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Separazione: casa alla donna anche per i conviventi non sposati

13 ottobre 2015


Separazione: casa alla donna anche per i conviventi non sposati

> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 ottobre 2015



L’assegnazione della casa coniugale al coniuge presso cui siano allocati i figli prevale anche sui terzi acquirenti, qualora il proprietario dell’immobile lo abbia venduto prima della sentenza del giudice.

La casa coniugale o, in caso di convivenza di fatto, quella in cui la coppia ha convissuto, va a finire al genitore al quale il giudice ha “affidato” i figli, anche se questi non è il proprietario dell’immobile: la regola che vuole l’assegnazione del tetto domestico solo in funzione degli interessi della prole si applica, infatti, non solo alla coppia sposata, ma anche a quella di fatto (conviventi). Lo ha chiarito, ancora una volta, la Cassazione con una recente sentenza [1].

Lo scopo dell’assegnazione della casa non è quello di costituire una sanzione o un premio in danno o in favore di uno dei due partner, ma serve unicamente a garantire ai figli – sia a quelli nati all’interno del matrimonio, sia a quelli nati fuori – di poter crescere nello stesso habitat domestico.

Non solo. Se il proprietario dell’immobile, nel frattempo, e prima della sentenza del giudice, ha venduto l’immobile a un terzo, l’acquisto di quest’ultimo deve cedere il passo all’assegnazione fatta dal giudice. In pratica, tra l’acquirente – che ha anche versato un acconto sul prezzo – e l’ex coniuge/partner, prevale quest’ultimo, anche se non ha trascritto la sentenza di assegnazione per nove anni.

Con un principio che potrebbe essere estremamente pregiudizievole per cui acquista un appartamento da una coppia in prossimità di separarsi, la Suprema Corte stabilisce che la destinazione dell’abitazione a casa familiare (e quindi l’assegnazione al coniuge presso cui viene allocata la prole) è opponibile e va tutelata persino quando la vendita dell’immobile sia avvenuta prima dell’emanazione della sentenza di assegnazione.

 

Con una riforma varata nel 2006, la legge sull’affido condiviso ha fatto sì che la disciplina dell’assegnazione della casa coniugale, prevista in precedenza solo per le ipotesi di separazione dei coniugi e di divorzio, si possa applicare anche ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati [2].

Secondo la Cassazione non ha alcuna importanza il fatto che la vendita sia avvenuta in un momento antecedente al provvedimento di assegnazione in quanto la convivente aveva già da tempo assunto la qualità di detentore qualificato dell’immobile ed era indiscussa la destinazione a casa familiare impressa dal proprietario stesso.

Insomma, l’orientamento della giurisprudenza, in caso di separazione tanto della coppia sposata, quanto di quella di fatto, è di dare massima tutela alla relazione che si crea tra i figli e l’immobile e, quindi, garantire a questi ultimi di continuare a vivere nello stesso ambiente domestico. E il concetto di famiglia viene così allargato, ormai in modo simmetrico, anche ai conviventi. Anche a discapito di terzi acquirenti. Il problema, però, per questi ultimi, potrebbe essere, da oggi in poi, verificare che la coppia sia “perfettamente funzionante” e non si respiri aria di crisi coniugale.

note

[1] Cass. sent. n. 17971/2015.

[2] Art. 4, co. 2, L. 54/2006. Attualmente, inoltre, in forza delle modifiche di cui al decreto 154/2013, in materia di unificazione dello stato di figlio, la disciplina dell’assegnazione della casa coniugale è contenuta nell’art. 337-sexies cod. civ. applicabile, ai sensi dell’art. 337-bis cod. civ., anche nel caso di figli nati fuori del matrimonio.

Autore immagine: 123rf com

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