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Parcella avvocato: come interrompere la prescrizione

7 ottobre 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 ottobre 2015



Prescrizione compensi avvocato, decorrenza, prova contraria, idoneità degli atti interruttivi.

La parcella dell’avvocato si prescrive in tre anni decorrenti dalla data di esecuzione della prestazione. Questo vuol dire che dopo tre anni il cliente nulla deve più al professionista. Si tratta di un caso di prescrizione presuntiva così denominata poiché la legge presume, salvo prova contraria, che il cliente abbia pagato il credito dopo che sia trascorso un certo lasso di tempo. Ciò in quanto, generalmente, i compensi professionali vengono corrisposti nell’immediatezza o comunque a breve termine [1].

La presunzione di estinzione del debito può essere vinta dall’avvocato che provi che il pagamento del proprio compenso non sia in realtà mai avvenuto. La prova contraria tuttavia è piuttosto difficile in quanto, se non esistono già ammissioni del debito da parte del cliente (per esempio in comunicazioni scritte), essa può essere fornita solo attraverso un giuramento del cliente (cosiddetto “giuramento decisorio”).

Il debitore, cioè, deve giurare davanti al giudice che non ha pagato il professionista nonostante siano trascorsi tre anni dall’esecuzione della prestazione in suo favore.

Vista la complessità del raggiungimento della prova negativa per vincere la presunzione, all’avvocato conviene sempre agire prima che scadano i tre anni in modo da interrompere la prescrizione e far decorrere nuovamente il termine.

A tal proposito occorre precisare che il termine di prescrizione triennale decorre dalla data in cui la prestazione professionale è stata eseguita.

L’esecuzione della prestazione coincide, nel caso di conclusione della controversia, con la sentenza passata in giudicato, l’accordo conciliativo o la revoca del mandato. Per i procedimenti non ancora terminati, l’esecuzione della prestazione deve essere individuata nell’ultima attività svolta nell’interesse del cliente.

Premesso ciò, si rende necessario verificare quali sono gli atti idonei ad interrompere la prescrizione. Secondo la giurisprudenza [2], non basta l’invio di una nota spesa al cliente o una semplice comunicazione con invito al pagamento.

È necessaria infatti una vera e propria intimazione o richiesta scritta di adempimento idonea a manifestare l’inequivocabile volontà del professionista creditore di far valere il proprio diritto nei confronti del cliente, con l’effetto sostanziale di costituzione in mora.

In particolare, ha efficacia interruttiva della prescrizione l’atto che presenta “un elemento soggettivo, costituito dalla chiara indicazione del soggetto obbligato, e un elemento oggettivo, consistente nella esplicitazione di una pretesa, nell’intimazione o richiesta scritta di adempimento idonea a manifestare l’inequivocabile volontà del titolare del credito di far valere il proprio diritto nei confronti del soggetto indicato, con l’effetto sostanziale di costituirlo in mora, senza che tali idoneità abbiano le sollecitazioni fatte allo stesso debitore, ma contenenti manifestazioni di giudizio prive di carattere di intimazione o di espressa richiesta formale”.

Una recente pronuncia della Cassazione [3] ha chiarito che, qualora la lettera di messa in mora sia stata spedita al cliente tramite raccomandata a/r, non è necessario l’avviso di ricevimento ai fini dell’interruzione della prescrizione. Secondo i giudici, si presume che la lettera sia stata consegnata, visto che il dovere di recapito grava sempre sull’ufficio postale. Spetterà eventualmente al debitore dimostrare il contrario in giudizio.

note

[1] Art. 2956 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 25153/2014.

[3] Cass. sent. n. 13401/2015.

Autore immagine: 123rf com

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