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Dagli artigiani ai makers: la nuova “rinascenza”?

22 settembre 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 settembre 2015



Ci sono due articoli della Costituzione italiana che, mescolati insieme, producono, a mio parere, “energia”. L’art. 9, ove si dice che “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, e l’art. 33, ove si legge che “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Questo sarebbe il nostro “grano”, se ci riferissimo alla protostoria, il nostro “petrolio”, se ci riferissimo alla storia contemporanea, la nostra “energia tout court”, se ci riferiamo al futuro.

“Tutto fa brodo”, in campo energetico; così si può dire a fortiori oggi che la tecnologia rende possibili gli impasti più impensati di professionalità e know how per realizzare cose che un tempo erano fatte da singoli artigiani e che adesso necessitano dei più innumerevoli e qualificati apporti di intelligenza e conoscenze. Ed il che non è di certo un male, con tutto il rispetto per gli artigiani di ieri.

Per soddisfare i bisogni di una società evoluta, e che si evolve così rapidamente, sono necessari investimenti crescenti – per dirla con Mr. Wagner e in armonia con la sua teoria della produzione e della spesa pubblica sempre crescente (a tal proposito vi invito a “scorrere” le immagini della Lucania nel mio corso-percorso in giuristrade.it dal titolo “C-P Elementi di Macroeconomia. La spesa pubblica dello stato”) – e non solo di denaro.

Vi è, quindi, che il peso dell’economia reale sta tornando a farsi sentire, di quell’economia che vive nel progresso tecnologico e nell’output di prodotto, sì, ma che trova il suo motore primo (forse qualche “filosofo” potrebbe aiutarmi nel definire questo aspetto, o anche qualche “meccanico”), il suo primo vero impulso, la vera molla nel desiderio di conservazione e riscoperta del nostro passato, delle nostre radici, e quindi dei nostri modelli di vita, di consumo e di produzione.

Anche perché sorprende di continuo il vedere come, a dispetto delle divisioni attuali, si possa trovare proprio qui, in Italia, un comune filo conduttore, un trait d’union dei popoli europei, nei molti “passati” che l’ombelico del mondo sa ancora offrirci.

Avere, oggi, una decina di tedeschi a capo dei principali musei italiani suscita peraltro una moltitudine di domande: siamo diventati finalmente un tutt’uno, noi Europei? A giudicare dalle vicende dell’attualità migratoria e greco-germanica, non direi. Ci siamo aperti al mondo? Il mondo ci guarda come fossimo “cosa sua”? Ma se poi diamo uno sguardo alla storia, lì troviamo la spiegazione di tutto, in questa matassa inestricabile di culture e di popoli d’Europa e del mondo che coesiste in loco fin dalla protostoria italo-greca.

Volgere lo sguardo alla nostra cultura, ad un tempo italica e internazionale, progredita e ancestrale, arcaica e updated, regolata da un diritto interno (il ius civile dei Romani) che ha già in se l’elemento naturale e spontaneo della internazionalità (mi riferisco per esempio alle aperture verso gli altri popoli insite nella concezione stessa dell’impianto del parallelo ius fetiale, il primo più esteso “diritto internazionale” dei popoli del mondo) è, secondo me la forma migliore per recuperare i punti di forza di quel vecchio artigiano locrese, il padre di mio nonno, per intenderci, che ha proseguito lo sforzo di evoluzione della nostra identità di popolo e cultura in modo naturale e rispettoso della tradizione e del contesto in cui ha vissuto. Oggi abbiamo una marcia in più, però, siamo cioè consapevoli dell’importanza di questo passato e siamo anche in grado di trarne vantaggio.

Nella mappatura virtuale del territorio italiano che sto cercando di realizzare nel sito giuristrade.it, grazie soprattutto al prodigioso strumento di Google Maps e agli infiniti spazi di archiviazione che il web ci dona in cloud computing, mi sento come mio bis-nonno Ciccio, consapevole di trovarmi sull’esatto punto di confine, tra la vecchia generazione del “consumo” (tale se ugualmente visto da destra e da sinistra) e la nascente generazione dei “makers”, per intenderci, la generazione di mia figlia Francesca. È cambiata e sta cambiando qualcosa nella nostra mentalità: è forse tornato nonno Ciccio, però con una valigia di diavolerie tecnologiche, adesso.

Per tornare, in conclusione, ai nostri due articoli della Costituzione, l’Italia è un museo a cielo aperto, ma anche una scuola a cielo aperto. Vi si impara e vi si insegna, liberamente. Basta solo aprirlo e sfogliarlo, questo libro meraviglioso.

Mi chiedo, poi, se questo libro è un libro solo “fisico” o anche “virtuale”.

Biagio Lecce

corsipercorsistudio@gmail.it

giuristrade.it


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