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Si può chiedere il rimborso di imposte non dovute anche a termini scaduti?

22 settembre 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 settembre 2015



Errori nelle dichiarazioni fiscali, richiesta di rimborso all’Agenzia delle Entrate delle imposte non dovute: la Cassazione chiede al Primo Presidente di sottoporre la questione alle Sezioni Unite.

La Corte di Cassazione [1] con ordinanza dello scorso 18 settembre, ha rimesso al Primo Presidente, affinché venga rimessa alle Sezioni Unite, la questione riguardante la possibilità di richiedere nel corso del procedimento tributario il rimborso di imposte non dovute, la cui istanza non era stata formulata nei termini.

Fino ad oggi alcuni giudici ed anche la Cassazione [2] si sono orientati in modo difforme.

Il primo orientamento, quello che appare più logicamente motivato, ritiene che tale possibilità di rimborso derivi dalla funzione stessa delle dichiarazioni agli uffici fiscali: non si tratta, infatti, di una dichiarazione avente il valore di un contratto o di un atto con il quale si dispone dei propri diritti. Si tratta, secondo i giudici, di una dichiarazione di scienza, cioè della comunicazione al fisco di dati di cui si è a conoscenza e che, come tali, possono essere viziati da errori, anche inconsapevoli.

Nel momento in cui il contribuente – secondo questo orientamento – viene a conoscenza di fatti nuovi, deve poter correggere gli eventuali errori in cui è incorso, senza alcun termine di decadenza.

Tra l’altro – afferma la Sezione Tributaria della Corte – il fisco deve pretendere dai cittadini il pagamento delle imposte dovute, e non può giovarsi di errori che si tramuterebbero in un pregiudizio ingiusto per il contribuente.

Vale, anche in questo caso, il principio di collaborazione e buona fede che perfino il Codice Civile prevede come obbligo per le parti di un contratto.

E dunque, se v’è stato un errore che ha indotto il contribuente a pagare più di quanto era dovuto, è giusto che il fisco ne prenda atto e restituisca quanto è stato pagato in eccesso.

L’istanza di rimborso, fuori del caso in cui il Fisco abbia notificato un accertamento, deve essere presentata entro 48 mesi o, nel caso di dichiarazione integrativa (cioè quella nella quale, si correggono eventuali errori, nel termine di un anno dalla scadenza della dichiarazione successiva a quella errata.

L’identica questione è stata però interpretata in altro modo da parte della stessa Cassazione.[3]

Essa ha ritenuto che la rettifica delle dichiarazioni riguarda solo gli errori in favore del fisco e non anche quelli che potrebbero avvantaggiare il contribuente il quale, eventualmente, può integrare la dichiarazione errata nel biennio successivo alla scadenza del termine per la dichiarazione.

In sede di ricorso tributario – si afferma – l’errore potrebbe valere per compensare le maggiori imposte richieste, ma non legittimare un’istanza di rimborso. Altrimenti si opererebbe una interpretazione contraria all’intenzione del legislatore. [4]

Sulla questione, dunque, i Giudici della Cassazione ritengono necessario un pronunciamento chiaro delle Sezioni Unite affinché venga deciso un orientamento uniforme.

Un orientamento che, ad avviso di chi scrive, dovrà ratificare la necessità di un nuovo rapporto tra fisco e cittadini: un rapporto nel quale non è concepibile l’atteggiamento opportunista di chi vuole approfittare degli errori dell’altro per ricavarne un vantaggio.

Lo prevede già il Codice Civile nei rapporti tra privati!

note

[1] Cass., Ordinanza interlocutoria n. 18383 del 18.09.2015

[2] Cass. sent. n. 5947/2015; Cass. sent. n. 6665/2015.

[3] Cass., sent. n. 4238/2004

[4] Cass. sent. n. 24929/2013; Cass. sent. n. 454/2014).

Autore immagine: 123rf com


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