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La caparra fa reddito se l’acquisto non va a buon fine: ecco perchè

24 Giu 2016


La caparra fa reddito se l’acquisto non va a buon fine: ecco perchè

> Business Pubblicato il 24 Giu 2016



La caparra confirmatoria fa reddito nel caso di acquisti sfumati: ecco la decisione della Cassazione. 

La Corte di Cassazione [1] ha stabilito che la caparra confirmatoria convenuta nel preliminare di compravendita deve essere assoggettata a imposizione diretta. Questo perchè la prestazione principale, ovvero l’acquisto, pur non essendo andato a buon fine, avrebbe costituito reddito per il venditore.

Andiamo con ordine dando prima di tutto una definizione diCaparra“.

Caparra confirmatoria: una definizione

La caparra confirmatoria costituisce un anticipo sul prezzo da corrispondere a fronte del servizio o del bene che si intende acquistare. Tuttavia a differenza dell’acconto la caparra non è rimborsabile, ovvero ha funzione di risarcimento, senza che per questo la parte che la trattiene debba dimostrare di avere avuto un dànno dal rifiuto dell’acquisto. Quel dànno è già dato per scontato.

La caparra è regolata dal codice civile che stabilisce difatti [2] che in caso di inadempimento dell’acquirente (che si concretizza anche nel mero rifiuto di acquistare il bene) quella caparra può essere trattenuta dal venditore.

Inoltre la caparra genera degli obblighi anche in capo a chi la trattiene. Perché se il venditore dovesse decidere di non vendere più allora egli dovrà restituire la caparra in misura doppia al potenziale acquirente.

La caparra confirmatoria fa reddito

Secondo quanto stabilito dalla Corte, avendo la caparra natura di risarcimento per il venditore che non ha concluso l’affare, di fatto tale importo si considera avere natura reddituale, proprio come sarebbe stato parte del reddito quello derivante dalla vendita del bene immobile [3].

Le indennità conseguite a titolo di risarcimento di danni consistenti nella perdita di diritti”, questo quanto stabilisce il TUIR [4] in merito ai proventi derivanti dal risarcimento. Da qui la sentenza della Cassazione, della quale vi diamo evidenza di seguito.

note

[1] Cass. Sent n. 11307 del 31.05.2016. 

[2] Art. 1385, cod. civ.

[3] TUIR, art. 67, c.1.

[4] TUIR, art. 6, c.2.

Corte di Cassazione, Sezione TRI civile

Sentenza 31 maggio 2016, n. 11307

(Dott. CAPPABIANCA Aurelio – Presidente; Dott. GRECO Antonio – rel. Consigliere)

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avv. (OMISSIS) presso il quale e’ elettivamente domiciliato in (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura generale dello Stato, presso la quale e’ domiciliata in Roma in via dei Portoghesi n. 12;

– resistente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Calabria n. 1824/4/14, depositata il 9 ottobre 2014;

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 13 maggio 2015 dal Relatore Cons. Antonio Greco;

uditi l’avv. (OMISSIS) per il ricorrente e l’avvocato dello Stato (OMISSIS) per la resistente;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MASTROBERARDINO Paola, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

(OMISSIS) propone ricorso per cassazione, affidato a tre motivi ed illustrato con successiva memoria, nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale della Calabria che, rigettandone l’appello, ha confermato la legittimita’ dell’avviso di accertamento, ai fini dell’IRPEF per l’anno 2005, relativo all’incameramento della scarna di Euro 457.158 a titolo di caparra penitenziale, convenuta con il preliminare di compravendita – non seguito dalla stipula del definitivo – sottoscritto con la spa (OMISSIS), ed avente ad oggetto terreni agricoli in Crotone al prezzo pattuito di Euro 22.857.915.

Secondo il giudice d’appello, premesso che la caparra andava inquadrata nella previsione dell’articolo 6, comma 2, del tuir, secondo il quale sono considerati redditi della stessa categoria di quelli perduti “le indennita’ conseguite a titolo di risarcimento di danni consistenti nella perdita di diritti”, andava affermata la tassabilita’ della caparra incamerata, che costituiva il risarcimento della perdita dei proventi che, per loro natura, avrebbero generato redditi tassabili per un soggetto privato, con il conseguimento di una plusvalenza ai sensi dell’articolo 67 del tuir.

L’Agenzia delle entrate si e’ limitata a depositare atto di costituzione ai fini della partecipazione all’udienza di discussione.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente, denunciando “nullita’ della sentenza che ha confermato la decisione di primo grado per aver ritenuto legittimo l’accertamento originariamente impugnato, pur in presenza di un difetto di motivazione per intrinseca contraddittorieta'”, ravvisa nella sentenza errores in iudicando ed in procedendo dolendosi, segnatamente, della “omessa pronuncia sul motivo di appello con il quale il contribuente lamentava il vizio di una sentenza di primo grado appiattita/fotocopia delle tesi erariali, limitandosi a rilevare che “i giudici di prime cure, condividendo l’operato dell’ufficio impositore, hanno applicato alla fattispecie in esame l’articolo 6, comma 2, in correlazione al Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986, articolo 67 (redditi diversi), comma 1, lettera a).

Il motivo e’ infondato.

Il Collegio anzitutto rileva come secondo l’insegnamento del giudice della nomofilachia, “nel processo civile ed in quello tributario, la sentenza la cui motivazione si limiti a riprodurre il contenuto di un atto di parte (o di altri atti processuali o provvedimenti giudiziari), senza niente aggiungervi, non e’ nulla qualora le ragioni della decisione siano, in ogni caso, attribuibili all’organo giudicante e risultino in modo chiaro, univoco ed esaustivo, atteso che, in base alle disposizioni costituzionali e processuali, tale tecnica di redazione non puo’ ritenersi, di per se’, sintomatica di un difetto d’imparzialita’ del giudice, al quale non e’ imposta l’originalita’ ne’ dei contenuti ne’ delle modalita’ espositive, tanto piu’ che la validita’ degli atti processuali si pone su un piano diverso rispetto alla valutazione professionale o disciplinare del magistrato” (Cass., sez. un. 16 gennaio 2015, n. 642).

Nella specie, poi, il giudice d’appello – dopo aver rilevato che la Commissione provinciale “condividendo l’operato dell’Ufficio aveva applicato alla fattispecie l’articolo 6, comma 2, in correlazione al Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986, articolo 67 (redditi diversi), comma 1, lettera a), – ha sottoposto nelle pagine seguenti (pagg. 4, 5 e 6) ad argomentato esame critico quante affermato dal giudice di primo grado, pervenendo alla conclusione che “la penale e’ assoggettabile ad imposizione diretta, in quanto la prestazione principale rimasta ineseguita (cessione dell’immobile) avrebbe costituito reddito ai sensi dell’articolo 67, comma 1, del tuir, ed ha cosi’ puntualizzato che “il Collegio condivide quindi le asserzioni dell’ufficio circa la tassabilita’ della caparra incamerata costituendo la stessa il risarcimento della perdita dei proventi che, per loro natura e in base a quanto sopra considerato avrebbero generato redditi tassabili per un soggetto privato, con il conseguimento di una plusvalenza ai sensi dell’articolo 67 del tuir”.

E’ percio’ assorbito l’esame degli ulteriori profili del complesso motivo con i quali, per un verso, in ragione dell’asserito “appiattimento” della sentenza di primo grado sulle tesi erariali, il contribuente aveva dubitato della legittimita’ costituzionale del sistema della giustizia tributaria per “mancanza di terzieta’ e indipendenza degli organi giurisdizionali tributari di merito, derivanti dalla dipendenza economica e funzionale delle segreterie e dei giudici dal MEF”; e, per altro verso, aveva censurato l’esame compiuto dal giudice d’appello per aver ritenuto legittimo “l’accertamento viziato da motivazione intrinsecamente contraddittoria”.

Con il secondo motivo denuncia, sotto i1 profilo dell’error in iudicando e dell’error in procedendo, la nullita’ della sentenza impugnata per aver ritenuto legittimo l’accertamento che ha assoggettato a tassazione la somma trattenuta dal contribuente, “soggetto privato, non considerandone la natura puramente di pena privata stabilita convenzionalmente a fronte del recesso di parte promissaria acquirente, non rientrando la stessa in alcuna delle categorie reddituali previste dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986, articolo 6, non essendoci quindi alcun reddito da assoggettare a tassazione separata”.

Il motivo e’ infondato, in quanto non vengono contestate in mulo idoneo le ragioni dell’imponibilita’ della somma convenuta, e percepita dal contribuente, alla luce della disciplina delle imposte sui redditi, ed a ben vedere non viene individuato l’errore o gli errori di diritto commessi dal giudice d’appello.

La Commissione regionale ha infatti condiviso la ritenuta tassabilita’ della caparra incassata dal contribuente, per inadempimento della parte promissaria acquirente, in ragione della sua riconosciuta “natura risarcitoria, in applicazione della disciplina tributaria prevista dall’articolo 6, comma 2, e articolo 67, comma 1, lettera a), del tuir”.

Ha osservato infatti. che l’inquadramento della clausola penale rientra pienamente nel disposto dell’articolo 6, comma 2, del tuir, secondo il quale sono considerati redditi della stessa categoria di quelli perduti “le indennita’ conseguite a titolo di risarcimento di danni consistenti nella perdita di diritti”, concordando la dottrina nell’affermare che, in caso di inadempimento dell’obbligazione principale, la rilevanza dell’imposizione diretta della corresponsione della penale ha per base la visione civilistica della fattispecie come essenzialmente risarcitoria.

“In questa prospettiva – prosegue il giudice di merito – in seno all’incremento patrimoniale che si verifica a vantaggio della parte non inadempiente, con l’introito della penale, sono state individuate, ai fini tributari, una componente risarcitoria della perdita subita ed una componente risarcitoria del mancato guadagno; quest’ultima “e’ assimilata a reddito, e quindi assoggettata ad imposizione diretta, in quanto surrogatoria del mancato reddito a causa dell’inadempimento dell’altro contraente. Per l’individuazione di tali componenti all’interno della prestazione risarcitoria si e’ fatto ricorso al criterio riferito all’attitudine a produrre reddito della prestazione principale rimasta ineseguita. In caso affermativo, l’introito della penale viene a sua volta considerato reddito per la parte afferente a tale mancato reddito. Ne consegue che la penale e’ assoggettabile ad imposizione diretta, in quanto la prestazione principale rimasta ineseguita (cessione dell’immobile) avrebbe costituito reddito ai sensi dell’articolo 67, comma 1, tuir. Il Collegio condivide quindi le asserzioni dell’Ufficio circa la caparra incamerata costituendo la stessa il risarcimento della perdita di proventi che, per loro natura e in base a quanto sopra considerato avrebbero generato redditi tassabili per un soggetto privato, con il conseguimento di una plusvalenza ai sensi dell’articolo 67 del tuir”.

Con il terzo motivo il ricorrente si duole dell’omessa pronuncia, in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 4, e dell’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 5, con riguardo all’incidenza sulla tassazione in discorso della rivalutazione del terreno secondo la previsione della L. 28 dicembre 2001, n. 448, articoli 7 e 5.

Il motivo e’ in parte infondato ed in parte inammissibile.

E’ infondato sotto il primo profilo, in quanto il giudice d’appello ha esaminato il rilievo, affermando in proposito che “il principio della tassabilita’ della caparra effettivamente incamerata dal venditore promissario non puo’ essere eluso a causa e per effetto dell’avvenuta “rivalutazione” dei terreni da parte dei venditori (e conseguente pagamento delle maggiori imposte, asserendo il verificarsi di una doppia imposizione della plusvalenza, in caso di conclusione dell’operazione di trasferimento del bene, non emergendo un collegamento funzionale tra l’invocata disciplina favorevole ai proprietari dei terreni rivalutati e il trattamento fiscale della penale (contrattuale)”; ed e’ invece inammissibile alla stregua di quanto previsto dall’articolo 360 c.p.c., n. 5, nel testo come sostituito dal Decreto Legge 22 giugno 2012, articolo 54, come convertito, in quanto il fatto e’ stato esaminato dal giudice.

Il ricorso deve essere pertanto rigettato ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese, liquidate in Euro 5.000 per compensi di avvocato, oltre alle spese prenotate a debito.

Sussistono ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis dello stesso articolo 13.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, liquidate in Euro 5.000 per compensi di avvocato oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del corna 1 bis dello stesso articolo 13.


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