comunicare i nominativi dei beneficiari di una polizza assicurativa sottoscritta dal sig. D.R. , in risposta alla sua richiesta di volere esercitare i diritti ereditari nei confronti di D. del quale era erede in forza di testamento pubblico. Il Garante ha invitato Z. a regolarizzare il ricorso mediante indicazione specifica del provvedimento richiesto e, in mancanza, lo ha dichiarato inammissibile.
Zecchini ha proposto opposizione dinanzi al giudice ordinario, esponendo che la sua richiesta era volta chiaramente alla tutela di un diritto previsto dagli artt. 7, 8 e 9, terzo comma, del d.lgs. 30.6.2003 n. 196 e consisteva nell’ordine alla Popolare Vita di comunicare l’intera documentazione relativa alla polizza e, in particolare, i nominativi di tutti i soggetti designati quali beneficiari. Il Garante si è costituito chiedendo il rigetto dell’opposizione.
Il Tribunale di Verona, con sentenza 1.2.2011, ha accolto l’opposizione di Z. , ritenendo che il provvedimento richiesto al Garante avesse un oggetto chiaro, cioè la comunicazione di dati riservati, quali erano i nominativi dei beneficiari della polizza, e fosse funzionale alla tutela dei diritti ereditari di Z. ovvero dello stesso D. , nel caso in cui avesse contratto la polizza in stato di incapacità di intendere e volere; quindi, ha dichiarato illegittimo il provvedimento del Garante e ordinato alla Popolare Vita di comunicare a Z. i nominativi dei soggetti designati da D. quali beneficiari della polizza.
Il Garante ricorre per cassazione sulla base di due motivi; lo Z. e la Popolare Vita, ai quali il ricorso è stato notificato, non hanno svolto attività difensiva.

Motivi della decisione

Nel primo motivo il Garante denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 7 e 8 del d.lgs. n. 196/2003, per avere ritenuto che Z. avesse agito per la tutela di un diritto all’accesso di dati personali che non lo riguardavano perché concernenti soggetti terzi. Nel secondo motivo è denunciata la violazione e falsa applicazione degli artt. 9 del d.lgs. n. 196/2003 e 1920 c.c., per avere ritenuto che il citato art. 9, avendo previsto il diritto di accesso ai dati personali relativi alle persone decedute, debba essere interpretato nel senso di consentire l’accesso anche ai dati personali identificativi di terze persone, quali sono gli eventuali beneficiari di una polizza assicurativa contratta dalla persona deceduta, i quali acquistano un diritto proprio nei confronti della compagnia assicuratrice, ferma restando la facoltà dell’interessato di agire in sede giurisdizionale a tutela dei suoi diritti successori.
Entrambi i motivi, da esaminare congiuntamente, sono fondati.
Il Tribunale ha ritenuto fondata la richiesta dell’interessato, il quale, assumendo di esercitare un diritto di accesso a dati personali che lo riguardavano, detenuti da una compagnia di assicurazione, intendeva venire a conoscenza dei nominativi delle persone beneficiarle di una polizza assicurativa stipulata da D. . Si tratterebbe, ad avviso del Tribunale, del diritto, riconosciuto dal d.lgs. n. 196 del 2003, di chiedere “senza formalità” e di “ottenere la conferma dell’esistenza o meno di dati personali che lo riguardano […] e la loro comunicazione in forma intelligibile” (artt. 7 e 8), diritto che, rispetto alle persone decedute, può essere esercitato “da chi ha un interesse proprio, o agisce a tutela dell’interessato o per ragioni familiari meritevoli di protezione” (art. 9, terzo comma).
Questa interpretazione non è condivisibile.
Il diritto di accesso riconosciuto dalle predette disposizioni ha ad oggetto i dati personali che riguardano direttamente la persona richiedente che, per legge, è l’unica titolare dell’interesse, meritevole di tutela, a ricevere quelle informazioni. Una diversa conclusione, al fine di consentire l’accesso ai dati di terze persone, non è giustificabile alla luce del citato terzo comma dell’art. 9, il quale, attribuendo al richiedente il diritto di accedere ai “dati personali concernenti persone decedute”, fa chiaro ed esclusivo riferimento ai dati della persona deceduta (come nel caso, esaminato da Cass. n. 14656/2013, delle cartelle cliniche relative ai ricoveri ospedalieri della persona defunta), ma non autorizza l’accesso ai dati personali non riferiti al de cuius, come i terzi beneficiari dei contratti stipulati dal primo, i quali, nel caso di assicurazione sulla vita, acquistano un diritto proprio ai vantaggi dell’assicurazione (art. 1920, terzo comma, c.c.).
Il principio di diritto, al quale il giudice di merito non si è attenuto, è il seguente: in tema di trattamento dei dati personali, tra i dati concernenti persone decedute, ai quali hanno diritto di accesso gli eredi, a norma dell’art. 9, terzo comma, d.lgs. n. 196/2003, non rientrano quelli identificativi di terze persone, quali sono i beneficiari della polizza sulla vita stipulata dal de cuius, ma soltanto quelli riconducibili alla sfera personale di quest’ultimo.
La sentenza impugnata, non essendosi conformata al suddetto principio, è cassata e la causa può essere decisa nel merito, con il rigetto della domanda di Z. . Sussistono giusti motivi per compensare le spese, in considerazione della novità della questione esaminata.

P.Q.M.

La Corte, in accoglimento del ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda di Z.A.; compensa le spese dell’intero giudizio.

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