Donna e famiglia Casa familiare: a chi spetta con la separazione?

Donna e famiglia Pubblicato il 21 settembre 2015

Articolo di




> Donna e famiglia Pubblicato il 21 settembre 2015

Quali sono i criteri che il giudice deve seguire quando assegna l’immobile alla coppia che si separa? Che succede se la casa è in comodato, locazione o viene venduta? Che rilevanza hanno gli accordi fra gli ex riguardo all’assegnazione? I figli hanno voce in capitolo? Un utile guida per chi si avvia ad intraprendere una separazione.

 

Assegnazione della casa familiare: per chi non è “addetto ai lavori” è difficile immaginare quante cause vengono intraprese ogni anno per ottenerla. Giudizi che sorgono non solo tra le coppie di genitori, ma anche tra coniugi dalla cui unione non sono nati figli.

La norma [1] di riferimento stabilisce, a riguardo, che in caso di separazione, il godimento della casa familiare debba essere attribuito tenendo conto, in via prioritaria, dell’interesse dei figli e che dell’assegnazione il giudice tenga conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà. Il provvedimento di assegnazione, come pure quello di revoca, sono trascrivibili e opponibili a terzi.

Si tratta di una formulazione piuttosto generica che lascia aperto lo spazio a molti interrogativi. Cercheremo, quindi, in questo articolo di dare risposta ai più ricorrenti.

Cosa si intende per casa familiare?

Quando la legge parla di casa familiare, fa riferimento:

– sia all’immobile nel quale si è articolata la vita della famiglia prima della separazione

– sia all’insieme e all’organizzazione di beni mobili in esso contenuti, quali elettrodomestici, arredi, attrezzature e servizi (si pensi ad esempio all’uso del garage), preordinati alle esigenze di utilizzo dell’assegnatario del bene.

Se ne deduce che il criterio dell’assegnazione non si applica:

né alle seconde case nelle quali la vita familiare non ha carattere continuativo (come quella usata per le vacanze) e ai beni in esse contenuti

né ai beni strettamente personali o quelli necessari alle personali esigenze del coniuge (si pensi ad esempio agli strumenti necessari per la professione o per particolari bisogni di salute) [2].

 

Quali sono i presupposti per l’assegnazione?

Secondo la giurisprudenza prevalente [3], l’assegnazione della casa coniugale a uno dei due coniugi viene effettuata dal giudice non come misura assistenziale per il coniuge economicamente più debole, ma solo per tutelare i figli; può quindi ben essere prevista anche rispetto al coniuge che guadagna di più. Infatti lo scopo dell’assegnazione non è quello di tutelare il tenore di vita di chi ha minor reddito, ma solo quello di garantire ai figli di continuare a vivere nello stesso ambiente domestico in cui sono cresciuti quando i genitori erano uniti.

Va comunque segnalato un orientamento (seppur minoritario) secondo il quale, poiché il codice civile dispone che il godimento della casa familiare sia attribuito tenendo “prioritariamente” conto dell’interesse dei figli, il giudice potrebbe assegnare l’immobile anche a quel coniuge separato (a cui, però, non sia stata addebitata la separazione) non affidatario della prole, nel caso in cui questi abbia una necessità prioritaria. Sul punto ci siamo soffermati in questo articolo: “Assegnazione della casa coniugale: può favorire solo il coniuge più debole?”.

Di solito, tuttavia il godimento della casa familiare viene attribuito:

– al genitore che abbia avuto l’affidamento esclusivo della prole;

– al genitore collocatario dei figli minori, nel caso – ordinario – in cui gli ex abbiano l’affido condiviso;

– al genitore che convive con figli maggiorenni, sempre che questi non abbiano ancora raggiunto l’autosufficienza economica.

La scelta del giudice è obbligata?

La presenza di orientamenti discordanti (seppur l’uno prevalente rispetto all’altro) lascia desumere che il giudice ha, comunque, un potere discrezionale nel decidere sulla assegnazione.

Ciò significa che egli potrebbe anche scegliere di non assegnare l’immobile al genitore con cui vivono i figli qualora:

– le circostanze del caso concreto lo convincano che una composizione globale di tutti gli interessi coinvolti nella crisi familiare possa essere meglio realizzata attraverso l’allontanamento dei figli e del genitore con essi convivente dalla casa in cui la famiglia viveva unita [4]: possiamo, a riguardo, pensare al caso in cui l’ambiente domestico rappresenti per i minori un luogo poco sicuro o fonte di ricordi dolorosi;

– ritenga di dover dare priorità alle esigenze (ad esempio di salute) del genitore non affidatario o collocatario dei figli (ne abbiamo parlato in questo in questo articolo: “Assegnazione casa coniugale: non sempre segue l’affidamento dei figli”).

Cosa succede se non ci sono figli?

In assenza di prole, il giudice della separazione non potrà pronunciarsi sulla assegnazione della casa che rimarrà di proprietà del legittimo titolare o – in caso di comproprietà – dovrà essere divisa.

In che modo l’assegnazione incide sui rapporti economici?

L’assegnazione segue i predetti criteri a prescindere dal titolo di proprietà di uno o dell’altro genitore sull’immobile e ciò implica che il genitore che dovrà andar via di casa possa esserne anche il legittimo proprietario (o comproprietario).

Situazione questa che crea da un lato un indubbio beneficio all’assegnatario, e dall’altro un altrettanto indiscutibile svantaggio al titolare del bene, in quanto:

– egli subirà la privazione del godimento sull’immobile;

– dovrà sostenere spese non indifferenti per soddisfare le proprie necessità abitative;

– subirà un pregiudizio derivante dalla diminuzione del valore del bene (derivante dalla impossibilità di godimento), ove volesse venderlo.

A bilanciamento di questa situazione, la legge [1] prevede che dell’assegnazione il giudice tenga conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà.

Ciò significa, in parole semplici, che, qualora decida di assegnare l’immobile a chi non ne sia proprietario (o comproprietario) il giudice dovrà tener conto di tale circostanza al momento della determinazione dell’eventuale assegno in favore del coniuge assegnatario; assegno che dovrà, di conseguenza essere ridotto o anche escluso.

Perciò da un lato il magistrato dovrà soppesare la indubbia utilità economica costituita dalla casa familiare e dall’altro la consistenza delle “risorse economiche di entrambi i genitori” (patrimonio, redditi da lavoro, ecc.), senza dimenticare che, in ogni caso, sull’assegnatario peseranno tutta una serie di spese inerenti all’utilizzo del bene assegnato (per un approfondimento leggi: “Dopo la separazione chi paga tutte le spese, le bollette e le rate?”).

L’assegnazione quanto dura?

L’assegnazione della casa non dura “a vita”. Essa può, infatti, venire revocata, quando ricorrano i seguenti presupposti:

i figli raggiungano una loro autonomia economica o cessino di convivere stabilmente con il genitore assegnatario dell’immobile [5]: in questi casi, il ritorno solo saltuario del figlio presso l’abitazione, come per i weekend, raffigura un rapporto di semplice ospitalità da parte del genitore e, come tale, esclude il diritto di abitare la casa familiare (ne abbiamo parlato in questo articolo: “Casa coniugale alla moglie anche se il figlio diventa maggiorenne?”);

– altro caso è quello in cui l’assegnatario non abiti o cessi di abitare nella casa: si pensi al caso in cui egli sia costretto ad un trasferimento dettato da motivi di lavoro oppure preferisca, per semplice comodità, anche economica, trasferirsi dalla famiglia (per un approfondimento, rinviamo all’articolo: “Separazione: se il coniuge non abita la casa assegnata dal giudice”);

– ulteriore caso è quello in cui l’assegnatario intraprenda una nuova relazione e vada a convivere stabilmente con il nuovo compagno/a oppure si risposi; in questo caso, tuttavia, la Cassazione, ha affermato che la decisione sulla assegnazione della casa coniugale non vada esclusa a priori, ma debba essere esaminata caso per caso, tenendo conto in via prioritaria dell’ interesse della prole convivente (ne abbiamo parlato in questo articolo: “Nuova convivenza e assegnazione della casa coniugale”).

In tutti questi casi, il diritto all’assegnazione non viene meno in via automatica, ma dovrà essere formulata un’apposita istanza al giudice, corredata dalle prove a fondamento della stessa.

Che succede se la casa è in comodato?

Capita spesso che l’immobile che costituisce la casa familiare sia stato concesso alla coppia in comodato d’uso (spesso dai genitori di uno dei due) per soddisfare le esigenze abitative della famiglia. In tal caso, come ha chiarito di recente la Cassazione a sezioni unite [6], tali esigenze non possono intendersi cessate con la separazione dei due comodatari; quando vi sono figli, infatti, rimane ferma la necessità di soddisfare le loro necessità abitative.

I giudici supremi hanno perciò affermato che, in questa ipotesi, la lunga durata e la stabilità che caratterizza le esigenze abitative di un nucleo familiare escludono che si possa applicare la disciplina sul comodato precario (che prevede il diritto del comodante di chiedere la immediata restituzione del bene in qualsiasi momento e senza necessità di uno specifico motivo).

In pratica, anche se le parti contraenti non abbiano stabilito un termine di durata, se il comodato ha ad oggetto un immobile destinato alle esigenze abitative della famiglia, esso deve intendersi un comodato di lunga durata, soggetto alle regole del comodato tradizionale.

Ciò implica che chi abbia concesso la casa in comodato può chiedere il rilascio dell’immobile solo quando:

– cessino le esigenze abitative della famiglia (non quindi con la separazione);

– quando sorga un suo bisogno urgente e imprevisto di riavere l’immobile.

Che succede se la casa è in locazione?

Se gli ex vivevano in affitto, l’assegnazione farà succedere l’assegnatario nel contratto di locazione stipulato dal coniuge (o convivente)/conduttore [7]. In pratica, il provvedimento del magistrato, provocherà:

– una cessione legale del relativo contratto di locazione in favore dell’assegnatario;

– l’estinzione del rapporto di locazione sul primo conduttore (coniuge/convivente);

– l’acquisizione da parte dell’assegnatario di tutti i diritti e doveri derivano dal contratto.

Il diritto di succedere nel contratto di locazione della casa familiare, tuttavia, cesserà nel caso in cui l’immobile in questione ceduto, dopo la separazione non venga utilizzato per soddisfare le esigenze della famiglia.

Che succede se la casa viene venduta?

In questo caso bisogna distinguere l’ipotesi in cui la vendita sia successiva o precedente a provvedimento di assegnazione.

Se, dopo il provvedimento (anche provvisorio del tribunale), il proprietario vende la casa a terzi, l’assegnazione della casa prevale sempre sul terzo che abbia acquistato l’immobile:

– per i primi nove anni se il provvedimento di assegnazione non è stato trascritto nei pubblici registri immobiliari

– ed anche oltre nel caso in cui vi sia stata la trascrizione. Ne abbiamo parlato in questo articolo: Che succede se la casa coniugale viene venduta dopo l’assegnazione del giudice .

Se il proprietario vende l’immobile prima del provvedimento di assegnazione, in tal caso, la successiva assegnazione della casa all’altro genitore prevarrà sul nuovo acquirente se questi era a conoscenza dello stato di fatto o di diritto in cui si trovava l’immobile. Ciò vale anche nel caso in cui l’assegnatario e collocatario della prole sia convivente e non coniuge. Dunque, anche l’acquirente della casa che abbia regolarmente trascritto l’atto di compravendita prima del provvedimento di assegnazione del tribunale, potrà vedersi per così dire “scavalcato” dal successivo assegnatario della casa.

Ne abbiamo parlato qui: “Coppie non sposate: casa assegnata al convivente coi minori”.

 

Quali sono le possibili modalità di assegnazione?

Abbiamo spiegato in premessa che l’assegnazione può avere ad oggetto solo l’abitazione (insieme ad oggetti e arredi) nella quale si è articolata la vita familiare prima della separazione; ciò allo scopo di garantire stabilità alla prole, non allontanandola dal proprio habitat domestico e dalle consuetudini di vita avute durante la coabitazione della famiglia unita.

Ciò non toglie che, specie quando la coppia riesca a trovare un accordo, sia senz’altro possibile che il giudice ammetta modalità differenti di assegnazione rispetto a quella tradizionale (cioè dell’ immobile inteso nella sua globalità e ad uno solo dei genitori).

L’assegnazione, infatti, deve proporsi come primario obiettivo quello di tutelare l’interesse dei figli, tra cui rientra senz’altro quello di conservare, nonostante la separazione, rapporti paritari e significativi con ciascun genitore.

In quest’ottica possono essere previste diverse modalità di assegnazione, quali:

a– la cosiddetta assegnazione parziale della casa, attraverso la sua suddivisione in due unità abitative distinte e separate. Questa forma di assegnazione è da escludersi in due casi:

– se le dimensioni o la struttura non ne consentano la divisione;

– quando tra la coppia vi sia una forte conflittualità (ne abbiamo parlato in questo articolo: “Troppi litigi? Non è possibile l’assegnazione parziale della casa a entrambi i coniugi”);

b– l’assegnazione della casa al figlio mentre i genitori si alternano nell’abitarvi [9]: una scelta che può alleviare nel minore il senso del distacco e consentirgli di mantenere una maggiore stabilità per la conservazione delle sue ordinarie consuetudini di vita, senza bisogno di spostarsi con periodicità nella residenza dell’altro genitore;

c– l’assegnazione a chi tra gli ex non sia collocatario dei figli; ciò sarà possibile ove possa essere utilizzato un diverso immobile (come ad esempio la casa dei nonni) di cui la coppia abbia la disponibilità: soluzione che potrà evitare al proprietario di sostenere i costi di un nuovo alloggio.

d– infine, il giudice potrà anche decidere di non assegnare l’immobile, ove la coppia opti per la vendita o l’affitto della casa familiare, finalizzata all’acquisto di due immobili distinti.

In un’ottica di accordo, tra l’altro, gli ex potranno redigere una lista di beni, specificandone la relativa titolarità o escludendone dal godimento dell’assegnatario alcuni, di norma compresi nell’arredo della casa coniugale [10].

Il magistrato, in altre parole potrà autorizzare le soluzioni più svariate in merito all’assegnazione (anche eventualmente assunte nell’ambito di una negoziazione assistita), se le ritenga rispondenti agli interessi dei figli, ma – in mancanza di accordo – non potrà che decidere con riferimento alla casa familiare e ai beni in essa contenuti, senza poter considerare l’utilizzo di diversi immobili.

I figli hanno voce in capitolo riguardo all’assegnazione?

Certamente si. Il giudice, per decidere su questioni riguardanti la organizzazione della vita dei figli (quale appunto quella relativa a particolari modalità di assegnazione della casa familiare) deve ascoltare i figli (quando la loro età o il grado di maturità lo consenta) e valutare una serie di circostanze (tra cui il grado di conflitto esistente tra i genitori, dimostrato ad esempio da un provvedimento di affido esclusivo).

Il giudice deve, infatti, tener conto della volontà manifestata dai minori tutte le volte in cui si decida su questioni che li riguardano e valutare quanto la sua scelta possa compromettere la loro serenità in ragione del grado di litigiosità esistente tra gli ex [11].

Resta comunque fermo il principio che, se vi è accordo tra i genitori, il giudice – di norma – non procede all’ascolto in quanto ritenuto superfluo [12]. Per un approfondimento rinviamo alle nostre guide: “Separazione: a che età i minori possono decidere il genitore con cui stare?” e “Separazione: chi decide con quale genitore deve stare il figlio?”.

note

[1] Art. 337 sexies cod. civ.

[2] Cfr. Cass. sent. n. 7303/83 e Cass. sent. n. 5793/93.

[3] Cfr Cass. sent. n. 15367 del 22.07.15; sent. n. 18440 del 01.08.2013.

[4] Cfr. Cass. sent. n. 376/99.

[5] Cass., ord. n. 13295 del 12.06.14.

[6] Cass. Sez. Unite, sent. n. 20448 del 29.09.2014.

[7] Art. 6 L. n. 392 1978.

[8] Cass. sent. n. 17971 dell’11.09.2015.

[9] Cfr. Trib. Varese, decr. n. 158/2013; Trib. Milano, decr. del 16.09.2013.

[10] Cass. sent. n. 5189/98.

[11] Cass. sent.. 16649/14 del 22.7.14.

[12] Art. 337 octies cod. civ.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI