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Le Guide Assegno di mantenimento: criteri per la determinazione

Le Guide Pubblicato il 9 settembre 2015

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L’assegno di mantenimento va determinato in modo tale da consentire all’altro coniuge il mantenimento del tenore di vita pregresso.

Il cosiddetto “assegno di mantenimento” è una misura economica che può essere disposta dal giudice nell’ambito di una causa di separazione o divorzio in favore di uno dei due coniugi (in quest’ultimo caso, però, si chiamerà “assegno divorzile”).

Scopo dell’assegno di mantenimento è quello di tutelare il coniuge economicamente più debole, che altrimenti uscirebbe o potrebbe uscire dal matrimonio gravemente pregiudicato.

Il nostro ordinamento ha previsto un tale istituto alla luce dei doveri di solidarietà tra coniugi [1], doveri che non cessano nemmeno in caso di separazione o divorzio.

Si pensi ad esempio alla moglie che abbia dedicato la vita ad accudire i figli e alla vita domestica: il venir meno della fonte di reddito costituita dallo stipendio del marito potrebbe costituire un notevole pregiudizio economico. Va peraltro considerato il tempo speso e le energie investite dalla donna nella famiglia (piuttosto che nell’attività lavorativa).

Ciò premesso, la legge [2] elenca una serie di parametri utili per la determinazione e quantificazione dell’assegno di mantenimento.

In particolare, detti criteri sono:

1- le “ragioni della decisione”, e cioè le cause a cui deve ricondursi la separazione / il divorzio. Ciò capita, ad esempio, qualora il Giudice dovesse ritenere di addebitare la separazione / divorzio ad uno dei due coniugi;

2- il contributo personale dato alla vita familiare in costanza di matrimonio: tale è, ad esempio, quello offerto dalla madre che assista i figli e si occupi della gestione della casa. Come detto, l’investimento di energie nella gestione delle faccende domestiche e nella crescita dei figli può porre la donna in una situazione economicamente svantaggiata a seguito della separazione / divorzio. Il contributo personale offerto nel corso della vita coniugale si ritiene però meritevole di tutela al punto da giustificare il riconoscimento dell’assegno di mantenimento (ciò anche alla luce delle possibilità lavorative, secondo quanto si dirà al prossimo punto 6);

3- il contributo economico: tale è, invece, il sostentamento di natura monetaria devoluto in costanza di matrimonio alle esigenze del nucleo familiare. Rileva, cioè, la misura in cui il coniuge ha contribuito economicamente al benessere della famiglia. Se il contributo era sostanzioso, allora tale, sempre nei limiti delle possibilità reddituali di ciascuno, dovrà essere anche a seguito di separazione / divorzio. Ciò peraltro, viene in considerazione anche nella determinazione del cosiddetto “tenore di vita” di cui si parlerà a breve;

4- il reddito di ciascun coniuge. Per reddito si intende non soltanto quello proveniente dall’attività lavorativa, ma anche quello altrimenti prodotto, ad esempio, a seguito di locazione di un immobile di proprietà o derivante da investimenti [3]. E così, il coniuge che dichiari un reddito superiore rispetto all’altro può essere tenuto al mantenimento. Va altresì detto che non viene in considerazione soltanto il reddito dichiarato a fini fiscali: il Giudice può, valutate le circostanze, ritenere presuntivamente provata la sussistenza di un reddito effettivo superiore ovvero disporre indagini tributarie (si veda sul punto gli articoli, pubblicati su questo sito: “Assegno di mantenimento: le indagini sul reddito del coniuge” e “Assegno di mantenimento: come si calcola se il marito fa il nero”)

5- la durata del matrimonio: maggiore è la durata del matrimonio, maggiore può essere la somma stabilita a titolo di assegno di mantenimento;

6- le possibilità lavorative ed occupazionali di entrambi i coniugi. Frettolosamente si potrebbe pensare che se un coniuge non sia impiegato in un’occupazione lavorativa abbia, per ciò stesso, diritto all’assegno di mantenimento. Ebbene, in realtà la questione è più complessa. Innanzitutto il Giudice valuterà il reddito complessivamente prodotto dai coniugi, che potrebbe, come detto al punto 4, derivare anche da altre fonti, ad esempio, dal possesso di immobili. In secondo luogo, pare ingiusto che, confidando nell’assegno di mantenimento, il coniuge beneficiario “rinunci” alla ricerca di un’occupazione lavorativa. Ciò significa, ad esempio, che non basta che il coniuge sia privo di occupazione lavorativa, ma occorre altresì che, pur dandosi da fare per reperirne una, la ricerca non abbia successo; oppure, può anche darsi il caso che la scelta di dedicarsi alla vita familiare abbia pregiudicato le possibilità lavorative (si pensi alla modella, sposatasi in giovane età, che, per dedicarsi alla famiglia, abbia rinunciato alla propria attività: in questo caso, infatti, sarebbe impensabile che ella ritorni a sfilare, sia perchè con il tempo potrebbe aver perso la presenza fisica richiesta, sia perchè potrebbe aver perso i necessari contatti con le case di moda).

Tutti questi elementi possono essere presi in considerazione complessivamente, ma ciò non esclude che il ricorrere anche uno solo di essi possa giustificare la decisione di riconoscere l’assegno di mantenimento in favore dell’ex coniuge.

Il giudice, in mancanza di accordo tra le parti, pertanto può disporre la misura economica che alla luce dei parametri indicati, ritiene più adeguata al caso.

Un esempio di applicazione dei criteri sopra esposti, è dato da una recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione [4] che ha affermato che l’assegno di mantenimento è dovuto anche qualora entrambi i coniugi siano impiegati in un’attività lavorativa, ma vi sia tra loro una situazione di disparità economica.

In tal caso, il coniuge che dichiari un reddito maggiore è tenuto a contribuire comunque al mantenimento dell’ex, anche se questi goda di indipendenza economica.

Secondo la giurisprudenza, nella determinazione dell’assegno, infatti, va valutato anche il cosiddetto “tenore di vita” in costanza di matrimonio: non basta che il coniuge sia economicamente indipendente, ma che il reddito percepito gli consenta di continuare lo stile di vita in precedenza condotto.

note

[1] Art. 2 Cost.; artt. 29-30-31 Cost..

[2] Art. 5 L. 898/1970.

[3] Cass. sent. n. 19291/2005; Cass. sent. n. 4543/1998; Cass. sent. n. 961/1992.

[4] Cass. sent. n. 17412/2015 del 01.09.2015; Cass. sent. n. 2156/2010.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 16 giugno – 9 settembre 2015, n. 17854
Presidente Di Palma – Relatore Dogliotti

Fatto e diritto

In un procedimento di modifica delle condizioni di separazione, tra M.P. e D.S.G., la Corte d’Appello di Lecce – Sez. distaccata di Taranto, con decreto in data 6/12/2012, riformando il provvedimento di primo grado, disponeva per il marito l’obbligo di corrispondere alla moglie assegno di mantenimento di Euro 300,00 e di Euro 1.200,00 per ciascuno dei figli, F. e R..
Ricorre per cassazione il marito, che pure deposita memoria difensiva. Resiste con controricorso la moglie.
Con il primo motivo, il marito deduce violazione degli artt. 148, 155 ss, 1362, 1371 c,c. 112, 167, 183, 345 c.p.c., con riferimento agli assegni per la moglie e per i figli. Non si ravvisano violazioni di legge; in sostanza il ricorrente finisce per proporre valutazioni di fatto, insuscettibili di controllo in questa sede, a fronte di una sentenza caratterizzata da motivazione adeguata e non illogica.
Il giudice a quo evidenzia il miglioramento progressivo delle condizioni economiche del marito (da Euro 30.000,00 annui circa nel 2006 ad Euro 60.000,00 nel 2011), non essendosi invece verificate significate variazioni del reddito della moglie, che si aggira sui 20.000,00 annui. Tiene pure conto la sentenza impugnata della sopravvenuta piena disponibilità, da parte del marito, dell’abitazione coniugale. Vengono così giustificati l’aumento dell’assegno per i figli e l’erogazione di uno per il coniuge.
Appare logica la scelta della pronuncia di attribuire il mantenimento dell’altro figlio convivente con il padre esclusivamente allo stesso, tenuto conto della necessaria integrazione del mantenimento della moglie, a carico del marito.
Con il secondo motivo, lamenta il ricorrente violazione degli artt. 155 ss. , 1362, 1371 c.c., nonché 100, 112 c.p.c., con riferimento al difetto di legittimazione della madre a richiedere assegno mensile per la figlia R., maggiorenne. Giurisprudenza ampiamente consolidata, anche dopo l’introduzione dell’art. 155 quinquies c.c. (tra le altre, Cass. n. 17275 del 2010, 4296 del 2012), conferma la legittimazione del genitore, convivente con i figli maggiorenni, non autosufficienti economicamente.
Con motivazione adeguata, il giudice a quo afferma la convivenza della figlia con la madre, nonostante questa svolga i suoi studi universitari altrove, non essendo contestato che essa continui ad avere come punto di riferimento la casa materna e a tornarvi nei momenti di libertà dallo studio (al riguardo, v. Cass. n. 4555 del 2012).
Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta violazione degli art. 3,24, 111 Cost.; 100, 101, 102, 103, 110, 111, 710 c.p.c., 148, 155, 155 ss, 1362, 1371 c.c., nonché vizio di motivazione, relativamente alla mancata audizione dei due figli minori. Va precisato che la figlia R. divenne maggiorenne nel corso del giudizio di primo grado e dunque, all’evidenza, come emerge implicitamente dal contesto della motivazione, si ritenne di non sentirla, stante l’imminenza e poi la raggiunta maggiore età.
Quanto al minore F., che diventerà maggiorenne nell’agosto 2015, la Corte d’appello, con motivazione adeguata, ha ritenuto di non ascoltarlo, non essendo emerse particolari problematiche nel rapporto con la figura paterna, mentre l’ascolto avrebbe potuto accentuare la conflittualità genitoriale, con ripercussioni sulla serenità del minore (al riguardo v. Cass. n. 21662 del 2102). Va del resto precisato che l’art. 336 bis c.c., introdotto dal d.lgs. 154 del 2103, pur successivo ai fatti di causa, precisa che il giudice non procede all’ascolto del minore, se esso appare in contrasto con il suo interesse o manifestamente superfluo.
Va pertanto rigettato il ricorso.
Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in €. 4.100,00, comprensivi di €. 100,00 per esborsi oltre spese forfettarie ed accessori di legge..
In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere generalità ed atti identificativi, a norma dell’art. 52 D.lgs. 196/03, in quanto imposto dalla legge.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del DPR 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

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1 Commento

  1. La Corte di Appello di Trieste mi ha negato un assegno di mantenimento (avevo chiesto 50 euro al mese) dicendo che fra me e la ex esiste un “modesto divario economico”. Il modesto divario descritto dai giudici ammonta a 600 euro netti mensili a favore della ex moglie. Come potete constatare la legge NON è uguale per tutti ma “la legge è uguale per tutte!!”

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