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Contributi sindacali e quote di servizio

4 ottobre 2015


Contributi sindacali e quote di servizio

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 ottobre 2015



Disciplina dei contributi sindacali, la trattenuta sulla retribuzione in busta paga da parte del datore di lavoro, le modalità di versamento, le quote di servizio.

I contributi sindacali sono quella parte di retribuzione trattenuta dal datore di lavoro sulla busta paga del lavoratore e versata al sindacato a cui quest’ultimo è iscritto. Il versamento avviene, a cura del datore di lavoro, con cadenze mensili, allo scopo di sostenere e finanziare l’attività del sindacato medesimo. Ai contributi sindacali si aggiungono poi le cosiddette quote di servizio, che consistono in prelievi una tantum sulla retribuzione di tutti i lavoratori quale rimborso per le spese di negoziazione e normalmente per la fornitura di una copia a stampa del contratto.

I contributi sindacali

Una volta, per la riscossione dei contributi sindacali dei lavoratori si utilizzava il sistema della “delega”, per cui il contributo sindacale veniva pagato attraverso una ritenuta dal salario del lavoratore dipendente direttamente dal datore di lavoro (appunto su “delega”) e riversato periodicamente al sindacato.
Oggi il sistema delle cosiddette “deleghe sindacali di fatto rimane uguale nel suo meccanismo, ma il datore di lavoro non è più obbligato per legge a trattenere, su delega del lavoratore, i contributi sindacali direttamente dalla busta paga ed a versarli all’associazione designata dal lavoratore. È questo l’effetto del referendum del 1995 [1] che ha abrogato l’obbligo del datore di lavoro di effettuare le ritenute sul salario dei propri dipendenti al fine di versare i contributi sindacali. Eliminato l’obbligo, tuttavia, è rimasta la semplice “facoltà”: infatti il referendum non ha vietato in modo assoluto la riscossione dei contributi sindacali. Pertanto resta lecito il patto tra sindacato e lavoratore che consenta di realizzare la trattenuta sullo stipendio senza limitazioni [2] o qualsiasi altro modo per realizzare lo stesso scopo.

Ad oggi la riscossione dei contributi sindacali dipende da quanto è previsto nel contratto collettivo di riferimento. Se il contratto collettivo applicato dall’azienda prevede l’obbligo della trattenuta dei contributi nei confronti del lavoratore per il versamento al sindacato, il datore è senza dubbio obbligato; viceversa, il lavoratore può fare ricorso alla cosiddetta cessione del credito, che non richiede il consenso del debitore [3], e raggiungere il medesimo scopo.

Nell’ipotesi di sindacati non firmatari di CCNL, il lavoratore può richiedere al datore di lavoro di trattenere sulla retribuzione i contributi da accreditare al sindacato attraverso l’istituto della cessione del credito. Il rifiuto ingiustificato del datore di lavoro di effettuare la trattenuta e di versare la quota al sindacato designato costituisce un illecito civilistico e una condotta antisindacale perché pregiudica il diritto del lavoratore di scegliere liberamente il sindacato cui aderire.

Per sapere come impedire le trattenute sindacali leggi “Trattenute sindacali indesiderate: come revocarle”.

Le quote di servizio

Al contrario dei contributi sindacali, le quote di servizio non sono prelievi periodici, ma sporadici (“una tantum”) e costituiscono il corrispettivo che i lavoratori pagano alle associazioni sindacali stipulanti per i servizi previsti dagli stessi contratti o quale contributo alle spese di contrattazione.

Nella pratica, tali contributi vengono spesso detratti direttamente dallo stipendio dei lavoratori delle aziende in cui il contratto trova applicazione, salvo che il lavoratore dichiari espressamente di non accettare questi prelievi.

È necessario che il dipendente autorizzi, anche attraverso accettazione implicita, il datore di lavoro ad effettuare tali trattenute, a meno che non sia vigente una prassi aziendale che stabilisce il concorso di tutti i dipendenti a tali spese.

note

[1] Art. 1, D.P.R. 28.7.1995, n. 313, con decorrenza 28.9.1995 che ha abrogato i commi 2 e 3 dell’art. 26 L. 300/1970.

[2] Cass. S.U. sent. n. 28269/2005.

[3] Cass. sent. n. 2495/2008.

Autore immagine: 123rf com


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1 Commento

  1. In rete si trovano certi articolo contro i sindacati che sono pieni di commenti molto pericolosi per la sussistenza dei sindacati così come dovrebbe essere e cioè libera da catene e vincoli governativi. Si lamentano dunque di pagare 100 euro per una pratica legale e vanno sbirciando su quanti soldi prendono i sindacati. Sono cifre minuscole. Si tratta infatti di qualche milione di euro di introiti mentre una sola azienda colosso che sfrutta gli operai guadagna 10 o 15 volte tanto. Quale studio legale aiuterebbe un disgraziato per una quota iniziale di 100 euro? Se lo possono sognare. Ma in realtà chi si lamenta troppo cerca di sottomettere i sindacati a soli finanziamenti governativi in modo che divengano sindacati impotenti. Proprio oggi, parlando con un sindacalista della CGIL ho appreso che per tesserarsi si paga appena il 0,80 percento dello stipendio. Non è abbastanza. Il primo errore è quello di aspettarsi che i sindacati si curino solo di quanto alta sia la paga dell’operaio e che sia in regola. Non è ciò che Jimmy Hoffa ha insegnato al mondo. La prima regola è controllare quanto lavoro al giorno deve fare un’operaio ed i problemi di stipendio sono di secondaria importanza. Se infatti i sindacati pagano poco gli avvocati e li caricano di lavoro o non hanno soldi sufficenti per pagare gli avvocati si verifica già un problema al vertice che si ripercuote su tutte le classi sociali più basse. L’avvocato non può essere carico di lavoro e deve essere ben pagato. Da ciò si verifica che tentano di abbassare le ore di lavoro all’operaio e tentano di offrire una paga più alta ma a nulla serve perchè si sta instaurando un sistema venale: anche se un operaio sarà pagato bene e potrà fare al massimo dieci ore di lavoro egli/ella sarà forzato a lavorare freneticamente al ritmo dei robots delle fabbriche e nessuno si renderà conto di questa grave mancanza di controllo. Non è difficile infatti verificare in un’azienda quanto sia la produzione e quanti operaio sono impiegati per farsi i conti di quanto sta correndo un’operaio. L’errore dei governi sfasati e del popolo sfasato che li serve è quello di aver creduto nel RICO. Un sindacato che ha fatto ogni sforzo per garantire l’unione sindacale dentro una fabbrica non dovrebbe essere attaccato da chi crede nel RICO e non doveva essere trattato come mafia. Un governo che non mette leggi idonee a garantire i doveri degli operai di una fabbrica al livello sindacale, e cioè l’adesione al sindacato, forza necessariamente gli operai ad una condotta violenta che poi finisce ad essere considerata come associazione mafiosa. Da ciò nasce la mafia di governo che oggi rimbalza per colpire i sindacati e per sottometterli a finanziamenti governativi con avvocati che dovranno correre come i robots delle fabbriche.

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