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Dichiarazione redditi: anche chi l’affida al commercialista non può dimenticarsi

21 settembre 2015


Dichiarazione redditi: anche chi l’affida al commercialista non può dimenticarsi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 21 settembre 2015



L’aver affidato al commercialista la predisposizione e l’invio della dichiarazione del redditi non giustifica la violazione dell’obbligo né esclude la consapevolezza della scadenza del termine: solo la forza maggiore può giustificare tale omissione.

La Cassazione bacchetta chi affida la propria contabilità al commercialista e poi se ne disinteressa totalmente: infatti, se anche il professionista non provvede al tempestivo invio telematico della dichiarazione dei redditi, a risponderne è sempre il cliente-contribuente. Non può quest’ultimo scusarsi sostenendo di aver affidato tutto allo studio commercialistico e, quindi, di essersi totalmente dimenticato delle scadenze fiscali, complice anche l’ignoranza che questi ha in materia. Lo ha chiarito la Cassazione con una recente sentenza [1].

Del reato di omessa presentazione della dichiarazione dei redditi [2] (che scatta per non aver presentato la dichiarazione nei tempi previsti dalla legge) risponde sempre il cittadino salvo che questi non dimostri la forza maggiore.

Termini entro cui va presentata in via telematica la dichiarazione

La dichiarazione può essere presentata direttamente o attraverso intermediari abilitati o, in alcuni casi, tramite un ufficio locale dell’Agenzia delle Entrate.

In ogni caso, il termine di presentazione è il 30 settembre dell’anno successivo a quello cui i redditi si riferiscono [3].

La dichiarazione si considera tempestiva se trasmessa nel termine predetto anche se successivamente è scartata dal servizio telematico per la presenza di errori, purché sia correttamente ritrasmessa entro i 5 giorni successivi alla comunicazione telematica dell’Agenzia delle Entrate [4].

Mancata presentazione

Il contribuente non può evitare la condanna penale lamentando di aver delegato ad un commercialista il disbrigo degli adempimenti fiscali e che pertanto non abbia specificamente voluto evadere le imposte, non essendo nemmeno consapevole del debito tributario e del suo ammontare. Anche, infatti, chi dimostri di aver sollecitato più volte il proprio commercialista, finendo poi per rivolgersi ad altro professionista, non può essere perdonato. Solo la forza maggiore può giustificare tale omissione. In ogni caso, il contribuente deve essere a conoscenza delle relative scadenze. In caso di superamento del termine per la presentazione, il cittadino può comunque fruire, a fini penali, del termine di 90 giorni concesso dalla legge.

La Suprema Corte ribadisce che l’obbligo di presentare la dichiarazione incombe sempre e direttamente sul contribuente. Nel caso si tratti si società l’obbligo ricade su chi ne abbia la legale rappresentanza, tenuto a sottoscrivere la dichiarazione a pena di nullità.

Il fatto che il contribuente possa avvalersi di persone incaricate della materiale predisposizione e trasmissione della dichiarazione non trasferisce su queste ultime l’obbligo che fa comunque carico direttamente al contribuente il quale, infatti, in caso di trasmissione telematica della dichiarazione rimane obbligato alla conservazione della copia sottoscritta della dichiarazione.

È vero: perché scatti il reato di omessa dichiarazione dei redditi è necessario il dolo specifico di evasione, ossia l’effettiva evasione. Ma a tal fine è sufficiente l’aver omesso di vigilare sul comportamento del proprio commercialista.

La responsabilità del commercialista

Ovviamente, vien fatta salva la possibilità per il contribuente che abbia dovuto pagare poi le sanzioni e sia stato imputato del reato di omesso versamento, di agire nei confronti del proprio commercialista per la responsabilità professionale chiedendogli, quantomeno, il risarcimento dei danni.

note

[1] Cass. sent. n. 37856/15 del 18.09.2015.

[2] Art. 5, comma 1, d.lgs. n .74/2000.

[3] Art. 2 DPR 322/98.

[4] Ag. Entrate, circ. AE 25 gennaio 2002 n. 6/E.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 18 giugno – 18 settembre, n. 37856
Presidente Squassoni – Relatore Aceto

Ritenuto in fatto

1.I1 sig. P.P. ricorre per l’annullamento della sentenza dei 23/04/2014 della Corte di appello di Palermo che ha confermato la condanna alla pena, condizionalmente sospesa, di otto mesi di reclusione inflitta il 26/02/2013 dal Tribunale di Palermo per il reato di cui all’art. 5, comma 1, d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74 perché, quale legale rappresentante e liquidatore della società «FUTURA LIFT S.r.l.», al fine di evadere le imposte, non aveva presentato la dichiarazione dei redditi relativa all’anno di imposta 2007 con relativa evasione dell’IRES nella misura di € 149.179,13.
1.1. Con unico articolato motivo eccepisce violazione dell’art. 5, comma 1, d.lgs. n. 74 del 2000 e illogicità, insufficienza e contraddittorietà della motivazione.
Deduce, in fatto, di aver delegato ad un commercialista il disbrigo degli adempimenti fiscali e che pertanto non poteva essere animato dallo scopo di evadere le imposte, non essendo nemmeno consapevole del debito tributario e del suo ammontare. Più volte – prosegue – aveva sollecitato l’operato del proprio commercialista (al quale aveva consegnato tutta la contabilità e si era successivamente reso irreperibile) tant’è vero che aveva deciso di rivolgersi ad un altro professionista per sincerarsi che tutto fosse in ordine. Sicché, ove volesse ipotizzarsi una culpa in vigilando, che la Corte territoriale espressamente gli addebita, essa non avrebbe alcun fondamento fattuale. Peraltro la documentazione recuperata era in tale disordine che né la Guardia di Finanza né la commercialista successivamente incaricata erano stati in grado di ricostruire il complesso delle movimentazioni societarie.
In primo grado, inoltre, non era nemmeno emersa la prova dell’effettivo superamento della soglia di punibilità, con quanto ne consegue anche in ordine alla consapevolezza dell’ammontare effettivo dell’imposta evasa.
La Corte di appello, sollecitata sul punto, si è limitata a richiamare le dichiarazioni testimoniali rese dall’accertatore della Guardia di Finanza e della nuova commercialista, la cui lettura però non consente una tale conclusione. I Giudici di merito hanno travisato l’esito dell’istruttoria dibattimentale sul punto.
Del resto è singolare che l’Agenzia delle Entrate non abbia avviato alcun procedimento per il recupero dell’imposta evasa.
La Corte di appello, dunque, non ha dato risposte adeguate ai rilievi puntualmente mossi in sede di impugnazione avverso la sentenza di primo grado.

Considerato in diritto

2.I1 ricorso è inammissibile perché generico, proposto per motivi non consentiti dalla legge e in ogni caso totalmente infondato.
3. II ricorso si basa pressoché interamente su considerazioni di natura fattuale che non possono avere ingresso in questa sede di legittimità.
3.1. Le eccezioni difensive, infatti, fanno riferimento a circostanze (il costante controllo sull’operato del precedente commercialista, la sua successiva irreperibilità, le condizioni in cui aveva lasciato la documentazione fiscale, la presunta inerzia dell’amministrazione fiscale) che, oltre ad essere del tutto irrilevanti (come il mancato esercizio della pretesa tributaria), sono estranee al testo del provvedimento impugnato e non possono essere sottoposte alla diretta valutazione della Corte di cassazione perché le utilizzi quale metro di giudizio della completezza ed esaustività della motivazione e della fondatezza delle eccezioni stesse.
3.2.11 Tribunale di Palermo aveva affermato che l’importo dell’imposta evasa era stato ricostruito in base alle dichiarazioni dei testimoni escussi (il verbalizzante della Guardia di Finanza e la consulente della società) e alla documentazione acquisita attraverso il servizio di cassetto telematico INPS – INAIL.
3.3.La Corte di appello ha confermato che l’importo dell’imposta evasa è stato ricostruito in base alle testimonianze rese e alla documentazione contabile utilizzata per gli accertamenti.
3.4.L’imputato lamenta l’insufficienza della motivazione e il travisamento dell’istruttoria dibattimentale ma, in violazione del principio di autosufficienza del ricorso, omette dei tutto di indicare quali precise censure e rilievi fossero stati mossi alla sentenza di primo grado su questo specifico punto. Non è perciò valutabile il vizio di insufficiente motivazione della sentenza di secondo grado se il ricorrente non indica quali aspetti critici delle prove esaminate in primo grado, relativi alla quantificazione dell’imposta evasa, siano stati devoluti con l’appello.
3.5. Va aggiunto che il vizio di travisamento della prova, previsto dall’art. 606, comma primo, lett. e), cod. proc. pen., deve riguardare la singola prova e non la valutazione che ne sia stata fatta, tanto meno può riguardare l’istruttoria dibattimentale. Nel caso di cosiddetta “doppia conforme”, tale vizio può essere eccepito in sede di legittimità nelle sole ipotesi in cui il giudice di appello, per rispondere alle critiche contenute nei motivi di gravame, abbia richiamato dati probatori non esaminati dal primo giudice oppure quando entrambi i giudici del merito siano incorsi nel medesimo travisamento delle risultanze probatorie acquisite in forma di tale macroscopica o manifesta evidenza da imporre, in termini inequivocabili, il riscontro della non corrispondenza delle motivazioni di entrambe le sentenze di merito rispetto al compendio probatorio acquisito nel contraddittorio delle parti.(Sez. 4, n. 5615 del 13/11/2013, Nicoli, Rv. 258432; Sez. 4, n. 44765 del 22/10/2013, Buonfine, Rv. 256837).
3.6.Nel caso di specie entrambi i giudici di merito hanno fatto riferimento alle medesime prove (testimoniali e documentali) ma il ricorrente, oltre a prescindere completamente dal dato documentale (che nemmeno menziona), non allega né trascrive (per intero) le dichiarazioni testimoniali che riporterebbero affermazioni che egli afferma esser state travisate.
3.7.Sotto altro profilo, va ribadito che l’obbligo della presentazione della dichiarazione dei redditi incombe direttamente sul contribuente e, in caso di persone giuridiche, su chi ne abbia la legale rappresentanza, tenuto a sottoscrivere la dichiarazione a pena di nullità (art. 1, comma 4, d.P.R. 22 luglio 1998, n. 322). II fatto che il contribuente (la persona giuridica nel caso di specie) possa avvalersi di persone incaricate della materiale predisposizione e trasmissione della dichiarazione (art. 3, commi 3 e 3-bis, d.P.R. n. 322 del 1998, cit.) non vale a trasferire su queste ultime l’obbligo dichiarativo che fa carico direttamente al contribuente il quale, in caso di trasmissione telematica della dichiarazione, è comunque obbligato alla conservazione della copia sottoscritta della dichiarazione (art. 1, comma 6, d.P.R. n. 322 del 1998).
3.8.L’adempimento formale, dunque, fa carico al contribuente il quale deve essere a conoscenza delle relative scadenze e può anche giovarsi, a fini penali, del termine di 90 giorni concesso dalla legge in caso di infruttuoso superamento dei termine (artt. 2, comma 7, d.P.R. n. 322 dei 1998 e 5, comma 2, d.lgs. n. 74 del 2000).
3.9.Ne consegue che il sol fatto di aver affidato ad un professionista, già incaricato della tenuta della contabilità, il compito di predisporre e trasmettere la dichiarazione dei redditi, non è circostanza che giustifica di per sé la violazione dell’obbligo o possa escludere la consapevolezza della inutile scadenza del termine.
3.10. Solo la forza maggiore può giustificare tale omissione (Sez. 3 n. 3928 dei 25/02/1991, Rv. 186784), ma nella valutazione della sua sussistenza non si può prescindere dal fatto che il contribuente ha, come detto, 90 giorni di tempo dalla scadenza dei termine per adempiere all’obbligo.
3.11.Dal ricorso non solo non si evince quando l’imputato si sia rivolto alla nuova commercialista (tema che il ricorrente non afferma nemmeno esser stato oggetto di devoluzione) ma nemmeno se il precedente tenutario della contabilità appartenesse ad una delle categorie specificamente autorizzate ai sensi dell’art. 3, comma 3, d.P.R. n. 322 del 1998, cit.).
3.12.Non v’è dubbio che per la consumazione del reato di omessa dichiarazione dei redditi è necessario il dolo specifico di evasione. La semplice violazione dell’obbligo dichiarativo non basta; è necessaria non solo l’effettiva evasione (superiore al quantum previsto dalla norma, ritenuto da questa Corte di cassazione elemento costitutivo dei reato) ma anche la prova che l’omessa dichiarazione fosse preordinata proprio all’evasione dell’imposta e per le quantità superiori alla soglia della rilevanza penale, e dunque nella consapevolezza del loro ammontare.
3.13.Non è sufficiente a tal fine il richiamo alla “culpa in vigilando’, che inaccettabilmente trasforma il rimprovero per l’atteggiamento antidoveroso da doloso in colposo, né al “dolus in re ipsa”:
3.14.Tuttavia, non è manifestamente illogico trarre dai dati fattuali a disposizione dei giudici di merito la prova della effettiva sussistenza di tale consapevole volontà. Stando alle lettura delle sentenze di merito: a) l’importo dell’imposta evasa è stato tratto da documenti contributivi e previdenziali che riguardavano operazioni poste in essere dalla società rappresentata dall’imputato e inevitabilmente trasmesse per notizia all’incaricato che a sua volta le aveva trasmesse agli enti interessati (INPS e INAIL); b) si tratta di importi rilevanti pari a poco meno dei doppio della soglia di rilevanza penale all’epoca indicata dall’art. 5, d.lgs. n. 74 del 2000; c) l’imputato non ha mai dedotto di esser stato all’oscuro di tali operazioni imponibili; d) le circostanze relative all’affidamento dell’incarico al vecchio professionista, alla sua qualifica, al ritrovamento della documentazione, alla sua irreperibilità, all’affidamento dell’incarico alla nuova consulente sono tutte decisamente generiche e rimaste sullo sfondo, affidate alle sue sole deduzioni inidonee a fornire una valida base fattuale alla ragionevolezza del dubbio circa la sussistenza del dolo di evasione.
3.15.Le eccezioni sollevate sul punto dall’imputato sono del tutto generiche e attingono ancora una volta al fatto.
3.16.11 ricorso deve perciò essere dichiarato inammissibile.
3.17.Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue, ex art. 616 cod. proc. pen., non potendosi escludere che essa sia ascrivibile a colpa del ricorrente (C. Cost. sent. 7-13 giugno 2000, n. 186), l’onere delle spese del procedimento nonché del versamento di una somma in favore della Cassa delle ammende, che si fissa equitativamente, in ragione dei motivi dedotti, nella misura di € 1000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

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