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Lo sai che? Pornografia: lecito salvare nell’hard disk del computer film porno?

Lo sai che? Pubblicato il 23 settembre 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 23 settembre 2015

Archivio sul pc di file audio e video di natura porno: solo la pedopornografia fa scattare il reato.

“Hard” disk in senso stretto: chi conserva nella memoria del computer file hard, ossia porno – sia che si tratti di fotografie che di film – non risponde di alcun reato. La detenzione di materiale pornografico non è punita dal nostro ordinamento. Altrettanto il download di file porno non costituisce un illecito penale, salvo ovviamente la violazione degli eventuali diritti d’autore del proprietario del contenuto. Ma, qualora questi li abbia messi a libera disposizione della rete, l’utente è libero di scaricare, conservare, archiviare.

Diverso invece il caso di materiale pedopornografico. In questo caso, la semplice visione non rileva penalmente e non fa scattare il reato, ma l’acquisizione (quindi il download) e la disponibilità (attraverso il salvataggio nel computer), sia pure per un tempo limitato alla sola visione (quindi anche per pochi minuti), fa scattare la condanna. Lo ha ricordato la Cassazione in una recente sentenza [1].

L’illecito penale viene punito anche nel caso in cui la polizia rinvenga un solo file. Non conta, infatti, il numero di immagini o video a contenuto pedopornografico.

L’unico modo per evitare la condanna, da parte dell’utente, è quello di dimostrare l’accidentalità del download. Si pensi al caso di chi utilizzi un software di condivisione “peer to peer” e, invogliato da un titolo di un noto film di animazione, scopra invece che lo stesso è un video hard con l’impiego illecito di minori, rinominato da chi lo aveva immesso in rete. In tal caso, non vi è responsabilità a condizione che il soggetto che si sia imbattuto nel contenuto illegale lo abbia immediatamente cancellato dal proprio hard disk.

note

[1] Cass. sent. n. 38435/15.

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 14 luglio – 21 settembre 2015, n. 38296
Presidente Paoloni – Relatore Carcano

Ritenuto in fatto

1. A. V. impugna la sentenza in epigrafe indicata che, in riforma della decisione di primo grado, ha assolto C. V. dal delitto di calunnia perché il fatto non costituisce rato per mancanza dell’elemento soggettivo.
Affinché si possa configurare la calunnia, ad avviso della Corte d’appello, è richiesta la conoscenza dell’innocenza della persona accusata e, pertanto, là dove vi sia l’erronea opinione della responsabilità dell’ incolpato ovvero anche il legittimo dubbio sulla colpevolezza, non sì può ritenere che sussista la responsabilità di chi abbia presentato una denuncia poiché manca la volontà di denunciare un innocente.
Nel caso concreto, gli elementi acquisiti inducono a ritenere che il tutto sia ascrivibile a una erronea ricostruzione dei fatti da parte dell’incolpato. Egli ebbe a presentare denuncia alla polizia locale de Comune di Nocera Superiore affinché si accertasse se A. V., in assenza di ogni titolo autorizzativo, avesse iniziato a sostituire i vecchi travi portanti e le lamiere di copertura con nuovi materiali di una vecchia baracca. All’esito degli accertamenti compiuti, A. V. era diffidato a continuare i lavori ed era instaurato un procedimento penale per violazione urbanistica.
Con la denuncia presentata al Sindaco e al comando dei vigili urbani, C. V. segnalava un ulteriore intervento costruttivo, sollecitando nuovi accertamenti. Nel corso di tale ulteriore accertamento è emersa, in realtà, la presenza sul luogo dell’indagato e ciò avrebbe ragionevolmente potuto indurre C. V. ha ritenere la prosecuzione dei lavori.
In conclusione, Per la Corte d’appello, la situazione era tale da far ritenere che i lavori abusivi fossero ancora in corso e volti alla realizzazione di altri interventi non autorizzati.
La situazione era tale da indurre a richiedere gli ulteriori verifiche, per una erronea percezione dei fatti. Ciò esclude che, per il giudice d’appello, la certezza della consapevolezza dell’illecito e comporta l’assoluzione dal delitto di calunnia perché il fatto non costituisce reato, con la revoca delle statuizioni civili.
2. Il ricorrente deduce:
– vizio di motivazione, poiché la Corte d’appello, in termini del tutto assertivi, ritiene pacifica la presenza di A. V. sul luogo ove era la baracca. La situazione è frutto di una erronea percezione dei fatti, poiché le fotografie non sono riferibili al periodo indicato, bensì ad epoca successiva come ritenuto dal giudice di primo grado, con una precisa indicazioni di elementi di fatto che portavano ad escludere che le fotto fossero risalenti al periodo indicato dalla Corte d’appello.
Il ricorrente riporta sul punto la motivazione del giudice di primo grado dalla quale emerge tale discordanza e sottolinea che il giudice d’appello non avrebbe potuto affermare con tale certezza tali circostanze.
Peraltro, non vi è motivazione sulle ragioni per le quali la Corte d’appello non ha condiviso le conclusioni raggiunte dal giudice di primo grado.
Il giudice di primo grado, con una motivazione logica e coerente, ricostruisce le ragioni per le quali ha ritenuto che C. V. avesse sotto controllo i lavori del cugino A. V., e non avrebbe potuto equivocare su quello che stava accadendo.
Il giudice d’appello, nel riformare radicalmente la prima decisione, avrebbe dovuto confrontarsi con le conclusioni raggiunte dal primo giudice.

Considerato in diritto

Il ricorso è infondato poiché la Corte d’appello ha esposto in termini coerenti il dissenso rispetto alle conclusioni raggiunte dal giudice di primo grado.
Il giudice d’appello in realtà si è espresso nel senso che C. V. ha voluto solo rappresentare una richiesta volta a sviluppare un’attività investigativa senza aver voluto con precisa determinazione accusare persona che egli sapeva innocente.
E’ dunque contradditoria e mancante la prova che C. V. abbia accusato il cugino A. di fatti penalmente rilevanti, essendo consapevole della sua innocenza, bensì si è limitato a presentare una segnalazioni alle autorità di vigilanza affinché fossero svolte ulteriori indagini sulle circostanze delle quali non aveva una precisa consapevolezza.
Come noto, affinché si configuri il dolo di calunnia è necessario che il soggetto agisca intenzionalmente e con la certezza dell’innocenza dell’incolpato. L’intenzionalità della incolpazione e la sicura conoscenza dell’innocenza dell’incolpato sono elementi distinti che devono ricorrere entrambi ai fini della sussistenza dei dolo del delitto di calunnia. Va qui, dunque, ribadito che, ai fini dell’integrazione dell’elemento psicologico del reato di calunnia, non assume alcun rilievo la forma dei dolo eventuale, in quanto la formula normativa “taluno che egli sa innocente” risulta particolarmente pregnante e indicativa della consapevolezza certa dell’innocenza dell’incolpato (Sez. VI, 8 febbraio 2009,dep. 17 aprile 2009, n. 16645; id 16 dicembre 2008, dep. 21 gennaio 2009, n. 2750 ).
In base a tali principi, il dolo del delitto di calunnia va escluso nei caso in cui un soggetto, anche se affidandosi a fatti frutto di personale e distorta percezione, si limiti a incolpare taluno temerariamente, senza avere la intenzione di accusare una persona innocente.
E’ questa la conclusione cui è pervenuto il giudice d’appello, dialogando con i punti significativi espressi nella sentenza di primo grado, e pervenendo a conclusioni secondo cui gli elementi esposti nella sentenza di primo manifestassero una ragionevole incertezza sulla sussistenza dell’elemento soggettivo richiesto per la configurazione della volontà di accusare un innocente.
La sentenza impugnata é, dunque, coerente nelle sue conclusioni ed esprime in termini chiari il dissenso sulle conclusioni raggiunte dal giudice di primo grado, sviluppato tra l’altro su scelte di merito non censurabili in questa sede di legittimità.
Il ricorso della parte civile A. V. è dunque infondato e va rigettato, con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


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