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Soldi prestati al compagno/a: la truffa di chi si finge innamorato

20 settembre 2015


Soldi prestati al compagno/a: la truffa di chi si finge innamorato

> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 settembre 2015



Truffa sentimentale o appropriazione indebita: il semplice mentire sui propri sentimenti non integra reato; se vi è prova del versamento delle somme se ne può chiedere la restituzione con decreto ingiuntivo.

Fingere di amare qualcuno solo per avere soldi in regalo o in prestito, oppure l’intestazione di case e appartamenti, per poi, con una scusa qualsiasi, scaricarlo può configurare il reato di truffa o di appropriazione indebita? Secondo una recente sentenza del tribunale di Milano [1], no! Tutt’al più, se le somme sono state date a titolo di prestito, può scattare un semplice illecito civilistico di inadempimento contrattuale (“inadempimento” cioè all’obbligo della restituzione dei soldi) che dà diritto, a tutto voler concedere, e sempre che vi sia la prova tracciabile degli avvenuti prestiti, alla richiesta di un decreto ingiuntivo.

Secondo il tribunale meneghino, sebbene la truffa sentimentale sia astrattamente possibile, nei fatti invece è difficile da dimostrare. Perché possa parlarsi del delitto di truffa è necessaria la cooperazione della vittima carpita con la frode e, in particolare, è necessario che vi siano tali elementi:

– il falso innamorato deve porre in essere un comportamento fraudolento che comprenda artifici o raggiri;

 

a causa di tali atti fraudolenti, il soggetto passivo della condotta dev’essere tratto in errore;

– a causa di tale errore, il soggetto ingannato deve donare/prestare dei soldi all’altro o intestargli altri beni;

– da tale atto deve derivare un danno ingiusto per la vittima (o altri) e, nello stesso tempo, un profitto ingiusto per l’artefice del raggiro.

Insomma, perché possa scattare la truffa è necessario provare che il finto innamorato abbia, con una condotta fraudolenta (per esempio: prenotando già la chiesa per le nozze, fingendo di voler acquistare una casa, ecc.), indotto in errore il partner sulle proprie intenzioni famigliari e lavorative future, così da convincerla/lo a corrispondergli quelle somme di denaro, naturalmente con l’iniziale e perdurante intento di ingannarla/lo circa i propri sentimenti e di non restituire il denaro ricevuto.

È possibile la truffa sentimentale?

È lecito domandarsi se sia concepibile una truffa quando una persona inganni il proprio compagno/a circa i propri sentimenti al solo scopo di ottenere un vantaggio patrimoniale con altrui danno. La risposta può essere affermativa: è infatti ipotizzabile il caso di un soggetto che, attraverso una artificiosa messa in scena, faccia credere ad una persona esistano determinati sentimenti di affetto o di amore reciproci all’unico scopo di ottenere da quest’ultima un atto di disposizione patrimoniale. Si pensi a un soggetto che contatti una persona su un social network e intraprenda con questa una corrispondenza, offrendo dati falsi circa le proprie qualità, i propri interessi e la propria professione e riuscendo, in tal modo, a far invaghire la persona, a farle credere che i sentimenti affettivi siano reciproci e, infine, a farle effettuare una prestazione patrimoniale a proprio favore.

Un’analoga condotta è d’altronde ipotizzabile anche qualora l’agente agisca di persona e non tramite internet.

In simili ipotesi – che in astratto si possono qualificare come truffa – è tuttavia necessario vagliare con cura ogni singolo elemento del reato e il comportamento della parte, onde evitare una spropositata estensione della responsabilità penale.

I tre presupposti della truffa sentimentale

Un primo aspetto da vagliare con estrema cura è la concreta portata fraudolenta della condotta: non c’è truffa allorché l’inganno non sia stato tessuto in modo artificioso attraverso una alterazione della realtà esterna (quando qualcuno fa credere che esista qualcosa e invece non esiste, oppure quando fa credere che non esista qualcosa e invece esiste) o con una menzogna corredata da ragionamenti idonei a farla scambiare per realtà.

Invece, il semplice mentire sui propri sentimenti (la nuda menzogna) non integra una condotta tipica di truffa.

Il secondo aspetto da tenere in considerazione è il dolo, ossia la volontà e la coscienza di prendere in giro l’altra persona sin dall’inizio della relazione. Il dolo sopravvenuto non dà luogo ad alcuna truffa. L’agente deve aver da sempre avuto l’intenzione di ingannare la vittima e ottenere una prestazione di soldi o di beni in natura (l’intestazione di una casa) con altrui danno.

Non costituiscono quindi reato le condotte poste in essere nell’ambito di una relazione sentimentale che non sia stata, sin dall’inizio, intrapresa con quel preciso intento criminoso.

Il che comporta un’indubbia difficoltà a dimostrare l’esistenza del reato. Perché possa scattare la truffa, infatti, occorre la certezza, al di là di ogni ragionevole dubbio, che l’agente abbia, fin dall’inizio della sua relazione, voluto ottenere dalla compagna/o l’intestazione di beni o il versamento di somme che altrimenti non avrebbe potuto ottenere.

Il terzo punto da valutare riguarda il rapporto di causa-effetto tra l’errore e il prestito dei soldi. Si ha truffa solo se, in assenza dell’errore, l’atto dispositivo patrimoniale non sarebbe stato mai posto in essere. Non c’è reato se la scelta della vittima di dare i soldi non è stata effettivamente determinata dall’errata convinzione che la controparte provasse determinati sentimenti, avesse specifici propositi per il futuro, ecc.

Il caso dell’uomo ricco che sa che lei “ci sta” per soldi

Spesso non è possibile provare tutte le ragioni per cui una persona desidera “stare” con un’altra e disporre anche patrimonialmente in favore di quest’ultima. In tali casi è impossibile provare che non sussistano altre cause di per sé insufficienti a giustificare l’atto dispositivo. Si pensi, per esempio, al caso di un uomo molto ricco che intraprenda una relazione con una giovane e bellissima donna, ricoprendola di doni e spendendo a suo favore ingenti capitali. In tal caso – anche qualora si raggiunga la prova che la donna, fin dall’inizio non provava alcun sentimento nei confronti dell’uomo e fraudolentemente lo illuse del contrario al solo scopo di ottenere benefici economici – non sussiste il reato di truffa finché permanga il ragionevole dubbio che la presunta vittima, essendo ben lieto di accompagnarsi all’avvenente ragazza, anche sapendo o potendo ben immaginare la reale intenzione della stessa, si sarebbe comportato allo stesso modo. Insomma, in tali casi non sussiste lo stato di errore della vittima: il dubbio sulla possibilità di essere ingannati esclude la truffa.

Per tutti questi motivi la truffa sentimentale, sebbene astrattamente possibile, è difficile da provare nel caso concreto. Anzi, quasi impossibile.

note

[1] Trib. Milano, sent. dell’8.09.2015.

Autore immagine: 123rf com


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