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BREXIT: cosa cambia per gli imprenditori italiani

28 giugno 2016 | Autore:


> Business Pubblicato il 28 giugno 2016



Cosa implica l’uscita dall’UE del Regno Unito per i nostri imprenditori: i cambiamenti previsti passo dopo passo.

 

Voci allarmanti e stizzite si alternano a commenti, anche un po’ snob, sulla effettiva portata della fuoriuscita del Regno Unito dalla Unione Europea, ma cerchiamo di ipotizzare, nel breve e nel medio termine, cosa potrebbe cambiare per le imprese italiane che esportano, che sono localizzate o che hanno investito in UK.

Brexit – La situazione giuridica

Il popolo britannico si è espresso attraverso un referendum consultivo, privo di qualsiasi validità giuridica per la modifica o per la risoluzione dei rapporti in corso con l’UE ed in relazione ai Trattati europei sottoscritti dalla Gran Bretagna, dunque, al momento, nulla cambia nei rapporti intercorrenti fra i britannici e l’Unione Europea.

Secondo la procedura prevista dall’art. 50 del Trattato di Lisbona e sottoscritta dal Regno Unito, il governo britannico dovrà notificare al Consiglio Europeo la volontà di recedere unilateralmente dagli accordi sinora sottoscritti con l’UE.

Il Consiglio Europeo, su mandato della Commissione Europea, dovrà negoziare con il Regno Unito, un Accordo sul recesso, che dovrà poi essere approvato dal Parlamento Europeo a maggioranza qualificata.

La decorrenza degli effetti del recesso unilaterale dall’UE, cioè la disapplicazione dei Trattati sottoscritti dalla Gran Bretagna, si verificherà dalla data di entrata in vigore del’Accordo o 2 anni dopo la data della notifica del recesso volontario, tuttavia il termine biennale può essere prorogato dal Consiglio Europeo.

Come si vede la tempistica prevista dalle procedure giuridiche internazionali è molto lunga e laboriosa e, dunque, dovrebbe consentire di organizzare e di gestire il distacco in maniera non traumatica né inattesa, soprattutto agli investitori impegnati sul mercato britannico, ma anche agli operatori ad esso collegati solo da vincoli di fornitura di beni e servizi.

Brexit – Durante la procedura di uscita (periodo brevissimo – da 1 o 2 anni)

Certamente durante il periodo considerato si potranno verificare turbative di tipo finanziario ed economico, originate soprattutto dall’instabilità dei mercati e delle borse, che, provocando la riduzione del potere di acquisto della sterlina rispetto al dollaro ed all’euro, introdurranno un periodo di estrema incertezza e potranno avere pesanti riflessi sulle cessioni intracomunitarie (infatti, fino a distacco avvenuto, le cessioni di beni e servizi effettuate dall’Italia verso la Gran Bretagna saranno sempre qualificabili come operazioni intracomunitarie, diventando esportazioni solo dopo l’uscita ufficiale dal sistema europeo).

Gli inglesi, nel venerdì nero delle borse europee, si sono svegliati, forse più liberi ma di sicuro anche un po’ più poveri, infatti la sterlina si è svalutata di un 7% circa rispetto all’euro, ciò significa che per acquistare i prodotti europei ed italiani, essi dovranno spendere un po’ di più e, coloro che vivono in Italia o che vorrebbero visitarla come turisti, dovranno prevedere una spesa superiore a quella che avrebbero sostenuto prima del referendum.

Un decremento sinora contenuto, occorrerà tuttavia verificare la situazione alla riapertura dei mercati lunedì mattina, visto che, prudentemente, le autorità britanniche avevano programmato il referendum al giovedì, lasciando alla fibrillazione dei mercati uno sfogo nella sola giornata di venerdi.

Certo che, al momento, l’unico impatto devastante, anche se non apocalittico, è stato il crollo delle borse europee, che ha bruciato centinaia di miliardi di valori accumulati nel tempo.

Un vortice al ribasso spinto purtroppo anche dal prevedibile intervento speculativo dei grandi investitori, e, di conseguenza, dai timori dei piccoli risparmiatori privi della capacità di resistenza nel lungo periodo, o che hanno voluto cogliere l’ opportunità, anch’essi, di speculare.

Sarebbe dunque consigliabile agli imprenditori italiani impegnati nel Regno Unito di porre estrema attenzione all’andamento dei corsi valutari ed ai costi delle operazioni finanziarie, nonché alla reazione dei concorrenti extra-europei, asiatici in particolare, nonchè anglosassoni, i quali sicuramente potranno trarre vantaggi dalla perdita di potere di acquisto della sterlina rispetto all’euro, anche se nei confronti del dollaro la moneta britannica ha perso oltre il 10% e rendendo le importazioni da Paesi extra-europei meno convenienti di quelle provenienti da Paesi dell’UE.

Occorrerà dunque ricalibrare tutta l’offerta di beni e servizi nei confronti degli operatori britannici e cercare di prevedere, entro ragionevoli margini di dubbio, come reagirà il mercato UK alle variazioni di prezzo dei prodotti e dei servizi, in parte controllabile muovendo i margini di guadagno o cercando di diminuire i costi di produzione, in parte incontrollabile dipendendo dall’andamento del corso delle valute e dal comportamento dei mercati finanziari.

Sotto il profilo della delocalizzazione di attività, della creazione di enti o società o degli investimenti italiani in Gran Bretagna, gli operatori economici dovranno invece confrontarsi con le problematiche derivanti dalle decisioni del popolo inglese non soltanto a breve, ma soprattutto nel medio/lungo periodo, cercando di prevedere la ricaduta sul sistema britannico, in termini economici e finanziari, del recesso dall’UE.

Brexit – Dopo l’uscita ufficiale dall’UE (previsioni a 3/5 anni)

Fare ora previsioni sulla situazione che si potrà creare dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea richiederebbe doti magiche che sfortunatamente non sono nel bagaglio culturale degli osservatori, tuttavia alcune conseguenze si possono già prevedere senza troppi sforzi.

Sotto il profilo dell’IVA gli operatori italiani si troveranno a non poter più applicare la normativa intracomunitaria e dunque le vendite verso il Regno Unito dovranno essere qualificate giuridicamente ed economicamente come esportazioni e saranno soggette alle procedure doganali ordinarie, compreso, qualora istituiti, il pagamento dei dazi previsti dal Paese di destinazione e con tutte le conseguenze che questo comporta in base alla nostra normativa interna (obbligo di plafond, procedura doganale, gestione di operazioni extra UE, ecc.).

Sotto il profilo reddituale e della fiscalità internazionale, chi si è delocalizzato in UK e vi ha costituito società operative, holding, trust, stabili organizzazioni, potrebbe trovarsi ad affrontare la disciplina delle società controllate estere, oggi esclusa per i Paesi appartenenti all’Unione Europea e per i Paesi aderenti allo Spazio Economico Europeo (SEE), anche se la previsione più attendibile già in oggi fa ipotizzare una Gran Bretagna fuori dall’UE ma dentro all’accordo EFTA e dunque considerato comunque Paese aderente al SEE.

Sotto il profilo finanziario, tutti coloro che sinora hanno avuto accesso a finanziamenti europei in terra britannica o che vi si erano localizzati per usufruire delle migliori condizioni economiche offerte dagli istituti bancari inglesi e del più agevole accesso alle istituzioni finanziarie di tutto il mondo, dovranno fare i conti con le procedure di trasferimento dei flussi finanziari e reddituali fra Paesi non più comunitari e dunque anche il trasferimento dei capitali e dei redditi (dividendi, royaltis, interessi, ecc.) potrebbe subire trattamenti e originare costi ed oneri in oggi inesistenti e non previsti dalla normativa comunitaria.

Ma non sarà soltanto il mondo imprenditoriale e finanziario a subire cambiamenti, ovviamente tutti i settori della società civile saranno coinvolti, basti pensare, ad esempio, all’ ambito sportivo calcistico, dove si attende una grande rivoluzione, infatti le norme federali sul tesseramento dei giocatori distinguono fra giocatori comunitari ed extra-comunitari, pertanto molti giocatori che oggi potrebbero facilmente passare da una squadra italiana ad una inglese, dopo la Brexit non potrebbero più essere trasferiti.

Sotto il profilo dei finanziamenti europei, concessi a molti settori dell’economia britannica, si deve rilevare che l’UE europea ha già destinato 10 miliardi di fondi strutturali per il periodo 2014 – 2020 alle LEP (Local Enterprise Partnership) nonché ha concesso molti contributi ad altri operatori economici britannici, non solo in ambito commerciale ed industriale, ma anche ad altri settori, fra cui quelle televisivo e cinematografico, infatti, solo per fare un esempio, il costo di produzione della serie televisiva di successo “Game of Throne” è sostenuto grazie a finanziamenti europei, così come centinaia di progetti in materia di energie alternative, sviluppo territoriale, iniziative per lo sviluppo industriale e delle costruzioni, ecc.

Sicuramente i nuovi governanti britannici saranno in grado di offrire ai propri operatori economici gli stessi contributi, magari anche superiori a quelli provvisti dall’UE, ma non vi sono certezze in tal senso, pertanto occorrerà prevedere se i fondi strutturali verranno ancora erogati e come si svilupperà l’economia britannica in modo autonomo ed indipendente dall’UE, per verificare se le attività oggi create ed in corso di sviluppo attraverso l’aiuto comunitario potranno proseguire o dovranno essere interrotte, soprattutto se vi sono imprenditori italiani coinvolti in dette iniziative.

BREXIT: cosa cambia? Una prima conclusione

In sostanza agli imprenditori italiani interessati al mercato britannico, o in esso coinvolti, è richiesto un enorme impegno, sia in termini economico-finanziari che psicologici, anzi ad essi è richiesta un capacità di lettura degli accadimenti futuri che dovrebbe essere addirittura profetica.

Nella attuale situazione di turbamento dei mercati, economici e finanziari, occorrerà tenere “la barra a dritta” ed utilizzare tutte le proprie competenze ed esperienze, presidiando quotidianamente le proprie attività ed i propri investimenti in terra d’Albione e cercando addirittura di prevedere l’andamento degli eventi e del corso valutario delle monete, almeno nel periodo di durata delle forniture, offrendo condizioni competitive agli operatori britannici senza sbilanciare la produzione e senza trovarsi a dover vendere senza margini o addirittura sottocosto, uscendo così definitivamente ed inevitabilmente dal mercato o, in materia di investimenti, cercando di non trovarsi coinvolti in operazioni che prevedono l’aiuto comunitario o che sono basate su finanziamenti europei per gestire lo sviluppo delle attività, nonché riflettendo con estrema prudenza sugli eventuali investimenti diretti già previsti o deliberati.

Nel breve periodo sarà necessario coprirsi dal rischio di cambio anche tramite prodotti finanziari specializzati che tutte le banche domestiche sono in grado di fornire.

Occorrerà inoltre superare l’impatto psicologico provocato dalla Brexit, supportati in parte dalle ampie scadenze tecniche del distacco, che permetteranno di prepararsi al meglio per gli accadimenti futuri.

Insomma occorrerà studiare i mercati approfonditamente e cercare di prevedere gli sviluppi futuri di una Gran Bretagna del tutto autonoma e indipendente dall’UE per poter affrontare e sostenere i propri investimenti e le proprie attività d’oltre manica.

Sotto il profilo delle azioni che può compiere l’imprenditore direttamente su sé stesso e sulla propria competenza, occorrerà che egli si formi una adeguata e specifica preparazione professionale e seria, anche attraverso il ricorso a professionisti esperti nelle materia da affrontare (consulenti giuridici, fiscali, finanziari e commerciali).

Sotto il profilo delle azioni da intraprendere sui mercati, a solo titolo di esempio, per trasformare la Brexit in una opportunità invece che in una crisi devastante, potrebbero insegnare anche le esperienze attualmente vissute da altri Paesi extra-comunitari, come la Russia, che magari, in un futuro non molto lontano, sarà imitata dalla storica nemica britannica.

Infatti la Russia, a fronte delle sanzioni europee, ha deciso di attrarre investimenti in tecnologia e know-how dall’estero emanando una legge particolarmente favorevole agli investitori esteri ed offrendo finanziamenti alle imprese italiane che delocalizzassero la produzione nella Federazione e che consentissero la produzione autarchica di quei prodotti che, o per le sanzioni UE o per la reazione russa, oggi non possono più essere acquistati in Europa.

D’altronde lo diceva anche uno dei nostri più grandi e compianti cantautori, “L’anno nuovo sta arrivando ormai…io mi sto preparando e questa è la novità.”

note

Note immagine: 123rf.com

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