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Retribuzione da lavoro dipendente: dopo quanto si prescrive?

29 settembre 2015


Retribuzione da lavoro dipendente: dopo quanto si prescrive?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 settembre 2015



Riforma del lavoro e Job Act: il problema della decorrenza del termine di prescrizione per ottenere il pagamento delle retribuzioni, straordinario, indennità, Tfr.

Il diritto del lavoratore dipendente a ottenere la retribuzione si prescrive dopo cinque anni. Il codice civile [1], infatti, stabilisce la prescrizione quinquennale (cosiddetta “breve”) per tutte le somme erogate dal datore di lavoro con periodicità pari all’anno o per termini più brevi. Ciò vale anche per tutte le indennità spettanti per la cessazione del rapporto di lavoro (TFR e indennità di preavviso per il caso di licenziamento).

Si prescrive quindi in cinque anni la retribuzione mensile e gli altri emolumenti accessori (le retribuzioni per festività nazionali e ogni altro credito di lavoro), le somme da erogarsi a titolo di lavoro straordinario e le indennità di trasferta, gli importi erogati a titolo di rivalutazione e interessi legali ed anche il corrispettivo dell’obbligo di non concorrenza corrisposto in costanza di rapporto.

Da quando inizia a decorre il termine di prescrizione?

I cinque anni si iniziano a contare in modo diverso a seconda che il lavoratore, in caso di licenziamento illegittimo, abbia o meno il diritto alla reintegra sul posto di lavoro per il caso in cui venga licenziato illegittimamente (cosiddetta “tutela reale”).

In particolare:

– nel caso in cui il dipendente abbia il diritto alla reintegra, la prescrizione inizia a decorrere già dal giorno in cui matura la singola retribuzione, ossia da quando, alla scadenza del mese, il lavoratore avrebbe avuto diritto a percepire la retribuzione (e invece non l’ha ricevuta). Quindi, i cinque anni scattano anche se se il rapporto di lavoro è ancora in corso.

– invece, nel caso in cui il lavoratore non abbia diritto alla reintegra per il licenziamento illegittimo, la prescrizione inizia a decorrere solo dalla cessazione del rapporto di lavoro.

Questa differenza di trattamento (che sembrerebbe svantaggiare i lavoratori con diritto alla reintegra) si spiega in questo modo: si è sempre pensato che, qualora l’azienda – come ritorsione alla causa intentatale dal proprio dipendente per ottenere le retribuzioni – dovesse licenziarlo, egli potrebbe sempre contare sulla tutela reale. Il lavoratore, cioè, non perderebbe il suo posto di lavoro, impugnando il licenziamento illegittimo, in quanto beneficiario del diritto alla reintegra. E dunque, non v’è ragione di ritenere che questi non intraprenda la causa in costanza del rapporto di lavoro per paura di perdere il posto.

Laddove invece la reintegra non sia prevista dalla legge, nel timore che l’azione contro l’azienda possa favorire comportamenti di ripicca da parte del datore, con licenziamenti ritorsivi, si consente al lavoratore di iniziare a contare i cinque anni di prescrizione partendo dall’ultimo giorno di lavoro (ossia da quando si è dimesso o è stato licenziato).

Come noto, però, la Riforma del lavoro (cosiddetto Job Act [2]) ha ridotto i casi in cui è possibile la reintegra (per i contratti anteriori alla riforma tale tutela veniva garantita, dal famoso articolo 18 dello statuto dei lavoratori, in caso di aziende che, in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo, occupavano più di 15 dipendenti). Dunque bisognerà verificare come la giurisprudenza coordinerà la novità legislativa con il decorso della prescrizione.

note

[1] Art. 2948 cod. civ.

[2] L. 92/2012.

Autore immagine: 123rf com


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