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Incolpare e denunciare un innocente: quando c’è calunnia?

23 settembre 2015


Incolpare e denunciare un innocente: quando c’è calunnia?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 settembre 2015



Querela e denuncia: la calunnia presuppone il dolo, ossia la conoscenza della innocenza altrui; la distorta rappresentazione della realtà o delle leggi non fa scattare il reato.

Chi incolpa una persona innocente e lo fa con leggerezza, temerariamente e senza ben informarsi di cosa preveda la legge, non è responsabile per calunnia: infatti, perché possa scattare la controquerela per calunnia è necessario che chi accusa sia consapevole dell’altrui innocenza e, ciò nonostante, agisca ugualmente presentando la denuncia alle autorità. Insomma, per il reato di calunnia è necessario il dolo, ossia la volontà di incolpare una persona che si sa essere innocente. Diversamente, se il querelante agisce in base a una distorta percezione dei fatti e delle leggi, frutto piuttosto di una sua colpa, non è responsabile penalmente per tutti gli affanni e i danni cagionati al soggetto ingiustamente querelato.

Lo ricorda la Cassazione in una recente sentenza [1].

Tizio querela Caio per dei fatti totalmente infondati e non sussistenti. Caio viene sottoposto a un lungo processo all’esito del quale viene assolto. Tizio è responsabile? Può essere controquerelato per calunnia? Gli si possono chiedere i danni per le spese processuali sostenute? La risposta che fornisce la Suprema Corte è negativa, ma solo nella misura in cui Tizio abbia agito in buona fede, ossia presupponendo in cuor suo (sebbene erroneamente e anche con una certa temerarietà) che Caio fosse davvero colpevole. Se, al contrario, Tizio avesse querelato Caio sapendolo sin dall’inizio pienamente innocente, ma avesse agito al solo scopo di procurargli un danno – sia pure derivato dall’ansia e dalle preoccupazioni del procedimento penale – allora egli sarebbe responsabile per il reato di calunnia.

A proposito, i giudici ricordano che affinché risulti integrato il dolo di calunnia occorre la sussistenza cumulativa di due distinti elementi:

– l’intenzionalità dell’incolpazione

– la sicura conoscenza dell’innocenza dell’incolpato.

Conclude la Corte ricordando che il dolo del reato di calunnia non sussiste quando un individuo, anche se affidandosi a fatti che sono frutto di una personale e distorta percezione, si limiti a incolpare qualcuno temerariamente, senza avere alcuna intenzione di accusare una persona innocente.

Inoltre, la calunnia richiede che la querela venga sporta necessariamente davanti all’autorità giudiziaria o ad altra che a questa abbia obbligo di riferire, come ad esempio le forze dell’ordine (i carabinieri, i poliziotti, ecc.), i pubblici ufficiali, ecc.

Quindi, per esempio, chi incolpa ingiustamente un collega davanti al datore di lavoro non risponde di calunnia.

La calunnia consiste quindi nell’incolpare falsamente taluno, che si sa con certezza essere innocente, di un reato avanti l’autorità giudiziaria (o ad altra che a questa abbia obbligo di riferire: es. forse dell’ordine, pubblici ufficiali, ..).

note

 

[1] Cass. sent. n. 38296/2015 del 21.09.2015.

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 14 luglio – 21 settembre 2015, n. 38296
Presidente Paoloni – Relatore Carcano

Ritenuto in fatto

1. A. V. impugna la sentenza in epigrafe indicata che, in riforma della decisione di primo grado, ha assolto C. V. dal delitto di calunnia perché il fatto non costituisce rato per mancanza dell’elemento soggettivo.
Affinché si possa configurare la calunnia, ad avviso della Corte d’appello, è richiesta la conoscenza dell’innocenza della persona accusata e, pertanto, là dove vi sia l’erronea opinione della responsabilità dell’ incolpato ovvero anche il legittimo dubbio sulla colpevolezza, non sì può ritenere che sussista la responsabilità di chi abbia presentato una denuncia poiché manca la volontà di denunciare un innocente.
Nel caso concreto, gli elementi acquisiti inducono a ritenere che il tutto sia ascrivibile a una erronea ricostruzione dei fatti da parte dell’incolpato. Egli ebbe a presentare denuncia alla polizia locale de Comune di Nocera Superiore affinché si accertasse se A. V., in assenza di ogni titolo autorizzativo, avesse iniziato a sostituire i vecchi travi portanti e le lamiere di copertura con nuovi materiali di una vecchia baracca. All’esito degli accertamenti compiuti, A. V. era diffidato a continuare i lavori ed era instaurato un procedimento penale per violazione urbanistica.
Con la denuncia presentata al Sindaco e al comando dei vigili urbani, C. V. segnalava un ulteriore intervento costruttivo, sollecitando nuovi accertamenti. Nel corso di tale ulteriore accertamento è emersa, in realtà, la presenza sul luogo dell’indagato e ciò avrebbe ragionevolmente potuto indurre C. V. ha ritenere la prosecuzione dei lavori.
In conclusione, Per la Corte d’appello, la situazione era tale da far ritenere che i lavori abusivi fossero ancora in corso e volti alla realizzazione di altri interventi non autorizzati.
La situazione era tale da indurre a richiedere gli ulteriori verifiche, per una erronea percezione dei fatti. Ciò esclude che, per il giudice d’appello, la certezza della consapevolezza dell’illecito e comporta l’assoluzione dal delitto di calunnia perché il fatto non costituisce reato, con la revoca delle statuizioni civili.
2. Il ricorrente deduce:
– vizio di motivazione, poiché la Corte d’appello, in termini del tutto assertivi, ritiene pacifica la presenza di A. V. sul luogo ove era la baracca. La situazione è frutto di una erronea percezione dei fatti, poiché le fotografie non sono riferibili al periodo indicato, bensì ad epoca successiva come ritenuto dal giudice di primo grado, con una precisa indicazioni di elementi di fatto che portavano ad escludere che le fotto fossero risalenti al periodo indicato dalla Corte d’appello.
Il ricorrente riporta sul punto la motivazione del giudice di primo grado dalla quale emerge tale discordanza e sottolinea che il giudice d’appello non avrebbe potuto affermare con tale certezza tali circostanze.
Peraltro, non vi è motivazione sulle ragioni per le quali la Corte d’appello non ha condiviso le conclusioni raggiunte dal giudice di primo grado.
Il giudice di primo grado, con una motivazione logica e coerente, ricostruisce le ragioni per le quali ha ritenuto che C. V. avesse sotto controllo i lavori del cugino A. V., e non avrebbe potuto equivocare su quello che stava accadendo.
Il giudice d’appello, nel riformare radicalmente la prima decisione, avrebbe dovuto confrontarsi con le conclusioni raggiunte dal primo giudice.

Considerato in diritto

Il ricorso è infondato poiché la Corte d’appello ha esposto in termini coerenti il dissenso rispetto alle conclusioni raggiunte dal giudice di primo grado.
Il giudice d’appello in realtà si è espresso nel senso che C. V. ha voluto solo rappresentare una richiesta volta a sviluppare un’attività investigativa senza aver voluto con precisa determinazione accusare persona che egli sapeva innocente.
E’ dunque contradditoria e mancante la prova che C. V. abbia accusato il cugino A. di fatti penalmente rilevanti, essendo consapevole della sua innocenza, bensì si è limitato a presentare una segnalazioni alle autorità di vigilanza affinché fossero svolte ulteriori indagini sulle circostanze delle quali non aveva una precisa consapevolezza.
Come noto, affinché si configuri il dolo di calunnia è necessario che il soggetto agisca intenzionalmente e con la certezza dell’innocenza dell’incolpato. L’intenzionalità della incolpazione e la sicura conoscenza dell’innocenza dell’incolpato sono elementi distinti che devono ricorrere entrambi ai fini della sussistenza dei dolo del delitto di calunnia. Va qui, dunque, ribadito che, ai fini dell’integrazione dell’elemento psicologico del reato di calunnia, non assume alcun rilievo la forma dei dolo eventuale, in quanto la formula normativa “taluno che egli sa innocente” risulta particolarmente pregnante e indicativa della consapevolezza certa dell’innocenza dell’incolpato (Sez. VI, 8 febbraio 2009,dep. 17 aprile 2009, n. 16645; id 16 dicembre 2008, dep. 21 gennaio 2009, n. 2750 ).
In base a tali principi, il dolo del delitto di calunnia va escluso nei caso in cui un soggetto, anche se affidandosi a fatti frutto di personale e distorta percezione, si limiti a incolpare taluno temerariamente, senza avere la intenzione di accusare una persona innocente.
E’ questa la conclusione cui è pervenuto il giudice d’appello, dialogando con i punti significativi espressi nella sentenza di primo grado, e pervenendo a conclusioni secondo cui gli elementi esposti nella sentenza di primo manifestassero una ragionevole incertezza sulla sussistenza dell’elemento soggettivo richiesto per la configurazione della volontà di accusare un innocente.
La sentenza impugnata é, dunque, coerente nelle sue conclusioni ed esprime in termini chiari il dissenso sulle conclusioni raggiunte dal giudice di primo grado, sviluppato tra l’altro su scelte di merito non censurabili in questa sede di legittimità.
Il ricorso della parte civile A. V. è dunque infondato e va rigettato, con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


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3 Commenti

  1. a mio parere tale sentenza pone un pericoloso precedente che potrebbe essere sfruttato per perpretare dispetti e mettere in atto vendette ed apre la strada a denunce presentate con leggerezza; infatti non è affatto semplice stabilire che un querelante abbia agito in buona fede rivolgendosi all’autorità giudiziaria.
    Inoltre non si tiene conto che una distorta interpretazione dei fatti possa essere indotta nel querelante da dei preconcetti che egli alimenta dentro di sè

  2. sono stata terribilmente offesa dal mio preside, che mi ha accusato ingiustamente su fatti e spese che non lo riguardano. Sono in pensione ma SENZA pensione da 7 mesi.

  3. Un accusa nei miei confronti (credo esclusivamente per invidia e mettermi in brutta luce) Senza prove e senza motivazioni. E in situazioni in cui io dovrei essere una benemerita deficiente. Se la giustizia umana esiste o no (quelle vera) ancora vorrei saperlo. Spero esista il Giudice Divino. E.

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