La condanna alle spese processuali nelle cause tributarie

24 settembre 2015


La condanna alle spese processuali nelle cause tributarie

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 settembre 2015



Condanna al rimborso delle spese per la causa nell’ipotesi di rifiuto della proposta di conciliazione; la compensazione delle spese solo in casi gravi.

 

In materia di condanna alle spese processuali, in caso di soccombenza nella causa, il processo tributario si avvicina alle regole di quello civile: per cui la condanna alle spese sarà la regola per chi perde (si terrà conto anche degli oneri accessori sostenuti), mentre la compensazione sarà l’eccezione, prevista solo in casi gravi ed eccezionali da motivare espressamente.

Inoltre, se la parte rifiuta senza giustificato motivo la proposta di conciliazione avanzata dalla controparte e, all’esito della causa, seppur vincitrice, si veda riconoscere dal giudice la sua pretesa in misura inferiore rispetto a quanto proposto nell’accordo transattivo, dovrà ugualmente pagare le spese processuali. È questa la sanzione per aver voluto proseguire una causa pur non essendovene più necessità, avendo trovato dall’altra parte un accoglimento delle sue pretese.

Sono queste le principali novità che emergono dalla riforma del contenzioso tributario appena approvata dal governo in materia di spese del giudizio [1].

Condanna alle spese o compensazione?
Viene ribadito il principio cardine del nostro processo secondo cui “chi perde, paga”: in pratica, per dirla in termini tecnici, le “spese processuali seguono la soccombenza”.

Ma se in precedenza i giudici facevano ricorso spesso alla compensazione delle spese (“ciascuno paga per sé”) con ampia discrezionalità e, soprattutto, senza fornire dettagliate motivazioni, oggi si sancisce che la compensazione delle spese può avvenire solo in due casi:

– in caso di soccombenza reciproca: ossia quando il giudice accoglie parzialmente o non accoglie affatto le richieste di entrambe le parti processuali. Per es. Tizio chiede 10 e Caio chiede 20: il giudice non riconosce né il diritto dell’uno, né il diritto dell’altro; oppure riconosce a Tizio 5 e a Caio 10. Altra ipotesi: Tizio chiede 10 mentre Caio sostiene che nulla deve: il giudice riconosce a Tizio solo 2

– o qualora sussistano gravi ed eccezionali ragioni che devono essere espressamente motivate.

Quest’ultima previsione lascia ancora un margine di potere discrezionale al giudice, sebbene debba essere puntualmente giustificato in motivazione, a pena di nullità della sentenza.

La modifica si è resa necessaria soprattutto per via della frequenza con cui i giudici tributari dichiarano la compensazione delle spese di giudizio, anche in caso di annullamento pieno dell’atto impositivo: il ché si traduce in un onere di cui il contribuente, seppur vittorioso, deve farsi comunque carico.
Nel processo civile, invece, la recente riforma ha preferito tipizzare le cause di compensazione delle spese, eliminando ogni margine di libertà del magistrato e quindi la previsione delle “gravi ed eccezionali ragioni” che giustificano la compensazione. Oggi, la compensazione delle spese in una causa civile può esservi solo in caso di:

1– soccombenza reciproca (ossia quando il giudice rigetta in tutto o in parte le richieste di entrambe le parti);

2 – assoluta novità della questione trattata;

3 – mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni principali del giudizio.

In cosa consistono le spese di giudizio?

La nuova norma [1] precisa che le spese di giudizio comprendono:

– il contributo unificato,

– gli onorari e i diritti del difensore,

– le spese generali e gli esborsi sostenuti,

– i contributi previdenziali e l’imposta sul valore aggiunto eventualmente dovuti.

Tali costi, più comunemente conosciuti come oneri accessori, ad oggi non vengono sempre considerati dal giudice in caso di condanna alle spese a favore del contribuente.

Il rifiuto della conciliazione
Per evitare e scoraggiare prosecuzioni di cause inutili, in caso di mancata accettazione, senza giustificato motivo, di una proposta di conciliazione, si prevede che le spese del processo saranno addebitate dal Giudice alla parte che ha rifiutato l’accordo, qualora sussistano effettivamente le condizioni per un accordo favorevole ad entrambe le parti. In particolare, le spese del processo saranno interamente addebitate dal Giudice alla parte che ha rifiutato la proposta di conciliazione, se la sentenza riconosca le pretese della parte in misura inferiore al contenuto dell’accordo proposto.
In caso di conclusione della conciliazione, invece, le spese del processo saranno compensate, salvo diverso accordo nel processo verbale di conciliazione.

La lite temeraria

La riforma del contenzioso prevede la possibilità di richiedere al giudice tributario, in caso di vittoria, la condanna non solo al pagamento delle spese ordinarie di giudizio, ma anche del danno da lite temeraria o di una somma equitativamente determinata. Questo significa, per esempio, che se si è in presenza di un fermo palesemente illegittimo, ed Equitalia o l’Agenzia delle Entrate abbiano rifiutato, senza motivazioni, l’istanza di annullamento del contribuente, quest’ultimo potrà chiedere al giudice, oltre all’annullamento del provvedimento, anche il risarcimetno del danno per essere stato costretto ad agire in causa.

A riguardo viene richiamata la disciplina prevista per i processi civili dal relativo codice di procedura: se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con malafede o colpa grave la commissione tributaria, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, anche al risarcimento dei danni liquidati, anche d’ufficio, nella sentenza. In ogni caso, pronunciandosi sulla condanna alle spese, il giudice tributario può, anche d’ufficio e, dunque, senza necessaria richiesta della parte, condannare il soccombente al pagamento di una somma equitativamente determinata a favore della controparte. In sostanza, la possibilità che la parte ottenga dal giudice una condanna a una somma aggiuntiva rispetto alle spese processuali non è circoscritta alla lite temeraria, che richiede la malafede o la colpa grave, ma può estendersi anche alla somma equitativamente determinata, più facile da ottenere.
I requisiti del danno da lite temeraria
Il danno da lite temeraria può essere chiesto in presenza congiunta dei seguenti requisiti:

– la totale soccombenza della parte;

– l’aver agito o resistito in giudizio con malafede o colpa grave;

– l’aver causato un danno concreto ed effettivo.

Non ci può essere il risarcimento da lite temeraria se il ricorso del contribuente o dell’amministrazione è stato accolto solo in parte. Inoltre, la responsabilità deve essere fatta valere nel giudizio in cui si è verificato il danno. Pertanto, la domanda relativa al primo grado deve essere formulata in questo giudizio e non in appello.
Tuttavia, l’ulteriore possibilità prevista dal nuovo articolo 15 di richiesta di condanna a una somma equitativamente determinata dal giudice sembra più facilmente praticabile, essendo in sostanza rimessa alla discrezionalità del giudice e prescindendo dall’elemento soggettivo.

note

 

[1] Art. 15 del Dlgs 546/1992 così modificato.

Autore immagine: 123rf com


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1 Commento

  1. IL FISCO SELA PRENDE SEMPRE CON I PIU DEBOLI MA SI DIMETICA DI ANDARE A PRENDERE GLI EVASORI CHE AN PORTATO I SOLDI NEI PARADISI FISCALI ANCHE PERCHE QUEI DENAREI PROVENGONO DA ATTIVITATE ILLECITI COME TANGENTI O CORRUZZIONE COSA ASPETTA IL NOSTRO GOVERNOA REQUISIRI QUIE 130MILIARDI DEPOSITATI IN SVIZZERA, INVECE SE LA PRENDONO CON CITTADINI COME IL SOTTOSCRITTO CHE HO SEMPRE PAGATO TUTTO E UN BEL GIORNO TI TROVI LA MACCHINA CON IL FERMO AMMINISTRATIVO PER UN ERRORE DI EQUITALIA QUESTE SENTENZE SERVONO PER DARE UN PO DI GIUSTZIA AGLI ITALIANI CHE SONO STATE VITTIME DI CONTROLLI ASSURDI

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