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Se vendi online non paghi tasse

2 Agosto 2016 | Autore:


> Business Pubblicato il 2 Agosto 2016



Non rientra nei redditi d’impresa quanto percepito a seguito di vendite su piattaforme informatiche di e-commerce. 

Vendere o comprare oggetti su piattaforme elettroniche come eBay non determina un’attività di commercio elettronico, pertanto non ha conseguenze sull’imposta sui redditi. E’ quanto ha stabilito la Commissione tributaria della Toscana, con una pronuncia che potrebbe far chiarezza e tranquillizzare i molti collezionisti e hobbysti dediti a vendere e comprare su ebay e affini.

Vendite online: non si pagano tasse, il caso

La Commissione tributaria ha così giudicato nel caso di un contribuente collezionista, che era solito acquistare e vendere sulla piattaforma di e-commerce bottiglie di liquori di antiquariato.

Il procedimento era stato avviato da parte dell’Agenzia delle Entrate, che aveva notificato un avviso di accertamento teso a recuperare la tassazione Irpef, Iva e Irap, ritenendo che il contribuente esercitasse l’attività di impresa a mezzo di commercio elettronico. 

Il contribuente, collezionista di bottiglie “mignon” di liquori, impugnava prontamente l’accertamento facendo leva sull’art.55 del TUIR (Testo Unico delle Imposte sul Reddito), che definisce i redditi d’impresa come i redditi derivanti da imprese commerciali.

Cosa si intende per impresa commerciale?

Ai fini della definizione dei redditi di impresa, (ex art.55 TUIR) per impresa commerciale si intende l’esercizio di una professione abituale, anche se non esclusiva, delle attività indicate nell’art.2195 c.c., cioè:

  1. un’attività industriale diretta alla produzione di beni o di servizi;
  2. un’attività intermediaria nella circolazione dei beni;
  3. un’attività di trasporto per terra, o per acqua o per aria;
  4. un’ attività bancaria o assicurativa ;
  5. altre attività ausiliarie delle precedenti.

Imprenditore e “lucro soggettivo”

La Commissione Tributaria Regionale, confermando la sentenza di primo grado, con la quale la Commissione provinciale accoglieva il ricorso del contribuente, ha ribadito che per qualificare un soggetto come imprenditore da un punto di vista fiscale, occorre far riferimento al “lucro soggettivo”, ovvero alla finalità che il soggetto persegue nell’esercizio della sua attività.

Si guarda alle finalità

Occorre dunque considerare il tipo di operazione di acquisto e di vendita poste in essere, valutando le eventuali finalità speculative. Secondo quanto stabilito dalla Commissione, non può parlarsi di finalità speculativa se il soggetto ha acquistato i beni a scopi collezionistici, o nel caso in cui li rivenda per destinare il ricavato ad altri beni dello stesso tipo, per migliorare ed allargare la propria collezione.

Solo se la finalità è speculativa si può parlare di impresa commerciale, così come intesa dal TUIR e dal codice civile.

Abitualità e professionalità

Si ripropone quindi, come in altri casi, il requisito della “professionalità” e “abitualità” del soggetto nello svolgere tale tipo di attività, rendendosi necessario verificare se tale tipo di attività si configuri con una certa regolarità e sistematicità, attraverso atti economici organizzati e ordinati, tesi al raggiungimento di uno scopo economico.

Il contribuente in questione non manifestava abitualità in questo tipo di acquisti, né godeva di alcun tipo di professionalità in questo tipo di attività o di organizzazione economica. Di conseguenza, ha concluso la Commisione, non era considerabile un titolare di reddito d’impresa.

Il collezionista che commercia online non è titolare di reddito d’impresa

Chi opera sui mercati tipici del collezionismo non è considerato titolare di reddito d’impresa e come tale non deve essere assoggettato ai consequenziali obblighi di natura contabile e fiscale.


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