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Brexit: le otto conseguenze per l’Italia

25 giugno 2016


Brexit: le otto conseguenze per l’Italia

> Business Pubblicato il 25 giugno 2016



Quali conseguenze porterà per i risparmiatori italiani l’uscita dall’Europa della Gran Bretagna?

Alla notizia dell’uscita della Gran Bretagna dall’Europa un po’ tutti ci siamo chiesti quali conseguenze avrà questa scelta per noi italiani? Cosa comporterà per i nostri risparmi e per il futuro delle nostre famiglie? Ci dobbiamo davvero preoccupare? In verità è troppo presto per fare delle analisi sul fronte macroeconomico e stabilire quali saranno i futuri assetti politici dell’Europa, anche perché, su questo, peseranno le scelte dei vertici dell’U.E., se sapranno, cioè, cambiare rotta rispetto alla politica di rigore “Merkel-centrista”.

Tuttavia, è già possibile tracciare alcune conseguenze a breve termine, specie per italiani e imprese che hanno contatti con l’Inghilterra. Dal punto di vista fiscale, per esempio, potrebbe diventare meno conveniente, per le imprese, trasferirsi in Gran Bretagna. Mentre potrebbero venire penalizzati gli investimenti che i risparmiatori decidono di effettuare nel Regno Unito. Così come acquistare della merce inglese potrebbe diventare più costoso, per via delle tasse doganali.

Ecco le otto conseguenze della Brexit che è già possibile tracciare per gli italiani.

Trasferirsi a Londra non sarà più conveniente come prima

Non sarà più applicabile la direttiva “madri e figlie” che, a certe condizioni, prevede l’esenzione dei dividendi corrisposti a società madri della UE. Né si potrà interporre una società UE per via della clausola antiabuso contenuta nella direttiva.

 

Penalizzato chi investe in fondi e obbligazioni

Gli investimenti in titoli di emittenti inglesi o quotati in Inghilterra subiranno penalizzazioni. Verrà meno l’esenzione degli interessi pagati sulle obbligazioni di società italiane quotate a Londra e quella sulle obbligazioni quotate a Londra di società non quotate.

 

Rischio di ritorno degli adempimenti

Chi acquisterà o venderà beni dal Regno Unito dovrà tornare a pagare le imposte doganali. I prezzi quindi aumenteranno e potrebbe essere più conveniente scambiare invece con altri Paesi.Il cambio di rotta sarebbe netto, poi, se si considera che in dogana, oltre a dazi e Iva, possono essere applicate fortissime barriere non tariffarie; si pensi alle norme su sicurezza, salute, certificazioni di qualità e, in generale, sugli oneri e le limitazioni che possono gravare per l’ingresso di un bene in un sistema doganale.

 

Le importazioni saranno tassate

L’IVA come si sa è tassa comunitaria, e con la Brexit è verosimile che il sistema di scambio su beni e servizi tra Londra e il Continente cambi radicalmente. Ad oggi le operazioni di cessione verso il Regno Unito sono esenti dai imposta: la tassazione difatti segue il consumo e l’IVA viene applicata a destinazione. Allo stesso modo, per gli acquisti le fatture Uk non recano alcun addebito di Iva, essa viene difatti autofatturata dagli operatori Ue. Con la Brexit il sistema non dovrebbe essere più questo, le operazioni tra Gran Bretagna e UE rientreranno difatti tra le cessioni all’esportazione o delle importazioni. Mentre le prime non sono imponibili le seconde sono colpite da imposta in dogana.

 

Stop alla libera circolazione delle persone e dei professionisti

Il Mercato unico, coi suoi pregi e i suoi difetti potrebbe non essere più un “problema” del Regno Unito. Il regime “facilitato” per la libera circolazione dei professionisti e dei lavoratori autonomi dovrebbe aver termine con l’uscita definitiva della Gran Bretagna dall’UE. Stop dunque alla libertà di installazione nel territorio, stop all’esercizio della professione, stop, prevedibilmente, anche alla libera circolazione dei servizi che è da sempre uno dei crucci del Regno.

Benché sia prevedibile che vengano negoziate nuove condizioni, è certo che si verificherà un restringimento della porta d’accesso allesercizio delle professioni e alla fornitura di servizi.

Si riducono le tutele per i lavoratori in UK

Tra le ragioni della Brexit vi è la mancanza di volontà di garantire agli “stranieri” le medesime prestazioni sociali dei cittadini nazionali. Non sarebbe strano dunque che per i lavoratori in Gran Bretagna cambiassero le tutele rispetto alla flessibilità, ad esempio. Potrebbero diventare lettera morta ad esempio le direttive per incentivare il part time e contenere la segmentazione dei contratti, così come le regolamentazioni di orari e  e turni di lavoro, le discipline relative alla regolamentazione dei distacchi intra-UE non sarebbero più applicabili (una norma che riduce il dumping sociale tutelando i diritti del lavoratore). Ma cosa più importante potrebbe essere la fine anche della parità di trattamento per i lavoratori esteri, sia sul fronte retributivo sia sul fronte assicurativo.

Cessione di Ramo d’azienda: i lavoratori soccombono

La Brexit potrebbe far decadere la tutela dei lavoratori nel caso di cessione di azienda o di ramo d’azienda.
La direttiva comunitaria che disciplina la materia, stabilisce che la cessione non costituisce motivo valido di licenziamento, esso difatti può avvenire solo per ragioni “economiche, tecniche o di organizzazione”. Alla cessione o al trasferimento d’azienda o di ramo d’azienda restano inoltre immutati i diritti e gli obblighi del lavoratore così come determinati dal contratto di lavoro relativo. Se la direttiva non venisse più applicata in  Gran Bretagna si potrebbe determinare un “paradiso” per chi vuole liberarsi facilmente della forza lavoro.

 

Allarme per il primato su ricerca e accademia

L’aniteuropeo Regno Unito, o meglio le frange maggioritarie di quello Stato che hanno determinato la Brexit con il loro voto forse dimenticano, o forse non sanno perché non ne sono stati informati, che Londra oggi ha record di fondi europei conquistati per la ricerca. Fondi UE, che vengono dalle nostre tasse, dall’IVA di tutti i Paesi membri. Questo genera sul Paese un forte indotto in termini di cervelli, specializzazioni, professionisti qualificati che in Londra trovano la Mecca della Ricerca Europea anche e in alcuni casi soprattutto grazie ai finanziamenti che ogni anno arrivano in quel Paese tramite l’ex 7 Programma Quadro oggi rideterminato nel programma Horizon 2020. A ciò si aggiungano i fondi per l’educazione e il lavoro che arrivano da Erasmus +, i finanziamenti derivanti dai fondi strutturali e quant’altro oggi costituisce un bonus per gli Europei. Un bonus che in UK non avranno evidentemente giù interesse a percepire.

In periodo di Campionati Europei di calcio lasciateci fare un’ultima spigolatura: i calciatori inglesi, saranno extracomunitari, con tutto ciò che ne consegue in termini di applicabilità delle regole sportive relative.


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