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Compensazione spese processuali: sentenza nulla senza motivazione

20 Settembre 2015
Compensazione spese processuali: sentenza nulla senza motivazione

L’eccezione alla condanna alle spese secondo la regola della soccombenza va sempre motivata in sentenza.

È nulla la sentenza con la quale il giudice decide di compensare le spese di giudizio motivando la scelta con generici riferimenti “alla natura della controversia”, “qualità delle parti” e “peculiarità della vicenda”. I motivi devono essere espliciti. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

Il codice di procedura civile, dopo gli ultimi ritocchi, prevede [2] che la compensazione delle spese legali al termine della causa (in pratica “ognuno paga il proprio avvocato” e le altre spese sostenute) può avvenire solo per motivi eccezionali e cioè in caso di:

1- soccombenza reciproca (entrambe le parti non ottengono quanto richiesto o lo ottengono in misura diversa o se il giudice riduce in modo significativo la richiesta dell’attore);

2- se la questione trattata è di assoluta novità;

3- se muta la giurisprudenza rispetto alle questioni principali della causa (per es. se una delle parti vince la causa per una nuovissima interpretazione, mai prima uscita dalle aule della Cassazione).

Per una trattazione più completa del tema, leggi: “Quando si pagano le spese processuali”.

L’esercizio del potere del giudice di disporre la compensazione delle spese processuali (“ciascuno paga il suo”) è stato nel tempo sempre più limitato. Un tempo si usavano formule generiche, che lasciavano ampia discrezionalità al magistrato il quale, per esempio, poteva compensare le spese in presenza di “altri giusti motivi” o “altre gravi ed eccezionali ragioni”.

Oggi, le formule generiche sono state sostituite dall’espressa previsione delle tre precise ipotesi sopra elencate [3], ma ai processi iniziati prima della riforma continuano ad applicarsi le vecchie regole. Regole che, comunque, impongono sempre al giudice l’obbligo di motivare le ragioni della compensazione delle spese. In assenza quindi della spiegazione di quali siano gli “altri giusti motivi” [4] o le “altre gravi ed eccezionali ragioni” [5], la sentenza è nulla.

Considerato dunque che si tratta, pur sempre, dell’esercizio di un potere discrezionale del giudice, in quanto a quest’ultimo è concesso compensare le spese in deroga alla regola generale della “soccombenza” (“paga chi perde”), l’unica possibilità di contestare la sentenza riguarda la motivazione fornita in sentenza, ossia l’indicazione delle ragioni gravi ed eccezionali relative alla scelta del giudice. La motivazione deve dare conto delle specifiche circostanze e degli aspetti della controversia decisa, che appaiano appunto gravi ed eccezionali, tali cioè da assumere rilievo ai fini della compensazione delle spese.


note

[1] Cass. sent. n. 18276/2015.

[2] Art. 92 cod. proc. civ.

[3] Dl n. 132/2014 conv. L. n. 162/2014.

[4] Così con la riforma della L. n. 263/2005.

[5] Così con la riforma della L. n. 69/2009.

Autore immagine: 123rf com


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1 Commento

  1. “Motivi di equità, dovuti sia alla natura della lite che alla qualità di parte più debole del rapporto rivestita dall’intimato, inducono la Corte a ritenere interamente compensate tra le parti le spese dell’intero processo.”. L’intimato soccombente sono io contro una multinazionale. Sentenza Cassazione 2012. E’ una motivazione valida?

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