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Il tempo per indossare la tuta di lavoro va retribuito

10 ottobre 2015


Il tempo per indossare la tuta di lavoro va retribuito

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 ottobre 2015



Il datore di lavoro ci impone di indossare divise e tute di lavoro senza cui “non è permesso accedere alle attività lavorative”: il tempo necessario ad indossare la divisa e a svestirmi della stessa rientra nel mio turno di lavoro?

La legge indica, con l’espressione “orario di lavoro”, qualsiasi periodo in cui il lavoratore resta a disposizione del proprio datore di lavoro, nell’esercizio delle sue attività lavorative o delle sue funzioni. Restano solo esclusi gli intervalli di tempo in cui il dipendente gode della piena disponibilità.

A lungo la giurisprudenza si è interrogata sulla questione se far rientrare nella nozione di “lavoro” anche le attività propedeutiche e successive all’attività lavorativa vera e propria, come ad esempio la vestizione e svestizione (il cosiddetto “tempo–tuta”), e sulla conseguente inclusione del tempo dedicato a tali operazioni nell’orario di lavoro retribuito, è stata a lungo controversa.

Alla fine la Cassazione [2] ha precisato che “se tale operazione è diretta dal datore di lavoro (che ne disciplina, ad esempio, il luogo di esecuzione) rientra nel concetto di lavoro effettivo e di conseguenza il tempo necessario deve essere retribuito”; in caso contrario «l’attività di vestizione rientra nella diligenza preparatoria inclusa nell’obbligazione principale del lavoratore e non dà titolo ad autonomo corrispettivo [3].

Ne consegue pertanto che, qualora il datore di lavoro imponga ai propri dipendenti l’utilizzo di divise aziendali, ed imponga altresì i tempi ed i luoghi di vestizione (pretendendo che la divisa venga indossata e tolta presso il luogo di lavoro), il tempo necessario per la vestizione/svestizione rientra nell’orario di lavoro, in quanto attività ausiliaria al corretto svolgimento dell’attività lavorativa, imposta dallo stesso datore.

note

[1] Art. 1, comma 2, lettera a), Dlgs n. 66/2003.

[2] Cass. sent. n. 15734/2003, n. 15492/2009

[3] Cass. sent. n. 9215/2012.


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