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Dipendenti pubblici: promozione anche con procedimento penale

21 settembre 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 settembre 2015



È possibile, per un ente locale, nominare responsabile di settore il dipendente che abbia in corso un procedimento penale? E nel caso di condanna?

 

La questione oggetto della domanda del lettore è stata recentemente oggetto di un parere dell’ANAC (Autorità nazionale anti corruzione) [1].

Esso afferma che non solo nel caso di procedimento in corso, ma anche in quello di condanne per reati non rientranti nell’elenco di quelli contro la pubblica amministrazione [2] il dipendente può assumere compiti di direzione di settore.

La norma citata dall’ANAC prevede che l’incarico in questione non può essere conferito a “coloro che siano stati condannati, anche con sentenza non passata in giudicato, per uno dei reati previsti dal capo I del titolo II del libro secondo del codice penale”. Si tratta di reati quali la malversazione, la corruzione o, nel caso più frequente, l’abuso d’ufficio.

Già l’esame di questa parte iniziale della norma segna espressamente la portata del divieto allorché stabilisce che la condanna per i reati indicati, e non per altri, impedisce la nomina. Ma consente, di converso, di affermare che l’elencazione è tassativa, nonostante diversi orientamenti regolamentari come quello espresso dal Piano Nazionale Anticorruzione.

Il discorso potrebbe chiudersi qui; semplicemente con il riferimento alla Costituzione che presume l’imputato innocente sino alla condanna definitiva. A maggior ragione quando il procedimento penale sia ancora in corso in primo grado e non vi sia stato alcun provvedimento che lo definisce.

Il Piano Nazionale anticorruzione [3] avente caratteristiche di fonte secondaria (Regolamento) prevede tuttavia, che l’elencazione dei reati contenuta nella norma più volte prima richiamata deve considerarsi indicativa poiché le misure di prevenzione, appunto perché tali, debbono essere adottate in tutte le “varie situazioni in cui, nel corso dell’attività amministrativa, si riscontri l’abuso da parte di un soggetto del potere a lui affidato al fine di ottenere vantaggi privati”.

Potrebbe agevolmente obiettarsi che il Regolamento non può ampliare la portata della legge; in ogni caso, dal collegamento tra la norma primaria con quella regolamentare deve dedursi che la condanna per reati dei pubblici ufficiali contro la Pubblica amministrazione, o per altri reati che comunque presuppongono un abuso del potere per favorire privati, suggerisce di non adibire il condannato a mansioni dirigenziali.

Ma sempre di condannati si discute!

Ed anche nel caso di condanna la questione potrebbe arricchirsi attraverso il riferimento al dibattito, anch’esso in corso, riguardante l’operatività della pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici nel caso di sospensione condizionale della pena [4]: il Codice Penale prevede che “La sospensione condizionale della pena si estende alle pene accessorie”, e molti considerano che l’interdizione dai pubblici uffici, essendo una sanzione accessoria, sia sospesa anch’essa per effetto della sospensione della pena principale. La conseguenza è, nel caso in esame, che la sospensione condizionale impedisce la preclusione alle funzioni dirigenziali.

Ancora una volta, tuttavia, si fa riferimento a provvedimenti anche non definitivi di condanna e giammai a procedimenti penali che vedano imputato il dipendente.

La questione non è priva di riflessi: in molti piccoli Comuni, l’avvio di un procedimento penale nei confronti di un dirigente (spesso si tratta di titolari di “posizione organizzativa” ed in genere l’imputazione è per abuso d’ufficio) e l’obbligo di revocarli, produrrebbe squilibri insopportabili per l’azione amministrativa. Si pensi al Comandante della Polizia Municipale ed alla difficoltà di reperire negli scarni organici dei piccoli enti, personale con i titoli e le qualifiche necessarie.

Molte norme, questa è la verità, sono frutto del fenomeno dilagante della corruzione nella Pubblica Amministrazione; ma questa situazione che richiederebbe un cambio culturale, più che interventi legislativi, ha creato gabbie e catenacci spesso irragionevoli. Come in ogni cosa, però, la lettura delle norme va fatta alla luce dei principii costituzionali e, sempre, con un minimo di buon senso.

Altrimenti si rischia di bloccare tutto l’apparato pubblico.

note

[1] Orientamento n. 22 del 1° luglio 2015.

[2] Non rientranti tra quelli previsti dall’art. 3 del D.Lgs. 39/2013.

[3] CIVIT –oggi ANAC – Deliberazione N. 72/2013.

[4] Si vedano: art. 166 cod. pen. co. 1 e l’art.3 del Decreto Legislativo 39/2013.

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1 Commento

  1. il mio commento????
    Ok alla fine restano solo chiacchiere, i dipendenti corrotti restano sempre, chiamate personali ol telefono dell’ufficio si faranno sempre ecc. chi sarà punito il piccolo dipendente e basta

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