HOME Articoli

Lo sai che? Contratti per adesione: prevale l’interpretazione favorevole al consumatore

Lo sai che? Pubblicato il 18 settembre 2015

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 18 settembre 2015

Le clausole dei “contratti tipo”, cioè di quelli nei quali il consumatore non ha possibilità di apportare delle modifiche, vanno lette complessivamente individuando l’effettiva volontà delle parti e dando rilievo alle loro intenzioni secondo i principi di buona fede e di tutela del contraente più debole.

 Il quesito di una nostra lettrice:

Ho stipulato una polizza sanitaria e debbo sottopormi ad un intervento chirurgico: il tipo di intervento a cui debbo sottopormi può essere eseguito senza la necessità del bisturi, attraverso una nuova tecnica operatoria che mi risparmierebbe la necessità di sottopormi ad una lunga e dolorosa degenza post operatoria. La mia compagnia assicuratrice sostiene che non rimborserà le spese necessarie per operarmi nella clinica (una delle poche in Italia) nella quale l’intervento viene eseguito con tecniche non invasive. Afferma, infatti, che il rischio coperto dalla polizza è esclusivamente quello dei “grandi interventi chirurgici” e che il tipo di terapia che dovrei affrontare non prevede l’uso del bisturi e non può pertanto definirsi “intervento chirurgico” secondo il contratto. Cosa mi consiglia?

La risposta

Il problema della nostra lettrice è stato oggetto di una recente sentenza della Corte di Cassazione [1] la quale ha chiarito che nell’interpretazione della polizza predisposta dalla compagnia deve aversi riguardo non al significato intrinseco delle parole usate, ma allo scopo che le parti si prefiggevano quando hanno sottoscritto il relativo contratto.

 

Cosa sono i “contratti per adesione”?

A tutti sarà capitato di sottoscrivere un contratto per l’acquisto di un’autovettura, o un contratto bancario nel quale al cliente viene chiesto di firmare una serie di fogli spesso scritti con caratteri minuscoli e che nessuno, in genere, si preoccupa di leggere per intero.

Avviene così che, al momento in cui insorgono delle difficoltà, il contraente più forte, quello che ha predisposto quei lunghi contratti, accampi scuse di qualunque genere per utilizzare a proprio favore le clausole firmate senza alcuna consapevolezza del loro contenuto dalla generalità dei clienti che si trova di fronte ad una sola possibilità: prendere o lasciare.

Il contratto per adesione individua, appunto, questo tipo di contratti: quelli in cui una delle parti predispone unilateralmente il contenuto del contratto lasciando all’altra la possibilità di accettarlo per intero nella sua formulazione o, altrimenti, di non sottoscriverlo[2].

Di essi si occupa il Codice Civile [3] regolando il regime delle cosiddette “clausole vessatorie”: quelle clausole, cioè, per le quali è prevista dalla legge l’approvazione specifica e scritta, pena la loro invalidità.

L’altro contraente, dunque, non ha facoltà di intervenire sul loro contenuto, dovendo semplicemente accettarle o meno rinunciando, in quest’ultimo caso, alla stipula del contratto tout court.

Questi contratti, pertanto, sono destinati a regolare una serie indefinita di rapporti : si pensi, come detto, all’acquisto di una macchina, alla stipula di un contratto di assicurazione, o all’apertura di un conto corrente bancario [4].

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, a questo proposito, individua queste clausole in quelle che non siano state oggetto di negoziato contrattuale.

La clausola per adesione, secondo la CEDU, “si considera abusiva se, malgrado il requisito della buona fede, determina, a danno del consumatore, un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi delle parti derivanti dal contratto”.

Secondo la CEDU, inoltre, si considera che una clausola non sia stata oggetto di negoziato individuale quando è stata redatta preventivamente, in particolare nell’ambito di un contratto di adesione, e il consumatore non ha di conseguenza potuto esercitare alcuna influenza sul suo contenuto [5].

Tornando al caso della lettrice, la Corte di Cassazione nella sentenza del 20 agosto 2015 ha stabilito questi principi:

L’interpretazione del contratto deve aver riguardo allo scopo perseguito dalle parti.

Non è sufficiente, sostiene la Corte, leggere il contratto e le parole utilizzate dalle parti: occorre ricercare quale sia stata la volontà delle parti e le cause che le hanno indotte a sottoscriverlo.

La questione trova la sua regolamentazione nel Codice Civile [6] che dà rilievo non solo alle parole usate, ma alla reale volontà delle parti e allo scopo cui esso è destinato.

I “contratti tipo” vanno esaminati tenendo conto della reale intenzione delle parti, al di là delle parole usate da chi ha predisposto il contratto.

La Corte ha ritenuto che le clausole inserite nei cosiddetti “contratti tipo” – cioè quelli redatti su un modulo predisposto da uno dei contraenti – vanno interpretate, nel dubbio, nel senso più favorevole all’altro contraente, considerato più debole.

L’intenzione dei contraenti –afferma la Corte – non può essere desunta solamente dalle parole usate nel contratto. Occorre invece fare riferimento all’intenzione delle parti. Tale intenzione, poi, deve essere desunta dal contenuto complessivo del contratto, cosicché parole che a prima vista apparirebbero chiare nel loro senso letterale, possono assumere significati diversi dopo la lettura di tutte le clausole nel loro insieme.

L’attenzione alle vere finalità del contratto appare ancora più necessaria nel caso di polizze stipulate a seguito di accordi con associazioni o enti: si pensi alle polizze sanitarie stipulate tra la Cassa di Previdenza degli Avvocati ed una nota compagnia assicuratrice: chi le sottoscrive non può chiedere di cambiarle per adattarle alla sua personale situazione.

In una situazione del genere, in definitiva, l’interpretazione non può essere strettamente letterale, ma deve aver riguardo alla finalità perseguita dal consumatore di coprire gravi ed importanti eventi sanitari.

L’interpretazione delle clausole contenute su moduli predisposti da uno dei contraenti, nel dubbio, va fatta in senso favorevole al contraente più debole.

Ai sensi del Codice Civile [7] le clausole inserite nelle condizioni generali del contratto o nei moduli o formulari predisposti da uno dei contraenti s’interpretano, nel dubbio, a favore dell’altro.

La polizza sanitaria rientra perfettamente in questa ipotesi: le condizioni generali, infatti, sono dettate dalla compagnia assicuratrice ed inserite in un contratto tipo al quale il singolo assicurato non può apportare modificazioni.

A questo punto trova applicazione il principio del Codice Civile che tutela il contraente più debole; principio ripreso anche dal Codice del Consumo [8].

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, a questo proposito, fornisce una descrizione di queste clausole individuandole in quelle che non siano state oggetto di negoziato .

Conclusioni. Non occorre il bisturi per poter usufruire della copertura del rischio di “grandi interventi chirurgici”.

Non v’è dubbio, in conclusione, che alla luce delle sentenze della Corte di Cassazione, ma anche a seguito di una lettura ragionata delle norme vigenti sia interne che comunitarie, la lettrice abbia diritto di pretendere il rimborso delle spese sanitarie che andrà a sostenere.

Questa conclusione appare in linea anche con un criterio di ragionevolezza e di equità.

La logica comune, più che la logica giuridica, lascia pensare che il progresso della tecnica non può essere racchiuso in un contratto che diventa progressivamente meno aderente alla realtà per la scoperta continua di nuove tecniche chirurgiche. Nel caso preso in esame dalla Cassazione nella recente sentenza, la polizza-tipo della Cassa Forense risale al 2002.

L’utilizzo di tecniche di cura non invasive e che sono il frutto del progresso scientifico, non possono essere oggetto di una chiara previsione nel contratto.

La compagnia assicuratrice non può pretendere, dal canto suo, di evitare il risarcimento aggrappandosi ai cavilli lessicali ed alla genericità della previsione contrattuale. Specie in momenti di assoluta difficoltà umana come quello di una malattia che richiede interventi clinici complessi e modalità operatorie raffinate come nel caso della lettrice ed in quello dell’avvocato di cui si è occupata la Suprema Corte.

Il comportamento delle parti deve ispirarsi sempre, infatti, al principio di buona fede. Sia da parte -nel caso in esame – dell’assicurato che non deve tacere eventuali malattie preesistenti al contratto e che avrebbero potuto indurre la compagnia a non stipulare la polizza, sia da parte della compagnia che non può liberarsi dall’obbligo di copertura del rischio utilizzando la sua posizione di contraente più forte e dando alle parole usate nel contratto solo un significato letterale [9].

Diciamo in definitiva che la compagnia in genere ci prova, ma che in caso di giudizio vi sono ottime probabilità per la lettrice di vincere la causa che, speriamo, non sarà necessaria alla luce dei chiari orientamenti emersi nella giurisprudenza recente.

note

[1] Cass. sent. n. 17020 del 20.08.2015.

[2] Cass. sent. n. 7605/15:  Un contratto è qualificabile “per adesione” secondo il disposto dell’art. 1341 cod. civ. – e come tale soggetto, per l’efficacia delle clausole cosiddette vessatorie, alla specifica approvazione per iscritto – solo quando sia destinato a regolare una serie indefinita di rapporti e sia stato predisposto unilateralmente da un contraente. Ne consegue che tale ipotesi non ricorre quando risulta che il negozio è stato concluso mediante trattative intercorse tra le parti. (Rigetta, App. Milano, 12/05/2011 )

[3] Art. 1341 cod. civ.

[4] Cass. sent. n. 7605/2015

[5] C. Giust U.E. UE sent. n. 280 del 30.04.2014.

[6] Art. 1362 cod. civ.

[7] Art. 1370 cod. civ.

[8] D. lgs.  n. 206/2005,  art. 35 – “FORMA E INTERPRETAZIONE – 1. Nel caso di contratti di cui tutte le clausole o talune clausole siano proposte al consumatore per iscritto, tali clausole devono sempre essere redatte in modo chiaro e comprensibile. 2. In caso di dubbio sul senso di una clausola, prevale l’interpretazione più favorevole al consumatore. 3. La disposizione di cui al comma 2 non si applica nei casi di cui all’articolo 37.”

[9] Cass. sent. n. 784/2001 “Il contratto di assicurazione è annullabile, ai sensi dell’art. 1892 c.c., quando l’assicurato abbia con coscienza e volontà omesso di riferire all’assicuratore, nonostante gli sia stata rivolta apposita domanda, circostanze suscettibili di esercitare una effettiva influenza sul rischio assicurato.” (Nella specie, l’assicurato con polizza sanitaria aveva richiesto all’assicuratore il pagamento del costo di una operazione di protesizzazione al ginocchio, pagamento rifiutato dall’assicuratore per avere l’assicurato sottaciuto, al momento della stipula, di soffrire di gonalgia; la S.C. ha ritenuto correttamente motivata la decisione di merito, con cui era stata rigettata la pretesa dell’assicurato).

 

Cassazione civile, sez. III, 20 agosto 2015, n. 17020

 

Svolgimento del giudizio.

Nel maggio 2005 l’avvocato V. V. conveniva in giudizio Assicurazioni ………  S.p.A., chiedendone la condanna al pagamento dell’ indennizzo dovutogli in forza di polizza assicurativa stipulata per suo conto nel 2001 dalla Cassa Nazionale Forense ed avente ad oggetto le spese mediche da lui sopportate in occasione di vari interventi chirurgici ai quali si era sottoposto all’estero, tra il 2002 ed il 2005, per adenocarcinoma al fegato ed alla prostata.

Nella costituzione in giudizio della compagnia di assicurazioni, veniva emessa sentenza n. 651/09 con la quale il tribunale di Verona, in accoglimento della domanda, condannava Assicurazioni ….. al pagamento dell’indennizzo assicurativo di 450.551,00 US $, da convertirsi in euro al cambio della data della sentenza.

Interposto appello da Assicurazioni  ….. spa, veniva emessa sentenza n. 370/13 con la quale la corte di appello di Venezia, in riforma della prima decisione, rigettava la domanda proposta dal V., che condannava al pagamento delle spese di lite dei due gradi di giudizio.

Avverso questa sentenza viene dal V. proposto ricorso pe, cassazione sulla base di tre motivi, ai quali resiste con controricorso la …. Italia S.p.A. (già Assicurazioni …….  spa), a mezzo della propria mandataria ……… spa. Il V. ha depositato memoria ex art.378 cod.proc.civ..

Motivi della decisione.

  • 1.1 Con il primo motivo di ricorso il V. lamenta – ex art.360, 1A co. n. 4 cod.proc.civ. – violazione dell’articolo 112 cod.proc.civ.;

per avere la corte di appello respinto la sua domanda di rimborso perché asseritamente non rientrante nella copertura assicurativa dei * grandi interventi chirurgici’ (Sez. Al di polizza), senza tuttavia pronunciarsi sulla inclusione del rimborso quantomeno nella copertura assicurativa dei Sgravi eventi morbosi’ (Sez.A2 di polizza), pure da lui dedotta fin dall’atto introduttivo del giudizio.

Con il secondo motivo di ricorso il V. deduce – ex art.360, 1A co. n. 4 cod.proc.civ. – violazione degli articoli 132 n.4, 156 cod.proc.civ. e 111 Cost. per avere la corte di appello omesso di esplicitare le ragioni per cui gli interventi da lui subiti al fegato (uno di termoablazione percutanea, e due di chemioembolìzzazione) , ed alla prostata (ablazione radiochirurgica di adenoma maligno) non rientrassero nelle prestazioni chirurgiche assicurate ai sensi di polizza, facente espresso riferimento -indipendentemente dal fatto che l’intervento chirurgico venisse eseguito con tecnica tradizionale, invece che con tecniche evolute di natura radiologica – alle voci di “resezione epatiche; epatotomia; adenomectomia da neoplasia maligna; prostatectomi radicale”. Inoltre, la corte di appello non aveva esplicitato le ragioni per cui nemmeno il trapianto di fegato, al quale egli sì era infine dovuto sottoporre, rientrasse tra le prestazioni chirurgiche assicurate, pur comportando necessariamente incisione dell’organo malato al fine del suo espianto e sostituzione.

Con il terzo motivo di ricorso il V. deduce – ex art.360, 1A co. nn. 3 e 5, attuale formulazione, cod.proc.civ. – violazione dei canoni di ermeneutica ex artt. 1363, 1369 e 1370 cod.civ., posto che l’inclusione delle prestazioni chirurgiche in oggetto nella copertura dì polizza doveva desumersi, nell’ambito di un contratto di natura assistenziale ad elevata mutualità:

– dalla interdipendenza delle clausole (che prevedevano casi di indennizzo anche per interventi endoscopici di minor invasività rispetto a quelli chirurgici tradizionali, nonché il rimborso delle spese di espianto d’organo);

– dallo scopo perseguito dalle parti, volto a far fronte anche a gravi interventi chirurgici eseguiti con le tecniche operatorie più avanzate;

– dalla necessità di interpretare le clausole dubbie in senso più favorevole ali’assicurato.

  • 1.2 Sono fondati, con effetto assorbente della prima censura, il secondo ed il terzo motivo di ricorso.

Si tratta di motivi suscettibili di considerazione unitaria in quanto entrambi basati – nella prospettiva della violazione di legge e della carenza motivazionale in ordine alla individuazione del rischio assicurato – sull’erronea esclusione dalla copertura assicurativa degli interventi subiti dal V., in quanto asseritamente estranei all’elenco contrattuale degli interventi chirurgici rilevanti. La corte di appello ha osservato (sent. pag.5) che nell’elenco contrattuale rientravano, tra gli altri, gli interventi di resezione epatica ed epatotomia mentre, relativamente alla prostata, era prevista l’adenomectomia da neoplasia maligna, la linfodenectomia e la prostatectomia. Su tale premessa, ha poi aggiunto: “ora, costituisce un dato non controverso, e comunque documentatamente provato, che 1’avvocato V. sia stato sottoposto nell’agosto 2002 ad un intervento di termoablazione con radiofrequenza e successivamente, nel 2003, ad un trapianto di fegato. Entrambi gli interventi non rientrano tra quelli elencati nella polizza. Il primo trattamento operato al paziente è di natura radiologica e non chirurgica e consiste nell’immettere attraverso 1’arteria epatica microsfere radioattive verso la parte malata del fegato. Il secondo non può essere fatto rientrare nella epatotomia, che consiste nell’incisione dell’ organo. Analoghe considerazioni vanno svolte relativamente alla prostata. V. infatti non venne sottoposto a trattamenti chirurgici ma solo a terapie radiologiche ed ormonali”.

Questo convincimento deve ritenersi censurabile sotto entrambi i profili contestati.

Sul piano motivazionale, dopo aver rilevato l’effettiva previsione di rimborso per gli interventi di “resezione epatica I ed “epatotomia” (oltre che di “incannulazione dell’arteria epatica per perfusione antiblastica”) nonché di “adenomectomia da neoplasia maligna” e “prostatectomia radicale”, la sentenza impugnata risulta del tutto apodittica nel ritenere che in tali definizioni contrattuali non dovessero ricomprendersi anche gli interventi a cui si era sottoposto il V.;

i quali avevano implicato la rimozione di porzioni d’organo affette da neoplasia maligna e, nel caso del fegato, anche il successivo espianto e trapianto dell’organo nella sua interezza.

Questa lacuna esplicativa è di estremo rilievo in un contesto contrattuale nel quale la descrizione degli interventi coperti da assicurazione è formulata dalle parti con specifico riguardo all’obiettivo dell’intervento chirurgico, vale a dire al suo scopo terapeutico, non già alle tecniche operatorie utilizzate per la sua realizzazione. La corte di merito non si è dunque fatta carico di questa peculiarità della fattispecie e, in particolare, della concreta possibilità che la polizza assicurativa in oggetto (stipulata nel 2001 e, pertanto, allorquando si erano già affermate, specialmente per determinate patologie, tecniche operatorie alternative e più evolute, ancorché finalizzate al medesimo obiettivo terapeutico di rimozione dell’organo o di una sua parte affetta da lesione maligna) ricomprendesse invece, nell’ambito dei medesimi interventi descritti, tecniche operatorie diverse (complementari o sostitutive) di quella tradizionale (bisturi) quali quelle – appunto utilizzate nella specie – di natura radiochirurgica.

Una volta chiarito che la copertura assicurativa concerne interventi di resezione, incannulazione antiblastica, epatotomia, rimozione di adenomi maligni, doveva la corte di appello prendere in considerazione l’ipotesi che tale copertura valesse anche qualora questi interventi fossero stati eseguiti con tecniche più avanzate ed appropriate di quella chirurgica tradizionale. Vale a dire, con tecniche nel caso di specie consigliate dalla migliore e più aggiornata scienza medico-chirurgica, perché tali da permettere il raggiungimento degli stessi risultati della chirurgia tradizionale (ablazione delle lesioni tumorali), con metodiche meno invasive e più mirate sulla sola parte d’organo malata.

Va inoltre considerata, pur nell’ambito di una nozione più ristretta e tradizionale di chirurgia, l’incongruenza logica dell’argomento secondo cui il trapianto di fegato – ancorché implicante la resezione e l’incisione d’organo attraverso il bisturi – non poteva essere fatto rientrare nella xepatotomia’, consistendo quest’ultima “nell’incisione dell’organo”.

  • 1.3 Sul piano della contestata violazione normativa in ordine ai canoni legali di interpretazione del contratto ex articoli 1362 seguenti codice civile, la sentenza in esame si limita ad affermare la non pertinenza del richiamo operato dal tribunale all’articolo 1370 cod.civ., posto che il criterio interpretativo’ previsto da quest’ultima disposizione non potrebbe trovare applicazione a fronte di una regolamentazione contrattuale che, come quella di specie, doveva reputarsi chiara ed indubbia (sent. pag.6).

In realtà, ci si trova anche in tal caso di fronte ad un’affermazione assiomatica la quale mostra di non aver rilevato la criticità di una fattispecie nella quale i medesimi trattamenti sanitari coperti da indennizzo potevano ritenersi, nella comune intenzione delle parti, di natura chirurgica ancorché eseguiti -come detto – con modalità avanzate, perché comportanti l’applicazione chirurgica e mirata di tecnologie radiologiche ed endoscopiche volte all’ablazione del tessuto malato, con la massima preservazione del tessuto sano circostante.

In tale mancato rilievo si pone, ancor prima del criterio suppletivo di cui all’articolo 1370 cod.civ., la violazione di altri e preminenti parametri interpretativi, quali:

  1. quello per cui l’indagine sulla effettiva intenzione dei contraenti non può limitarsi, ex art.1362 c.c., al senso letterale delle parole, dovendo considerare anche le finalità concretamente perseguite dalle parti;

ciò perché il dato testuale, pur assumendo un rilievo interpretativo fondamentale, non può essere ritenuto dì per sé dirimente ai fini della ricostruzione del contenuto dell’accordo, posto che il significato delle dichiarazioni negoziali può ritenersi definitivamente acquisito solo al termine del processo ermeneutico, il quale deve estendersi alla considerazione di tutti gli ulteriori elementi, testuali ed extratestuali, indicati dal legislatore;

e ciò anche quando le espressioni possano apparire di per sé chiare e non bisognose di approfondimenti interpretativi, dal momento che un’espressione prima facie chiara può non risultare più tale, se collegata ad altre espressioni contenute nella stessa dichiarazione ovvero se posta in relazione al comportamento complessivo delle parti (così, Cass. n. 12120 del 09/06/2005);

  1. quello dell’ interpretazione complessiva delle clausole ex articolo 63 codice civile, non avendo la corte territoriale dato conto del fatto che, sebbene con riguardo a diversi apparati e patologie, la copertura assicurativa in oggetto veniva espressamente accordata anche nel caso di interventi chirurgici non rispondenti alla tecnica tradizionale;

né del fatto che, per altro verso, nessun elemento di esenzione dal rischio assicurato era desumibile dall’apposita clausola di limitazione della copertura, osservandosi anzi, in proposito, come la clausola n.2 Sez.Al di polizza prevedesse espressamente, quanto a “grande intervento chirurgico” , il rimborso altresì delle spese “di prelievo di organi o parte di essi”; ricovero relativo al donatore ed accertamenti diagnostici, assistenza medica ed infermieristica, intervento chirurgico di espianto (…)”, così da rendersi applicabile anche all’intervento di trapianto;

  1. quello, ex art.1369 ce, in base al quale le espressioni che possono avere più sensi (nella specie: “grande intervento chirurgico”) devono, nel dubbio, essere intese nel senso più conveniente alla natura e all’oggetto del contratto;

tanto più che si verteva nella specie di un contratto concluso tramite la cassa nazionale di previdenza forense, ed espressamente presentato dalla compagnia assicuratrice come di “impostazione assistenziale ad elevata mutualità”, così d non giustificare, specie in connessione con la pacifica sussistenza di un grave evento morboso necessitante di intervento operatorio, esclusioni di copertura dettate da una troppo stretta interpretazione lessicale;

  1. quello (l’unico, come anticipato, preso in esame dalla corte di appello, peraltro al solo fine di ritenerlo ininfluente ai fini di causa) di cui all’articolo 1370 codice civile, secondo cui le clausole inserite nelle condizioni generali di contratto o in moduli o formulari predisposti da uno dei contraenti s’interpretano, nel dubbio, a favore dell’altro;

si verte, nel caso di specie, di condizioni generali dettate dalla compagnia assicuratrice, alle quali si attaglia il principio secondo cui: “le clausole di polizza che delimitino il rischio assicurato, ove inserite in condizioni generali su modulo predisposto dall’assicuratore, sono soggette al criterio ermeneutico posto dall’art. 1370 cod. civ.;

e pertanto, nel dubbio, devono essere intese in senso sfavorevole ali’assicuratore medesimo” (Cass. n. 866 del 17/01/2008).

Ci si trova in definitiva di fronte ad una sentenza nella quale alla carenza logico-motivazionale si associa la plurima violazione dei criteri legali di interpretazione del contratto.

Ne segue l’accoglimento del ricorso, con la cassazione della sentenza impugnata e rinvio, anche per le spese, ad altra sezione della corte di appello di Venezia; la quale riconsidererà la fattispecie facendo applicazione dei suddetti principi.

PQM

La Corte accoglie il ricorso; cassa e rinvia, anche per le spese, ad altra sezione della corte di appello di Venezia; ai sensi dell’articolo 13, co.l quater dpr 115/02, dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.

Così deciso nella Camera di Consiglio della Terza Sezione Civile in data 20/maggio 2015


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI