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Lo sai che? Agenzia Entrate ed Equitalia: condanna ai danni per gli errori

Lo sai che? Pubblicato il 4 ottobre 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 4 ottobre 2015

Per la responsabilità processuale aggravata dell’amministrazione finanziaria non è necessario il dolo e la malafede, ma basta un comportamento poco diligente.

Tutte le volte in cui l’Agenzia delle Entrate o Equitalia ignorano una legittima istanza del contribuente, supportata da validi motivi, ed invece vanno avanti per la loro strada, indifferenti al fatto di avere palesemente torto, sono tenuti a risarcire i danni a questi provocati per avergli imposto un inutile e costoso processo a tutela dei propri diritti. A sancire questo importante principio è la Commissione Tributaria Regionale di Roma [1]. Si tratta di una pronuncia con una dirompente portata nel gioco della condanna alle spese processuali.

Non ci sono dubbi sul fatto che chi perde paga le spese processuali, principio che la riforma fiscale di qualche giorno fa ha sottolineato con ulteriore vigore anche nelle cause dinanzi ai giudici tributari. La compensazione delle spese è consentita solo in casi eccezionali (leggi: “La condanna alle spese nelle cause tributarie”).

Oltre a ciò, il codice di procedura [2] prevede anche la possibilità di un ulteriore risarcimento del danno tutte le volte in cui una parte abbia agito o resistito in giudizio nonostante le palesi ragioni della controparte (è ciò che viene definito “lite temeraria”): il che, in pratica, significa che chi obbliga l’avversario alla causa facendolo con malafede o colpa grave, oltre alle spese processuali deve pagargli anche una somma aggiuntiva a titolo di indennizzo.

Tuttavia, con il fisco non è semplice dimostrare la malafede: la volontarietà della condotta lesiva mal si addice a un soggetto che non è facilmente identificabile e, soprattutto, agisce per un interesse generale. Molto più facile è dimostrare l’indolenza, l’indifferenza e la negligenza dell’amministrazione la quale, pur davanti a una legittima istanza di sgravio o di annullamento di atto illegittimo, presentata dal contribuente, fa finta di niente, non risponde oppure continua – senza alcuna valida motivazione – a sostenere la propria tesi.

 

Quanti italiani si sono trovati a dover combattere, inutilmente, davanti a un funzionario che fa spallucce, che dice di “non essere competente”, che “per queste cose ci vuole il giudice”, che “così è la prassi interna”, che “non è lui che decide”, che “le circolari interne stabiliscono il contrario” e scuse di questo tipo?

Quante altre volte capita che l’Agenzia delle Entrate o Equitalia, pur perdendo il primo e anche il secondo grado di giudizio, costringano il contribuente a un ulteriore ricorso in Cassazione, pur essendo chiaro che tutti i precedenti parlano a loro sfavore, solo per caldeggiare un’interpretazione – minoritaria – favorevole al fisco?

Proprio comportamenti di questo tipo, negligenti e sordi alle legittime richieste dei cittadini, la pronuncia in commento mira a bacchettare. Ecco perché si tratta di una sentenza estremamente importante e del tutto attuale. Il mal costume della nostra P.A., in questo modo, dovrebbe subire un duro monito.

Perché scatti il diritto del contribuente al risarcimento dei danni da responsabilità aggravata, dunque, non è necessario il comportamento doloso dell’amministrazione finanziaria e di Equitalia: basta un comportamento “poco diligente”.

Il codice di procedura civile che regola la condanna per responsabilità processuale aggravata – e che si applica anche alle cause tributarie – non richiede necessariamente l’accertamento di un comportamento doloso, essendo sufficiente, per la sua applicazione, una grave negligenza.

note

[1] CTR Roma sent. n. 3284/2015.

[2] Art. 96 cod. proc. civ.

Autore immagine: 123rf com


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