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Le Guide Fisco: come accordarsi per ridurre le sanzioni

Le Guide Pubblicato il 15 settembre 2015

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> Le Guide Pubblicato il 15 settembre 2015

Irregolarità fiscali: adesione all’accertamento, pagamento a rate, accordo in mediazione o conciliazione.

Sbagliare è umano, ma non con il fisco: in questo caso, anche la più banale errore o dimenticanza contenuta nella dichiarazione dei redditi, sebbene commessa in buona fede o da altri soggetti (come il commercialista), può costare caro al contribuente, sia in termini di sanzioni e interessi che di avvio di procedure di riscossione particolarmente invasive. L’Agenzia delle Entrate, infatti, dispone di particolari strumenti informatici in grado di individuare gli “errori” del contribuente e avviare (in tempi ormai più rapidi rispetto al passato) gli accertamenti fiscali.

Facciamo un esempio: un contribuente dichiara di avere il coniuge a carico, per il quale percepisce le relative detrazioni. Quest’ultimo, infatti, svolge lavori saltuari e percepire un reddito inferiore al minimo. Senonché, per un anno, egli supera il limite di legge senza dirlo al consorte il quale continua a beneficiare dei relativi sconti fiscali. Sul computer del fisco, però, appare subito la spia rossa che avverte che le detrazioni vanno recuperate. E, nell’arco di un paio di anni, arrivare a casa la lettera dell’Agenzia delle Entrate.

 

Senza contare che il fisco dispone di strumenti per effettuare controlli incrociati con le banche dati delle altre pubbliche amministrazioni, con i dati comunicati dai datori di lavoro, con i conti correnti dei contribuenti, ecc. Insomma, tutto passa dal fisco e al fisco rimane per gli opportuni accertamenti.

 

Che succede in caso di irregolarità?

Ogni volta che l’Agenzia delle Entrate scova una irregolarità nella dichiarazione dei redditi commessa dal contribuente gli invia un documento in cui richiede il recupero dell’imposta evasa, ne motiva la pretesa, indica l’importo dovuto a titolo di maggiore imposta (quella che si sarebbe dovuto pagare a suo tempo e che, invece, non si è fatto); specifica le sanzioni, le modalità per sanare le irregolarità; infine viene indicato il procedimento che il contribuente deve compiere per chiedere all’ufficio o al giudice tributario l’annullamento o la rettifica dell’atto nel caso in cui la pretesa sia infondata.

Se invece la contestazione dell’Agenzia delle Entrate è legittima, si può regolarizzare la propria posizione pagando l’imposta, gli interessi e la sanzione (quest’ultima viene ridotta se si paga entro 30 giorni).

Se invece si è convinti che la richiesta non ha fondamento, bisogna contattare l’ufficio dell’Agenzia delle entrate che l’ha inviata, per fornire tutti gli elementi del caso.

Quando l’irregolarità deriva da un controllo automatizzato, va invece sentito il Centro di assistenza multicanale allo 848.800.444 o tramite posta elettronica certificata (all’indirizzo: dc.sac.controllo_automatizzato@pce.agenziaentrate.it) o attraverso il particolare canale di assistenza dell’Agenzia delle entrate denominato Civis (previa iscrizione al servizio stesso).

L’Agenzia può decidere se annullare l’atto, rigettare la richiesta o chiamare il contribuente presso i propri uffici a fornire maggiori chiarimenti (è quello che viene definito “invito al contraddittorio”).

A sua volta il contribuente può presentarsi e fornire tutta la documentazione a proprio favore oppure, se ritiene fondata la pretesa del fisco, può pagare le somme dovute entro il quindicesimo giorno prima della data di comparizione, beneficiando così del cosiddetto regime sanzionatorio agevolato, cioè versando 1/6 del minimo della sanzione prevista.

Notifica dell’avviso di accertamento

Se non si trova un accordo e il fisco intende proseguire nella propria pretesa, l’Agenzia delle Entrate notifica al contribuente il cosiddetto Avviso di accertamento, l’atto cioè con cui gli rende nota la pretesa tributaria, quantificandola.

A pena di nullità, l’avviso di accertamento deve contenere i seguenti elementi:

– il reddito imponibile e le aliquote applicate,

– l’imposta liquidata (al lordo prima e al netto poi delle detrazioni, delle ritenute e dei crediti d’imposta),

– l’indicazione dell’ufficio competente e del responsabile del procedimento, le modalità e il termine di pagamento e quelle per proporre, se possibile, una mediazione tra le parti, con l’indicazione dell’organo giurisdizionale a cui rivolgersi.

La notifica può avvenire anche tramite posta raccomandata.

Difese contro l’avviso di accertamento

Al contribuente conviene sempre ritirare l’avviso di accertamento (così come tutta la posta raccomandata) consegnatagli dal postino, in modo tale da definire la propria strategia difensiva. Difatti, se anche non ritirato, l’atto viene depositato presso il Comune e si considera comunque consegnato al destinatario. Insomma, si tratta di una manovra (spesso usata da chi preferisce fare “lo struzzo”) che non serve né per allungare i tempi, né per rendersi irreperibili.

Con l’avviso di accertamento in mano, il contribuente può optare per una delle due seguenti vie:

– se ritiene infondata (anche solo parzialmente) la contestazione del fisco, può fare ricorso al giudice tributario. Tuttavia, se la lite è inferiore a 20mila euro, deve prima procedere alla fase di reclamo-mediazione;

– se sussistono i presupposti, può chiedere un accordo con il fisco per evitare di ricorrere al giudice;

– può pagare le somme richieste beneficiando di una riduzione delle sanzioni a 1/3 del minimo previsto, ulteriormente ridotte a 1/6 del minimo se l’avviso non è stato preceduto da un “invito al contraddittorio” o da un controllo dell’Agenzia delle entrate o della Guardia di finanza.

A seguito di una recente riforma, dopo la notifica dell’avviso di accertamento non c’è più bisogno dell’intervento di Equitalia per l’emissione della relativa cartella esattoriale. Infatti, gli avvisi di accertamento sono già esecutivi decorsi 60 giorni dalla loro notifica.

Adesione all’accertamento

Grazie alla cosiddetta “adesione all’accertamento”, la legge consente al contribuente di trovare un accordo con l’Agenzia delle Entrate competente per territorio sulle somme da versare per evitare che la lite finisca in tribunale.

Si tratta di una procedura che può essere richiesta tanto dal contribuente (dopo aver ricevuto un avviso di accertamento o dopo un controllo fiscale) tanto dall’Agenzia delle entrate.

La domanda va inviata in carta semplice entro 60 giorni dalla notifica dell’atto tramite consegna diretta o per posta all’ufficio competente.

Se viene raggiunto un accordo, fisco e contribuente siglano il cosiddetto atto di adesione: al contribuente viene concesso di estinguere il proprio debito con una riduzione delle sanzioni a un 1/3 del minimo previsto.

Se invece le parti non raggiungono un accordo, al contribuente non resta che il ricorso alla commissione tributaria provinciale, che è giudice di primo grado competente per tutte le controversie di natura fiscale.

Dal momento in cui si presenta la domanda per “l’adesione”, i termini per l’eventuale ricorso al giudice tributario rimangono sospesi per 90 giorni, dopo di che iniziano di nuovo a decorrere sia che raggiungiate l’accordo o meno.

 

Il reclamo

Se il valore della lite non supera i 20.000 euro, prima di finire davanti al giudice, è comunque obbligatorio tentare la cosiddetta fase di reclamo-mediazione tributaria. Attualmente la mediazione non vale per gli atti di amministrazioni diverse dall’Agenzia delle Entrate o di Equitalia, sebbene sia in corso di approvazione una riforma che estende l’obbligo di mediazione (sempre entro i 20mila euro) nei confronti di qualsiasi atto di natura fiscale (anche di Equitalia o di enti locali).

La fase di reclamo-mediazione è abbastanza semplice e si sostanzia nell’invio di un atto di reclamo – che poi è (e deve essere) identico (almeno nella sostanza delle contestazioni) all’atto di ricorso che si intende presentare al giudice – all’Agenzia delle Entrate, dando a questa il termine di 90 giorni per rispondere ed eventualmente accogliere il reclamo o proporre una offerta di mediazione. In caso di mancato riscontro, il contribuente può depositare l’atto notificato a titolo di reclamo presso la Commissione Tributaria ed esso si considererà automaticamente “commutato” in atto di ricorso.

La procedura

Con il reclamo si introduce una fase di contraddittorio fra contribuente e ufficio finalizzata alla revisione dell’atto da parte dell’Agenzia delle Entrate od al tentativo di mediazione, potendo le parti addivenire ad un accordo – sia su iniziativa del contribuente che dell’ufficio – che ridetermina la pretesa impositiva che comporta anche la riduzione delle sanzioni irrogate.

Il reclamo sospende il pagamento e la riscossione delle somme dell’atto impugnato fino allo spirare del termine di 90 giorni previsto per la definizione della procedura.

Il contribuente non può proporre ricorso alla Commissione tributaria senza aver esperito il reclamo, altrimenti la causa è improcedibile.

Il contribuente deve presentare reclamo (e non ricorso diretto alla Commissione tributaria) anche quando c’è già stato il tentativo di adesione, proposto dall’Ufficio o richiesto dal contribuente.

Se l’Agenzia delle Entrate rigetta il reclamo e le parti non raggiungono un accordo, il giudizio prosegue avanti alla Commissione tributaria (si parla quindi di reclamo-ricorso).

Il reclamo, redatto in carta libera ed indirizzato all’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate che ha emesso l’atto, deve contenere tutti gli elementi previsti per il ricorso e può contenere una motivata proposta di mediazione completa della rideterminazione dell’ammontare della pretesa impositiva, degli interessi e delle sanzioni.

In pratica, fatta eccezione per tale eventuale proposta, con il reclamo il contribuente avanza la medesima richiesta di tutela (l’annullamento dell’atto impugnato) dapprima allo stesso Ufficio che l’ha emesso e poi, se questo non vi provvede, alla Commissione tributaria. I motivi pertanto coincidono ed infatti, in caso di mancato annullamento dell’atto e mancato accordo di mediazione, il reclamo produce gli effetti del ricorso.

Se l’Agenzia delle Entrate ritiene il reclamo fondato, lo accoglie annullando in autotutela l’atto impugnato e la procedura si conclude. Lo può accogliere anche solo parzialmente.

L’Agenzia deve altresì valutare, se non ritiene di accogliere il reclamo, l’eventuale istanza di mediazione avanzata dal contribuente o, in mancanza, proporre la mediazione.

In ogni caso, la fase del reclamo e/o di mediazione si considera conclusa per mancata definizione entro il termine di 90 giorni dall’avvenuta notifica al destinatario.

Mediazione

L’ufficio può formulare una proposta di mediazione avuto riguardo all’eventuale incertezza delle questioni controverse, al grado di sostenibilità della pretesa e al principio di economicità dell’azione amministrativa.

Per la trattazione del tentativo di mediazione l’ufficio può convocare il contribuente, il quale può farsi rappresentare da un difensore abilitato.

L’eventuale accordo di mediazione si conclude con un atto contenente l’indicazione specifica degli importi risultanti dalla mediazione (tributi, interessi, sanzioni) e le modalità di versamento degli stessi; da quanto dovuto vanno comunque scomputate le somme eventualmente già pagate in esecuzione dell’atto impugnato.

Le sanzioni sono ridotte al 40% dell’importo irrogabile in base all’ammontare dei tributi rideterminati (l’ammontare non può però essere inferiore al 40% del minimo edittale previsto per la violazione più grave relativa a ciascun tributo).

Il pagamento delle somme dovute può avvenire anche ratealmente o compensando i crediti non prescritti vantati nei confronti dello Stato, enti pubblici ecc. per somministrazione, forniture e appalti.

La conciliazione

Se la mediazione non va a buon fine, la parte che poi perde la causa davanti al giudice sarà condannata a pagare il 50% in più delle spese, come rimborso delle precedenti spese di mediazione.

A processo in corso, si può comunque tentare la conciliazione, quale ultima spiaggia per la risoluzione bonaria della lite. Quest’ultima può essere avviata sia su iniziativa delle parti sia dallo stesso giudice.

In caso la conciliazione vada a buon fine, il pagamento del debito da parte del contribuente deve avvenire entro 20 giorni dalla data del verbale di conciliazione, con una diminuzione del 60% delle sanzioni previste.

Pagamenti a rate

Gli importi per le somme dovute al fisco possono essere versate in un’unica soluzione o a rate, per un massimo di 8 rate trimestrali di pari importo, che possono diventare 12 se il debito supera i 51.645,69 euro. Il tasso di interesse attualmente applicato è dello 0.5%.

Per maggiori chiarimenti sul tema leggi “Nuove rateazioni con Agenzia delle Entrate ed Equitalia”.

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