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Lo sai che? Se perdi appello o ricorso in Cassazione quanto paghi?

Lo sai che? Pubblicato il 1 ottobre 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 1 ottobre 2015

Contributo unificato doppio per chi perde l’impugnazione perché dichiarata improcedibile, inammissibile o integralmente respinta.

Attivare un processo, sia pure in secondo grado o in Cassazione, senza avere una ragionevole certezza di vittoria, è diventato estremamente rischioso: per chi perde, infatti, non solo scatta l’obbligo al pagamento delle spese processuali (e, talvolta, in caso di lite temeraria, anche il risarcimento del danno), ma se si tratta di una impugnazione (ossia appello o ricorso per Cassazione) e la stessa venga totalmente rigettata (oppure dichiarata improcedibile, per un vizio cioè sulla procedura) o inammissibile, scatta ormai anche l’obbligo di pagare il doppio del contributo unificato a titolo di sanzione. Lo prevede la legge di stabilità per il 2013 [1] oggi alle sue prime applicazioni anche davanti alla Suprema Corte [2].

La novità, che ormai è operativa da due anni, ma inizia ad essere applicata solo ora, perché riguarda i processi successivi alla riforma, riguarda tanto le cause davanti al giudice civile (Corte di Appello e Cassazione), quello amministrativo (Consiglio di Stato e Cassazione) e quello tributario (Commissioni Tributarie Regionali e Cassazione).

Il conto è tutt’altro che minimo se si pensa che per l’appello il contributo unificato va da uno scaglione minimo di 64,50 euro (per le cause di valore inferiore a 1.100 euro) a un massimo di 2.529 euro (per quelle di valore superiore a 520.000), per poi toccare importi ancora più elevati nel caso di giudizi di competenza delle sezioni specializzate in materia di imprese (in questo caso, il contributo è pari all’importo dovuto, in base al valore per i giudizi ordinari in primo grado, raddoppiato e poi aumentato della metà).

In Cassazione le cose vanno ancora peggio: si parte da un minimo di 86 euro per le cause di importo inferiore a 1.100 euro (una fetta davvero esigua del contenzioso), per toccare i 3.372 euro per le cause di valore superiore a 520.000 euro. Perdere, dunque, una causa “importante” in Cassazione significa dover pagare, solo a titolo di sanzione – e salvo tutte le ulteriori spese – un importo di 6.744 euro!
La legge di stabilità per il 2013 ha introdotto nel Testo unico sulle spese di giustizia [3] una norma in forza della quale, quando l’impugnazione – anche incidentale – in sede di impugnazione è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale.
La nuova norma è applicabile ai procedimenti instaurati dal 31 gennaio 2013.

Chi è la parte soccombente?

Si intende soccombente la parte che non vede accolte le proprie domande (anche formulate in via subordinata) o che vede accolte le domande della controparte.
La soccombenza può derivare anche da motivi che non attengono al merito della causa, ma sono di ordine processuale, come, ad esempio, il mancato accoglimento di un’eccezione procedurale o pregiudiziale di rito [4].

 

La condanna alle spese

Chi perde paga tutto: così potrebbe sintetizzarsi il principio del processo in materia di condanna alle spese. La regola è, infatti, che la parte soccombente venga sempre condannata al rimborso delle spese a favore dell’altra parte [5]. Il soccombente deve, quindi:

– sopportare le spese da lui già anticipate in origine, che sono definitivamente poste a suo carico (per es. notifiche, consulente di parte, contributo unificato se si tratta dell’attore o del ricorrente, bolli, ecc.);

rimborsare alla parte vittoriosa le spese che ha sostenuto dall’inizio del giudizio;

– pagare il compenso spettante all’avvocato della parte vittoriosa, nei limiti dell’importo liquidato dal giudice nella decisione: se la parte vittoriosa e l’avvocato si sono accordati per un pagamento del compenso in misura maggiore, tale accordo non rileva né riguarda il soccombente.

Non tutti i costi che la parte vittoriosa ha affrontato nel processo sono rimborsabili. Ad esempio non sono rimborsabili le spese che relative ai rapporti tra parte e avvocato estranei alla lite in senso proprio come quelle sostenute per effettuare le indagini sulla consistenza patrimoniale della controparte.

La compensazione delle spese

Solo eccezionalmente è consentita la compensazione (tra le parti) delle spese:

– se vi è soccombenza reciproca

– se la quesitone trattata dal giudice è nuova

– se muta la giurisprudenza sulle questioni principali della causa.

Per maggiori dettagli sulla compensazione leggi “Quando si pagano le spese processuali”.

La condanna per responsabilità processuale aggravata

Oltre alla normale condanna alle spese e al raddoppio del contributo unificato, è possibile – come anticipato in apertura – la condanna per responsabilità processuale

La parte vittoriosa può chiedere al giudice di condannare al risarcimento del danno la parte soccombente in due ipotesi:
– quando ha agito e resistito in giudizio con malafede o colpa grave (cosiddetta lite temeraria);
– quando ha esercitato imprudentemente un proprio diritto, di cui il giudice abbia accertato l’inesistenza.

Lite temeraria

La parte soccombente che ha agito o resistito in giudizio con malafede o colpa grave può essere condannata, su istanza del vincitore:
– sia al pagamento delle spese di lite;
– sia al risarcimento dei danni causati alla controparte dal suo comportamento processuale.
Il giudice, in ogni caso e anche d’ufficio, quando pronuncia sulle spese nel dispositivo della sentenza che chiude il processo, può condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata.

Si tratta di una tutela risarcitoria nei confronti del vincitore che ha subìto un danno a causa della condotta della controparte come, ad esempio, nel caso in cui abbia dovuto partecipare ad un giudizio palesemente ingiustificato.

note

[1] Legge 228/2012.

[2] Cass. sent. n. 19432/2015.

[3] Dpr 115/2002, art. 13 co. 1-quater.

[4] Cass. sent. n. 9537/2005.

[5] Art. 91 cod. proc. civ.

Autore immagine: 123rf com


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5 Commenti

  1. 11.633,32 euro saldo per una pratica di appello tra l’altro in un primo tempo accolto e dicendo che annullava la sentenza di primo grado ,poi dopo alcuni anni ripreso in esame da altri giudici e riportato di nuovo al primo grado,vedeva un ricorso in cassazione ,anchesso rigettato.morale :una seconda somma di 7.628,13 euro per la competenza in cassazione.lechiedo se e’ possibile ridurre queste cifre ?!E SE SI PUO FARE UNA DIFFIDA PER GLI ERRORI FATTI DAI GIUDICI.GRAZIE

  2. la giustizia e ormai alla frutta
    e diventato molto difficile crederci
    soprattutto ngli ultimi tempi
    che iddio ce la mandi buona

  3. Prof. Filippo Liotta – Facoltà di Giurisprudenza –
    Università La Sapienza – Roma
    “I giudici sono corrotti o ignoranti”

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