Diritto e Fisco | Articoli

Malattia: la foto scattata dal collega inchioda il dipendente

28 settembre 2015


Malattia: la foto scattata dal collega inchioda il dipendente

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 settembre 2015



Sono in malattia e sono stato reperibile per la visita del medico dell’Inps; dopo di questa, però, sono uscito di casa e un collega di lavoro mi ha fotografato e inviato la foto all’azienda: che valore ha questo documento?

La giurisprudenza consente al datore di lavoro di utilizzare investigatori privati per pedinare il dipendente e verificare se questi sia effettivamente in malattia o utilizzi correttamente i tre giorni di permesso per chi assiste invalidi (i cosiddetti permessi della legge 104). Abbiamo più volte approfondito l’argomento in queste pagine (leggi “Il datore può spiare il dipendente con l’investigatore privato”). Il discorso può benissimo estendersi alla fotografia scattata dal collega di lavoro e poi recapitata, anche in forma anonima, al datore. Infatti, non esiste alcun veto al dipendente di raccogliere materiale probatorio a discapito dei colleghi, specie se questi stanno commettendo un illecito, come nel caso di chi si finga in malattia.

Posta la libertà, almeno in astratto, del datore di lavoro di utilizzare fotografie consegnategli dai suoi dipendenti (ed, eventualmente, su di esse basare un provvedimento di licenziamento), bisogna tuttavia verificare quale peso possono avere tali scatti; in altre parole, quale valore può dare l’azienda (o, in caso di contestazioni del dipendente, il giudice) al materiale fotografico così raccolto, sia esso di provenienza del detective, che di chiunque altro? La questione va affrontata sotto due punti di vista: uno sostanziale e l’altro processuale.

La foto del lavoratore in malattia, trovato fuori di casa, può essere usata contro di lui?

Innanzitutto va valutata la compatibilità tra la malattia e l’uscita fuori di casa. Il dipendente che non possa lavorare perché ha entrambe le mani ingessate ben potrebbe comunque uscire di casa (fatta salva la reperibilità per il medico dell’Inps) a fare una passeggiata. Diverso, invece, è il caso del dipendente che asserisca di avere la febbre a 40 e poi, invece, venga trovato a fare footing.

In generale non esiste alcun divieto di porre determinate attività durante la malattia, a condizione che esse non pregiudichino la guarigione.

Il secondo punto da valutare è l’efficacia, sul piano processuale, della fotografia fatta da un privato: è possibile considerarla una valida prova in un eventuale processo? A riguardo, il codice di procedura civile stabilisce che le riproduzioni meccaniche – ossia quindi anche le fotografie – costituiscono valida prova documentale se non contestate dalla controparte.

Quindi, in buona sostanza, anche lo scatto fatto con il cellulare del collega di lavoro può avere la stessa efficacia, sul piano processuale, di quello del detective privato: un’efficacia che è piena (e quindi potrebbe portare al licenziamento del dipendente infedele) se la parte contro cui è prodotto il documento – ossia il lavoratore – non lo contesta. E, a riguardo, non basta certo una semplice contestazione generica, non supportata da valide motivazioni. Al contrario è necessario un disconoscimento chiaro, circostanziato ed esplicito, con la prova della non corrispondenza tra realtà effettiva e quella riprodotta nella foto [1]. Insomma, il lavoratore dovrebbe convincere il giudice che le cose non stanno per come la foto farebbe credere a prima vita. Si pensi, per esempio, a un soggetto che, per una patologia a un piede, si “metta in malattia” dal lavoro, ma poi venga fotografato sul sedile di guida di un’automobile: questi dovrebbe dimostrare che il mezzo non era in moto e che pertanto egli non lo guidava.

Se invece la contestazione è generica, il giudice potrebbe dare alla fotografia il valore di prova documentale e, quindi, decidere la causa dando per vero il fatto in essa riprodotto.

Sintetizzando

La fotografia scattata dal collega, al dipendente in malattia, trovato fuori di casa può portare al suo licenziamento a condizione che:

  • – la foto lo ritragga in una attività contraria alla malattia dichiarata all’azienda;
  • – detta foto non sia contestata in modo espresso, e con validi argomenti, dal dipendente in malattia.

note

[1] Trib. Rimini, sent. del 24.04.2012; Cass. sent. n. 8692 del 9.04.2009.

Autore immagine: 123rf com

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

3 Commenti

  1. Secondo me, si tratta di una palese violazione della privacy. Lo stesso certificato medico riporta la PROGNOSI, ma non la DIAGNOSI. Se sono in permesso per malattia, il mio unico obbligo consiste nella reperibilità durante la visita fiscale. Il resto è arbitrio da parte del datore di lavoro.

  2. Per chi ha poca voglia di lavorare ogni scusa, specialmente la privacy, è buona per fregare il datore di lavoro

  3. vorrei dare un giudizio a riguardo la fruizione dei 3 giorni dei permessi relativi alla 104/92. in quanto la cassazione sembra che richieda l’assistenza del disabile per tutta la giornata e anche di notte senza uscire di casa non si deve andare in farmacia oppure alla asl in quanto se ti fa una foto un investigatore oppure un collega ti possono licenziare. ma che cosa consista l’assistenza non è stato spiegato ; cioè bisogna stare accanto al disabile 24 ore al giorno e tutte le altre incombenze. chi le deve fare esempio andare dal medico andare alla asl andare in farmacia ecc. invece si fanno i permessi sindacali l’azienda non controlla mai niente e nessuno come si spiega questa situazione?

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI