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Fino a quando il genitore deve mantenere il figlio?

9 settembre 2015


Fino a quando il genitore deve mantenere il figlio?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 settembre 2015



Genitori e figli dopo la separazione o il divorzio: rapporti e mantenimento dei figli maggiorenni, obbligo di versare l’assegno ai figli maggiorenni oltre la maggiore età, indipendenza economica e tipologie di reddito che escludono l’obbligo al mantenimento. 

Nel caso di coppia separata o divorziata, il coniuge che ha l’obbligo di versare il mantenimento ai figli non si può dire liberato nel momento in cui questi ultimi raggiungono la maggiore età: infatti il dovere sussiste fino a quando la prole non abbia raggiunto la totale indipendenza economica. Non, quindi, un lavoretto stagionale, ma neanche un contratto di lavoro a tempo indeterminato: il reddito deve avere i caratteri della continuità, ma non necessariamente della stabilità (così, un assegno di ricerca con l’università, un contratto part time, ecc.). Lo ha chiarito, per l’ennesima volta, la Cassazione [1].

In più occasioni la Corte ha ribadito che l’obbligo del genitore di concorrere al mantenimento dei figli (sia con l’assegno mensile che con quello per le spese straordinarie, di noma liquidate al 50% per ciascuno dei due) non si interrompe con il raggiungimento dei 18 anni del figli, ma permane fino a quando il genitore stesso non dia prova che il figlio abbia raggiunto l’indipendenza economica [2].

Non c’è deroga a tale principio neanche nel caso in cui il figlio sia il cosiddetto “bamboccione” che, alla soglia dei trent’anni, sia ancora un fuoricorso universitario.

L’obbligo dei genitori di mantenere i figli è anche sancito dalla Costituzione [3] oltre che dal codice civile [4]. La giurisprudenza unanime concorda nel fatto che l’obbligo di mantenimento non cessa al sopraggiungere della maggiore età, ma, perdura fino al momento in cui i figli non siano divenuti economicamente autosufficienti o non abbiano, addirittura, secondo le più recenti pronunce, realizzato le loro aspirazioni.

Una forte componente solidaristica, propria della famiglia, unita ad una realtà in cui il maggior benessere e la richiesta di una sempre più elevata specializzazione hanno portato ad innalzare l’età dell’ingresso nel mondo del lavoro, fonda quello che a tutt’oggi è l’orientamento costante della giurisprudenza di legittimità.

Il diritto al mantenimento prescinde anche dall’esercizio della potestà genitoriale: quest’ultima, infatti, si estingue al raggiungimento della maggiore età dei figli, mentre l’obbligo di mantenimento non ha un termine finale fissato per legge, e pertanto la sua sussistenza resta affidata al buon senso dei genitori o alla discrezionalità del giudice nel caso in cui vi sia una separazione o un divorzio. Così mentre i genitori rimangono obbligati a provvedere ai bisogni del figlio, non possono più dopo la maggiore età intervenire sulle sue scelte.

In particolare, secondo la giurisprudenza, l’obbligo di madre e padre viene a cessare quando il figlio raggiunge quello strato di indipendenza economica, che viene considerato dalla giurisprudenza consistente nella percezione di un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato. Non rileva il tenore di vita fino ad allora condotto. Per cui se il figlio maggiorenne, che ha sempre vissuto in un ambiente benestante, percepisce un reddito di poco superiore a 700 euro mensili, la sua indipendenza economica si considera oramai acquisita.

Si consideri che l’obbligo di mantenimento ricomprende l’educazione e l’istruzione: dunque il figlio ha diritto di essere posto in condizioni di terminare il ciclo di studi e di acquistare una propria professionalità nel campo lavorativo prescelto.

Figlio fannullone e pigro

L’obbligo di mantenimento del figlio cessa, oltre che in caso di raggiunta indipendenza economica, anche se il mancato inserimento nel mondo del lavoro sia causato da negligenza, da inerzia o da qualsiasi altro comportamento imputabile al figlio stesso per non essersi messo in condizione di conseguire un titolo di studio o di procurarsi un reddito mediante l’esercizio di un’idonea attività lavorativa: si pensi al caso del figlio che abbia ingiustamente rifiutato un posto di lavoro idoneo e confacente alle proprie capacità e aspirazioni.

Licenziamento

Se il figlio, una volta assunto, abbia perso il diritto al mantenimento, non lo riacquisisce più neanche se viene licenziato successivamente.

note

[1] Cass. ord. n. 17808/15 dell’8.09.2015.

[2] Cfr. anche Cass. sent. n. 15500/14.

[3] Art. 30 Cost.

[4] Art. 147 cod. civ. e Art. 337-ter cod. civ. come introdotto dal decreto legislativo 28 dicembre 2013, n. 154, pubblicato nella G.U. n. 5 dell’8 gennaio 2014, in vigore dal 7 febbraio 2014.

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Corte di Cassazione, Sezione 6 civile Ordinanza 29 ottobre 2013, n. 24424

L’obbligo dei genitori di concorrere al mantenimento dei figli, secondo le regole degli artt. 147 e 148 c.c., non cessa, ipso facto, con il raggiungimento della maggiore età da parte di questi ultimi, ma perdura, immutato, finché il genitore interessato alla declaratoria della cessazione dell’obbligo stesso non dia la prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica, ovvero che il mancato svolgimento di un’attività economica dipende da un atteggiamento di inerzia ovvero di rifiuto ingiustificato dello stesso. L’obbligo non può essere eliminato per il solo fatto della disoccupazione e può essere fissato in misura sostenibile sulla base delle capacità lavorative del genitore e della possibilità di reperire occupazione anche saltuaria.

Corte di Cassazione, Sezione 2 civile Sentenza 23 settembre 2013, n. 21736

Le pattuizioni intervenute tra i coniugi che abbiano in corso una separazione consensuale, con cui si obblighino a trasferire determinati beni facenti parte della comunione legale, successivamente o in vista dell’omologazione della loro separazione personale consensuale, e al dichiarato fine della integrativa regolamentazione del relativo regime patrimoniale, non configura una convenzione matrimoniale ex articolo 162 del Cc, postulante il normale svolgimento della convivenza coniugale e avente riferimento a una generalità di beni anche di futura acquisizione, né un contratto di donazione, avente come causa tipici ed esclusivi scopi di liberalità (e non l’esigenza di assetto dei rapporti personali e patrimoniali dei coniugi separati), bensì un diverso contratto atipico, con propri presupposti e finalità. L’obbligo di mantenimento dei figli minori, o maggiorenni non autosufficienti, può essere adempiuto dai genitori in sede di separazione personale o di divorzio (cessazione degli effetti civili del matrimonio) mediante un accordo che attribuisca direttamente o impegni il promittente ad attribuire la proprietà di beni mobili o immobili ai figli. Tale accordo – sostanzialmente costituente applicazione del principio stabilito dall’articolo 1322 del Cc attesa la indiscutibile meritevolezza di tutela degli interessi perseguiti – non realizza una donazione in quanto assolve a una funzione solutoria-compensativa dell’obbligazione di mantenimento e comporta l’immediata e definitiva acquisizione al patrimonio dei figli della proprietà dei beni che i genitori abbiano loro attribuito o si siano impegnati ad attribuire.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile Sentenza 3 settembre 2013, n. 20137

Il tardivo riconoscimento della paternità non può portare alla corresponsione di un assegno di mantenimento al figlio maggiorenne, modestamente impiegato, per compensare una supposta perdita di chance, legata alla possibilità di ottenere una migliore posizione lavorativa vista la condizione sociale del padre.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile Sentenza 9 maggio 2013, n. 11020

L’obbligo dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli secondo le regole dell’art. 148 c.c., non cessa, “ipso facto”, con il raggiungimento della maggiore età da parte di questi ultimi, ma perdura, immutato, finché il genitore interessato alla declaratoria della cessazione dell’obbligo stesso non dia la prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica, ovvero che il mancato svolgimento di un’attività economica dipende da un atteggiamento di inerzia ovvero di rifiuto ingiustificato dello stesso, il cui accertamento non può che ispirarsi a criteri di relatività, in quanto necessariamente ancorato alle aspirazioni, al percorso scolastico, universitario e post – universitario del soggetto ed alla situazione attuale del mercato del lavoro, con specifico riguardo al settore nel quale il soggetto abbia indirizzato la propria formazione e la propria specializzazione.

Corte di Cassazione, Sezione 6 civile Ordinanza 15 febbraio 2012, n. 2171

L’obbligo del genitore separato di concorrere al mantenimento del figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età da parte di quest’ultimo, ma perdura finché il genitore interessato non dia prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica; il raggiungimento di detta indipendenza economica non è dimostrato dal mero conseguimento di una borsa di studio (nella specie, di 800 euro mensili) correlata ad un dottorato di ricerca, sia per la sua temporaneità, sia per la modestia dell’introito in rapporto alle incrementate, presumibili necessità, anche scientifiche, del beneficiario.

 

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile Sentenza 8 febbraio 2012, n. 1773

Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, l’obbligo del genitore separato di concorrere al mantenimento del figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore eta’ da parte di quest’ultimo, ma perdura finche’ il genitore interessato non dia prova che il figlio abbia raggiunto l’indipendenza economica, ovvero sia stato posto nella concreta condizione di poter essere economicamente autosufficiente, senza averne pero’ tratto utile profitto per sua colpa o per sua scelta.

Cass. civ., sez. I, 24 settembre 2008, n. 24018

L’obbligo dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli secondo le regole dell’articolo 148 cod. civ. non cessa, “ipso facto”, con il raggiungimento della maggiore eta’ da parte di questi ultimi, ma perdura, immutato, finche’ il genitore interessato alla declaratoria della cessazione dell’obbligo stesso non dia la prova che il figlio abbia raggiunto l’indipendenza economica, ovvero che il mancato svolgimento di un’attivita’ economica dipenda da un atteggiamento di inerzia ovvero di rifiuto ingiustificato dello stesso, il cui accertamento non puo’ che ispirarsi a criteri di relativita’, in quanto necessariamente ancorato alle aspirazioni, al percorso scolastico, universitario e post – universitario del soggetto ed alla situazione attuale del mercato del lavoro, con specifico riguardo al settore nel quale il soggetto abbia indirizzato la propria formazione e la propria specializzazione.

 

Corte di Cassazione Sezione 1 civile Sentenza 11.06.2008, n. 15544

Il figlio di trent’anni, affetto da seri problemi neurologici e fisici – nella specie, da grave balbuzie e scoliosi e altri pregiudizi di minore gravità -, ha diritto al mantenimento da parte di entrambi i genitori, finchè non concluda il periodo di studio universitario e non trovi lavoro.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile -1, ordinanza 16 giugno – 8 settembre 2015, n. 17808
Presidente Di Palma – Relatore Dogliotti

Fatto e diritto

In un procedimento di modifica delle condizioni di divorzio, tra B.F. e C.M.L., la Corte d’appello di Cagliari con provvedimento in data 24/02/2011, confermava la decisione di primo grado che, da un lato, aveva respinto la richiesta del marito di essere esentato dall’assegno per la moglie e di veder ridotto quello per la figlia, maggiorenne, alla quale il padre avrebbe inteso corrispondere direttamente l’assegno, dall’altro, in accoglimento della domanda della moglie, incrementava l’assegno per entrambe le beneficiarie, nella misura complessiva di Euro 500,00 mensili.
Ricorre per cassazione il marito.che pure deposita memoria difensiva. Resiste con controricorso la moglie.
Con il primo motivoril marito deduce violazione dell’ari. 12 disp. att. c.c., in relazione all’art. 360 n. 3 e 5 c.p.c.. Assume che la Corte territoriale avrebbe errato là dove non si sarebbe ispirata al “comune sentire della comunità del nostro tempo’, e, pertanto, non avrebbe tenuto conto della breve durata del matrimonio fra le parti, ai fini della misura dell’assegno divorzile.
Come ha avuto più volte ad affermare questa Corte, in sede di revisione dell’assegno di divorzio, il giudice non può procedere ad una nuova od autonoma valutazione dei presupposti o dell’entità dell’assegno, ma, nel pieno rispetto della valutazione espressa al momento dell’attribuzione dell’emolumento, deve limitarsi a verificare se, ed in quale misura, circostanze sopravvenute abbiano alterato l’equilibrio così raggiunto, adeguando l’importo od escludendo l’assegno in relazione alla nuova situazione patrimoniale (cfir. aa l ‘ o, tra le altre, Cass. 14142/2014: è appena il caso di precisare che i “giustificati motivi” . L. Divorzio sono da sempre interpretati nel senso che si ricolleghino a circostanze sopravvenute). Correttamente il giudice a quo ha ritenuto che la durata del matrimonio non rappresenta elemento deducibile nel procedimento ex art. 9 1. divorzio (tale profilo avrebbe dovuto, semmai, essere dedotto in sede di gravame avverso la sentenza di divorzio, che aveva determinato l’assegno per la moglie).
Con il secondo motivotil marito deduce violazione degli artt. 9 1. divorzio e 112 c.p.c. sub art. 360 n. 3 e 5 c.p.c.. Assume che la Corte territoriale avrebbe erroneamente affermato la sussistenza dell’obbligo a suo carico di contribuire a mantenere la moglie.
Sta di fatto che il giudice a quo, con motivazione congrua e corretta, non censurabile in questa sede di legittimità, ha evidenziato come il marito non avesse dimostrato che le sue condizioni economiche avevano subito un peggioramento rispetto al momento della pronuncia di divorzio. L’intervenuto suo pensionamento e la conseguente ulteriore impossibilità di svolgere lavoro straordinario appaiono, secondo il giudice a quo, avulsi da qualsiasi dato concreto, non fornendo l’odierno ricorrente indicazione alcuna sul reddito del 1993 (anno del divorzio) e quello del 2007 (momento dè radicazione del procedimento). Del pari, correttamente la Corte territoriale ha escluso che l’età avanzata possa essere di per sé elemento di peggioramento delle condizioni economiche dell’obbligato, in difetto di una specifica prova al riguardo. Quanto al mantenimento della nuova moglie, cui sicuramente il marito deve provvedere, la Corte territoriale, con motivazione non illogica, precisa che costei precedentemente lavorava e, all’evidenza, sull’accordo dei coniugi, ha cessato di lavorare dopo il matrimonio, denotando tale circostanza la capacità economica della nuova famiglia di far fronte comunque ad ogni esigenza di vita. L’argomentazione del giudice a quo è palesemente collegata, in modo implicito, all’importo dell’assegno per la moglie divorziata, non particolarmente elevato. Nel contempo, la Corte di merito ha correttamente evidenziato come l’età della resistente (nata nel 1951) e la condizione di invalidità al 55% compromettano la sua possibilità di inserirsi in modo proficuo nel mondo del lavoro.
Con il terzo motivoiil marito censura violazione degli artt. 155 quinquies c.c., 112, 115 c.p.c., 2697 c.c., in relazione all’art. 360 n. 3 e 5 c,p.c. Assume che la Corte territoriale avrebbe errato là dove aveva affermato che su di lui gravava la prova dell’indipendenza economica della figlia maggiorenne, spettando invece alla madre l’onere di dimostrare che essa attende con regolarità e profitto agli studi universitari.
La Corte d’appello ha invece fatto corretta applicazione del principio, più volte affermato da questa Corte, in base al quale l’obbligo del genitore di concorrere al mantenimento dei figli non cessa con il raggiungimento della maggiore età, ma perdura sino a quando il medesimo genitore non dia prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica (tra le altre, da ultimo, Cass. 15500/2014).
Il giudice a quo1 con congrua valutazione di merito, non censurabile in questa sede, ha evidenziato come, in presenza di elementi di segno contrario, la figlia, per quanto studentessa universitaria all’età di 27 anni, avesse titolo al mantenimento da parte del padre.
Va pertanto rigettato il ricorso:
Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente alle spese del presente giudizio che si liquidano in ê. 1.600,00, comprensivi di E. 100,00 per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge.
In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere generalità ed atti identificativi, a norma dell’art. 52 D.lgs. 196/03, in quanto imposto dalla legge.


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