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Lo sai che? Pubblicazione di foto con l’immagine altrui senza consenso

Lo sai che? Pubblicato il 5 ottobre 2015

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> Lo sai che? Pubblicato il 5 ottobre 2015

Solo se c’è un pubblico interesse alla diffusione della fotografia è possibile la pubblicazione del volto di un soggetto.

 

È vietata la pubblicazione di una foto ritraente il volto ben definito di un soggetto, salvo che vi sia il consenso di questi oppure, anche senza il consenso, se sussiste un pubblico interesse alla diffusione della notizia. Diversamente, lo sfruttamento non autorizzato della fotografia provoca un danno al soggetto ritratto che può essere liquidato in via forfetaria sulla base del cosiddetto “prezzo del consenso”. Lo ha chiarito la Corte d’appello di Lecce con una recente sentenza [1].

L’illecita pubblicazione della immagine altrui fa scattare il risarcimento dei danni patrimoniali, consistenti nel pregiudizio economico che la vittima abbia risentito della pubblicazione: danno che comunque va sempre dimostrato (solo nel caso dei minori il danno è presunto e scatta sempre e comunque).

Ma anche quando non possano essere dimostrate specifiche voci di danno patrimoniale (ma solo un danno generico alla lesione della riservatezza), la vittima può far pretendere il pagamento di una somma corrispondente al compenso che avrebbe presumibilmente chiesto per dare il suo consenso alla pubblicazione; somma da determinarsi secondo “equità” (ossia in base a quanto appare giusto al giudice), anche tenendo conto del vantaggio economico ottenuto da chi ha pubblicato illecitamente lo scatto.

La vicenda

Nell’ambito di un servizio giornalistico sul traffico, un quotidiano pubblicava una fotografia che ritraeva tre persone (tra cui un minore) mentre circolavano all’interno di un’autovettura in una via del capoluogo salentino, auto rimasta paralizzata in un ingorgo. La fotografia, che ritraeva anche dei passanti non riconoscibili, era correlata da un articolo sulla “corsa allo shopping natalizio”.

I soggetti ritratti hanno presentato una citazione al giornale per aver leso la loro riservatezza, chiedendo un risarcimento dei danni patrimoniali per l’illegittima pubblicazione.

Il Tribunale ha accolto la loro richiesta ritenendo non sussistente alcuna specifica condizione per la pubblicazione dell’immagine, nella specie l’interesse pubblico alla notizia come richiesto invece dalla legge [2].

Il servizio deve avere una utilità sociale

La pubblicazione della fotografia con i volti dei soggetti ritratti ben in evidenza (e non sfumati, coperti o pixellati) deve sempre rispondere a “ragioni di utilità sociale”: tale certamente non è l’esigenza di documentare l’ingorgo del traffico natalizio.

Nessun diritto di cronaca dunque, giustifica il servizio giornalistico a carattere sociale: l’interesse pubblico alla diffusione della notizia (nel caso di specie, il traffico caotico), deve sempre essere contemperata coi diritti individuali della riservatezza. Insomma, intanto si può comprimere la privacy altrui solo in quanto ve ne sia un’effettiva esigenza di pubblico interesse.

 

Quale risarcimento?

Il tribunale ritiene che il danno patito dal soggetto rappresentato non corrisponda al prezzo medio di una fotografia che sarebbe stato presumibilmente chiesto dal “modello” fotografato, ma piuttosto va calcolato in base alla somma corrispondente al compenso che la persona ritratta “avrebbe presumibilmente richiesto per dare il suo consenso alla pubblicazione; somma da determinarsi in via equitativa, con riferimento al vantaggio economico conseguito dall’autore della illecita pubblicazione”.

note

[1] C. App. Lecce sent. n. 280/2015.

[2] Art. 10 del cod. civ. e artt. 96-97 della legge 633/41 (legge sul diritto d’autore).

Corte d’Appello di Lecce – Sezione II civile – Sentenza 22 aprile 2015 n. 280

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

La Corte di Appello di Lecce – Sezione Seconda Civile – composta dai Signori:

1) Dott. Giovanni BUQUICCHIO – Presidente est.

2) Dott. Virginia ZUPPETTA – Consigliere

3) Dott. Raffaella BROCCA – Consigliere ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta al n. 1115 del Ruolo Generale delle cause dell’anno 2011 trattata e passata in decisione all’udienza collegiale del 14 ottobre 2014

TRA

Qu. S.p.A., in persona del suo Presidente in carica pro tempore, con sede legale in Roma, rappresentata e difesa in virtù di mandato a margine dell’atto di appello dagli avvocati An.Sc. e Ba.La., e presso gli stessi elettivamente domiciliata, in Lecce al Viale (…)

– APPELLANTE –

E

Ri.El., nata (…); Ge.An., nata (…) nonché Ri.Si., nato (…) e Ge.An. in qualità di genitori esercenti la potestà genitoriale sul minore Ri.Ma., nato (…), tutti elettivamente domiciliati in Ruffano (LE) alla via (…) presso lo studio dell’Avv. Si.Vi. dal quale sono rappresentati e difesi per mandato in calce alla comparsa di costituzione e risposta.

– APPELLATI –

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza n. 1951/11 del 13/10/2011 il Tribunale di Lecce condannava Qu. S.p.A. a risarcimento danni patrimoniali per Euro 2.500,00 in favore di Ri.El., Ge.An. ed ancora di Ri.Si. e Ge.An., quali genitori esercenti la potestà sul minore Ri.Ma., per illegittima pubblicazione di una fotografia che ritraeva le tre persone all’interno della propria autovettura mentre circolavano in una via di Lecce, correlata ad un articolo sulla corsa allo “shopping” natalizio, con violazione del diritto all’immagine degli attori. Il primo giudice rilevava che non ricorreva alcuna specifica condizione per la pubblicazione di immagine ai sensi del combinato disposto dagli artt. 10 c.c. e 96 e 97 legge n. 633/41, e che il pregiudizio economico poteva essere liquidato sulla base del c.d. prezzo del consenso alla pubblicazione, e cioè della somma che si sarebbe potuto ottenere in caso di consenso alla stessa, determinandone l’importo in via forfetaria.

Ha proposto appello Qu. S.p.A. formulando, per i motivi di cui in appresso, le richieste riformatorie ribadite in conclusioni; mentre gli istanti, costituitisi in giudizio, hanno invocato il rigetto del gravame per infondatezza.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Orbene, ritiene la Corte che i motivi di impugnazione siano infondati.

Con il primo, invero, si lamenta errata applicazione della normativa dell’art. 97 della legge n. 633/41, nella parte in cui consente la pubblicazione della immagine altrui senza obbligo di consenso in ragione di collegamento con fatti di interesse pubblico. Si sostiene, in particolare, che nel contesto complessivo in cui si colloca la fotografia in questione, la riproduzione della immagine degli istanti, oltre a quella degli altri soggetti ritratti, risponde a ragioni di utilità sociale, rappresentata dalla esigenza di documentare l’ingorgo del traffico natalizio; per cui, ed essendo le immagini inerenti alla notizia narrata, il diritto alla riservatezza della persona ritratta, nel bilanciamento degli opposti valori costituzionali (diritto di cronaca – diritto alla “privacy”), doveva cedere rispetto all’altro, essendovi interesse pubblico alla diffusione della notizia del traffico caotico.

Ma può replicarsi che correttamente il Tribunale ha ritenuto non ricorrere la invocata eccezione alla regola che il ritratto di una persona non può essere pubblicato senza il suo consenso, non ricorrendo alcuna delle particolari condizioni previste dal predetto art. 97, ed in particolare quella del collegamento con fatti di interesse pubblico.

Tale collegamento appare ultroneo nella fattispecie, in quanto il diritto di cronaca e di informazione poteva essere esercitato senza utilizzare il ritratto delle persone interessate (tra cui un minore), potendo l’ingorgo del traffico natalizio essere mostrato anche da foto ritraenti una visione d’insieme della strada bloccata. La foto invece ritrae una sola autovettura con tre passeggeri circondata da pedoni in movimento, e non documenta compiutamente un traffico veicolare caotico connesso allo “shopping” natalizio. In ogni caso, incongruamente, la raffigurazione degli istanti occupa lo spazio maggiore rispetto agli altri soggetti ritratti, ed essi non hanno i volti sfumati, ma sono ben riconoscibili (trattandosi di mamma, sorella e minore) in primo piano e non confusi tra gli altri elementi visivi e comunque in eccessiva evidenza rispetto al contesto, facendo poco comprendere al lettore trattarsi di un servizio giornalistico relativo al traffico veicolare di “shopping” natalizio.

Di guisa che, pur non essendo l’immagine delle tre persone associata ad una loro identificazione nominativa e non pregiudicandone certamente il decoro, essa non rientra nel caso normativo eccezionale dedotto dall’appellante.

Con secondo motivo si lamenta, poi, una errata ed esorbitante liquidazione del danno patrimoniale, deducendosi la mancanza di prove a riguardo, segnatamente della incidenza della divulgazione delle immagini fotografiche nella sfera patrimoniale dei danneggiati. Si aggiunge che questi non avevano addotto alcun parametro di riferimento sul valore del c.d. scatto fotografico (in sé di modestissimo importo, corrispondendo al prezzo medio di una fotografia); che il criterio applicato dal Tribunale del c.d. prezzo del consenso non era stato

neppure domandato dagli attori; e che comunque esso necessitava di un valore commerciale dello scatto, il quale nel caso mancava completamente.

Ma la doglianza non coglie nel segno, alla stregua del condivisibile insegnamento della giurisprudenza di legittimità, che la illecita pubblicazione della immagine altrui obbliga al risarcimento dei danni patrimoniali, consistenti nel pregiudizio economico che la vittima abbia risentito dalla pubblicazione e di cui abbia fornito la prova. A quest’ultimo riguardo si aggiunge che in ogni caso, qualora non possano essere dimostrate specifiche voci di danno patrimoniale, la vittima può far valere il diritto al pagamento di una somma corrispondente al compenso che avrebbe presumibilmente richiesto per dare il suo consenso alla pubblicazione; somma da determinarsi in via equitativa, con riferimento al vantaggio economico conseguito dall’autore della illecita pubblicazione e ad ogni altra circostanza congruente con lo scopo della liquidazione, tenendo conto in particolare dei criteri enunciati all’art. 158, co. 2, l. n. 633/41 (così espressamente Cass. 16/3/2008, n. 12433).

Nel caso di specie, gli attori hanno fatto riferimento abbastanza esplicito in citazione al prezzo del consenso mancato, richiamando i prezzi d’uso a riguardo, ed il Tribunale ha correttamente applicato tal parametro di riferimento, con riguardo evidentemente non all’irrisorio costo del documento fotografico, ma al presumibile prezzo del consenso alla divulgazione della immagine personale, liquidandolo in via forfetaria ex art. 158, co. 2, l. n. 633/41 con congrua motivazione: non apparendo eccessiva la mera somma di Euro 2.500,00 per il danno subito da tre persone, tra cui un minore. In definitiva, avendo un valore economico l’immagine di qualsiasi persona, lo sfruttamento non autorizzato di essa da parte di terzi provoca palesemente un danno, per cui è certo l'”an debeatur”, pur se esso non può essere provato nel suo preciso ammontare; per cui la sua liquidazione deve avvenire in via forfetaria sulla base quanto meno del c.d. prezzo del consenso, anche con valutazione equitativa ex art. 1226 c.c.

Quanto al terzo motivo di impugnazione di ingiusta attribuzione delle intere spese processuali, per aver la sentenza accolto la domanda attorea solo al 50%, è appena il caso di rilevare che il principio di causalità (oltre che la principale soccombenza della convenuta) giustifica ampiamente la decisione del primo giudice. Le spese di secondo grado devono seguire anch’esse la soccombenza, con liquidazione come da dispositivo (in assenza di nota specifica).

P.Q.M.

La Corte, definitivamente pronunciando sull’appello proposto da Qu. S.p.A. con atto notificato il 21/12/2011 a Ri.El., Ge.An. e Ri.Si., avverso la indicata sentenza n. 1951/11 del Tribunale di Lecce, lo rigetta e condanna la appellante alla rifusione agli appellati delle spese processuali, liquidate in complessivi Euro 2.000,00 per compensi, oltre accessori di legge e di tariffa (nella misura del 15%).

Così deciso in Lecce il 17 marzo 2015. Depositata in Cancelleria il 22 aprile 2015.


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