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Lo sai che? Rubare in palestra, circoli o in spiaggia è furto aggravato

Lo sai che? Pubblicato il 14 settembre 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 14 settembre 2015

Vietato tradire la fiducia della gente: aggravante in tutti i casi in cui l’oggetto sia stato lasciato alla pubblica fede.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non perché un oggetto sia stato lasciato dal suo proprietario in un luogo pubblico e incustodito, alla mercé di tutti, si commette un reato meno grave nell’appropriarsene. Anzi, è proprio l’esatto contrario. In caso di furto, infatti, il codice penale [1] prevede una aggravante qualora il bene sottratto si trovi su cose esistenti in uffici o esposte, per necessità, per consuetudine o per destinazione, alla pubblica fede.

Cosa significa, in buona sostanza? Che se è consuetudine lasciare sul telo del mare la borsa con le chiavi di casa mentre ci si fa il bagno, facendo affidamento sul fatto che nessuno la tocchi, o nell’armadietto della palestra il proprio portafogli, o nel cesto dell’elemosina della chiesa i soldi per la questua, o nello spiazzo antistante l’ufficio la bicicletta, allora, proprio chi viola questa “sicurezza” del proprietario che nessuno tocchi il suo oggetto riceve una pena più grave rispetto agli altri casi.

Si intendono “cose esposte alla pubblica fede” quelle che si trovano in una situazione per cui un numero indeterminato di persone possono venirne in contatto per una specifica causa (si pensi alla merce negli scaffali del supermercato), per necessità (la bicicletta davanti al posto di lavoro), per consuetudine (il denaro nella cesta dell’elemosina) o per destinazione naturale (la sabbia della spiaggia).

Tale aggravante scatta non solo quando la cosa sia lasciata senza sorveglianza, ma anche in caso di sorveglianza saltuaria; e non soltanto quando la cosa si trovi in luoghi pubblici, ma anche qualora si trovi in luoghi privati ma aperti al pubblico o comunque facilmente accessibili. È quanto chiarito più volte dalla giurisprudenza della Cassazione [2].

In tema di furto – sottolinea la Corte – la ragione per cui, in questi casi, la pena viene aggravata, non dipende dalla natura – pubblica o privata – del luogo ove la cosa si trova, ma dalla condizione di esposizione di essa alla pubblica fede: il proprietario deve ritenersi al sicuro da furti solo perché confida nel rispetto per l’altrui bene da parte di ciascun consociato.

Lo scopo dell’aumento della pena è di punire più gravemente chi sia stato facilitato nell’appropriazione dell’altrui bene dalla circostanza che essa si trovi in un luogo facilmente raggiungibile, cui si possa accedere liberamente, e dal comportamento del proprietario che si sia fidato delle persone attorno a sé. L’aggravante, insomma, deriva proprio dall’aver tradito la fiducia altrui. Proprio come nel caso di una borsa sportiva con gli effetti personali poggiata, come di consuetudine, all’interno dei locali di una palestra.

Ne consegue che tale aggravante può sussistere anche se la cosa si trovi in luogo privato. Non si deve trattare di un luogo privato qualsiasi ma di uno luogo privato aperto al pubblico o, comunque, facilmente accessibile. Si pensi a un posto in cui, per mancanza di recinzioni o sorveglianza, si possa liberamente accedere.

La predisposizione di un sistema di videosorveglianza non è di per sé un ostacolo al libero accesso del pubblico al luogo medesimo e, quindi, anche con le telecamere accese 24 ore su 24 ci può essere l’aggravante.

PENA PER IL DELITTO DI FURTO

Reclusione da sei mesi a tre anni e multa da euro 154 a euro 516.

La pena è della reclusione da uno a sei anni e della multa da euro 309 a euro 1.032 nell’ipotesi aggravata di cui all’art. 624 bis cod. pen.

La pena è della reclusione da tre a dieci anni e della multa da euro 206 a euro 1.549 qualora concorrono due o più delle circostanze aggravanti di cui all’art. 625 cod. pen.., ovvero se una di tali circostanze concorre con altra fra quelle indicate nell’art. 61 cod. pen.

Qualora ricorra la circostanza attenuante di cui all’art. 625 bis cod. pen., la pena è diminuita da un terzo alla metà nei casi di cui all’art. 624, 624 bis, 625 cod. pen.

La pena è della reclusione fino ad un anno ovvero della multa fino ad euro 206 nell’ipotesi di cui all’art. 626 cod. pen., e della reclusione sino a due anni o della multa da euro 20 a euro 206 nell’ipotesi di cui all’art. 627 cod. pen.

note

[1] Art. 625 n. 7 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 22512/2007 e n. 14022/14.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 8 gennaio – 25 marzo 2014, n. 14022
Presidente Marasca – Relatore Guardiano

Fatto e diritto

1. In via preliminare va rilevato che non osta alla celebrazione dell’odierna udienza la circostanza che il difensore del ricorrente, avv. Carlo Raffaglio, ha comunicato via fax alla cancelleria di questa Corte, in data 7.1.2014, di essere stato nominato solo per la fase di merito dal F. , dichiarando, inoltre, di rinunciare al mandato professionale a suo tempo ricevuto e di avere già informato l’imputato di tale rinunzia. Una volta intervenuta ed accettata la nomina del difensore di fiducia da parte dell’imputato, infatti, essa conserva la sua efficacia in ogni stato e grado del giudizio, sino a quando non intervenga uno degli eventi previsti dagli artt. 105 e 107, c.p.p. a porre fine al rapporto fiduciario (abbandono e rifiuto della difesa; rinuncia o revoca del difensore). Nel caso in esame l’avv. Raffaglio, avendo già assunto la qualità di cassazionista (non ancora posseduta all’atto della nomina) quando gli è stato notificato l’avviso per l’odierna udienza di trattazione del ricorso, presentato personalmente dal F. , era ancora legato al suo assistito dal rapporto fiduciario sorto con il mandato difensivo, tanto che lo stesso difensore ha avvertito la necessità di farlo espressamente venir meno con la rinunzia inviata via fax il giorno prima dell’udienza. Ma tale rinunzia, come è noto, giusto il disposto dell’art. 107, co. 3, c.p.p., non ha effetto finché la parte non risulti assistita da un nuovo difensore di fiducia (che il ricorrente non ha inteso nominare) o da un difensore di ufficio, per la cui nomina, al momento della notifica dell’avviso di fissazione dell’odierna udienza non sussistevano i presupposti.
Ne consegue che non partecipando all’odierna udienza l’avv. Raffaglio ha esercitato una facoltà che l’ordinamento gli attribuisce, ma che non costituisce ostacolo alla trattazione del ricorso del F. .
2. Passando al merito dell’impugnazione, va rilevato che con sentenza pronunciata il 14.12.2012 la corte di appello di Milano confermava la sentenza con cui il tribunale di Milano, in data 20.5.2008, aveva condannato F.M. , imputato del reato di cui agli artt. 624, 625, n. 7, c.p., per essersi impossessato di una borsa sportiva contenente sei racchette da tennis ed alcuni capi di abbigliamento, oltre ad effetti personali, sottraendola a M.E. , che l’aveva appoggiata, come consuetudine, all’interno dei locali di un centro sportivo, ubicato in (OMISSIS) .
3. Avverso la sentenza della corte territoriale, ha proposto ricorso per Cassazione, personalmente, l’imputato, lamentando violazione di legge in relazione all’art. 625, n. 7, c.p., in quanto, da un lato il luogo in cui stato commesso il furto non appartiene alla categoria degli “uffici o stabilimenti pubblici”, cui fa riferimento la menzionata disposizione normativa, trattandosi di un circolo sportivo privato; dall’altro la sussistenza all’interno dei locali del circolo di un impianto di videosorveglianza a circuito chiuso (che ha consentito l’identificazione del colpevole), assicurava una stabile e permanente custodia sulle cose, che, non rendendo facile la sottrazione delle stesse, non consente di configurare la menzionata circostanza aggravante.
Si impone, dunque, ad avviso del ricorrente l’annullamento senza rinvio dell’impugnata sentenza, per difetto di querela, una volta qualificata la condotta dell’imputato come furto semplice e non aggravato.
4. Il ricorso non può essere accolto, essendo infondate le ragioni che lo sostengono.
5. Con riferimento alla prima questione prospettata dal ricorrente (che, peraltro, non avendo formato oggetto di specifica doglianza nell’atto di appello, non poteva essere proposta per la prima volta in questa sede), va ribadito l’orientamento affermatosi nella giurisprudenza di legittimità, secondo cui in tema di furto, la ratio dell’aggravamento della pena, previsto dall’art. 625, n. 7, terza ipotesi, c.p., non è correlata alla natura – pubblica o privata – del luogo ove si trova la “cosa”, ma alla condizione di esposizione di essa alla “pubblica fede”, trovando così protezione solo nel senso di rispetto per l’altrui bene da parte di ciascun consociato.
Ne consegue che tale condizione può sussistere anche se la cosa si trovi in luogo privato in cui, per mancanza di recinzioni o sorveglianza, si possa liberamente accedere (cfr. Cass., sez. V, 08/02/2006, n. 9022, G.; Cass., sez. V, 16/09/2008, n. 41375, B., rv. 242593; Cass., sez. V, 18/01/2008, n. 6355, C, rv. 239119; Cass., sez. IV, 08/05/2009, n. 21285, rv. 243513).
5.1 Se, dunque, tale è la ratio dell’aggravamento della pena, previsto dall’art. 625 n. 7, terza ipotesi, c.p., vale a dire punire più gravemente chi sia stato facilitato nell’appropriazione dell’altrui res dalla circostanza che essa si trova in un luogo facilmente raggiungibile, cui si possa liberamente accedere, se ne deduce che la predisposizione di un sistema di videosorveglianza a circuito chiuso, pur assicurando la sorveglianza del luogo in cui la res è collocata, non è di per sé un ostacolo al libero accesso del pubblico al luogo medesimo (come, ad esempio, potrebbe essere una recinzione), dovendosi avere riguardo alle modalità con cui in concreto viene assicurata la sorveglianza stessa, che, nel caso in esame, non essendo costante, non ha impedito il libero accesso ai locali in cui è stato consumato il furto da parte dell’imputato, individuato solo in un secondo momento, grazie alle riprese filmate, rendendo pertanto configurabile la menzionata circostanza aggravante. 6. Sulla base delle svolte considerazioni il ricorso proposto nell’interesse del F. va, dunque, rigettato, con condanna di quest’ultimo, ai sensi dell’art. 616, c.p.p., al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Corte di cassazione – Sezione IV penale – Sentenza 29 ottobre-4 dicembre 2003 n. 46531
LA MASSIMA
In tema di furto, non è configurabile l’aggravante dell’esposizione alla pubblica fede (articolo 625, n. 7, del Cp) qualora sulla merce, in vendita presso un esercizio commerciale, sia apposta la «placca antitaccheggio». In tal caso, infatti, è da escludere che si possa parlare di un sistema di sorveglianza solo saltuario o eventuale, perché il congegno è idoneo a proteggere il bene cui è apposto senza alcuna soluzione di continuità e a segnalarne, al momento del passaggio del varco d’uscita senza che ne sia stato effettuato il pagamento, l’abusiva asportazione dai banchi di vendita dell’esercizio commerciale. In altri termini, si è in presenza di un sofisticato sistema di controllo finalizzato non alla generica sorveglianza degli ambienti in cui si svolge l’attività commerciale ma alla protezione dei singoli beni cui è apposto che, per l’effetto, non possono essere ritenuti esposti alla pubblica fede.


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