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Editoriali Quei soldi delle banche sono, un poco, anche i nostri soldi

Editoriali Pubblicato il 8 marzo 2012

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> Editoriali Pubblicato il 8 marzo 2012

Il mondo bancario è in rivolta contro l’emendamento al decreto liberalizzazioni, approvato l’altro ieri dal Senato, che vieta agli Istituti di credito di applicare commissioni sulla concessione di linee di credito o sugli sconfinamenti oltre il limite del fido (cosiddetta commissione di massimo scoperto). Una disposizione che potrebbe comportare, per il mondo bancario, costi – in termini di mancati guadagni – di circa dieci milioni di euro e che sembra scritta a favore dei piccoli investitori.

Ma la linea sottile tra bene e male, soprattutto quando si parla di economia, diviene ancora più invisibile quando, sulla barca, siamo tutti trasportati e trasportatori.

Non è una sorpresa che il cittadino italiano guardi allo Stato come a un soggetto diverso e antagonista. Non è una sorpresa che ciò sia ancora più evidente nel caso di soggetti privati. Le banche per esempio. Che pur regolano e conservano il risparmio di una nazione intera e quindi hanno in mano una parte dei nostri portafogli.

Chi mai sarebbe così insensato da liberare i mastini contro il custode della propria casa?

La questione sulle commissioni sugli affidamenti e sul massimo scoperto coinvolge i risparmi dei cittadini molto più di quanto si possa immaginare.

Come tutti gli imprenditori, le banche hanno un obiettivo che si chiama “bilancio”.

Qualsiasi consiglio di amministrazione che si veda ridurre gli utili – sia pure a causa di una nuova normativa – fa in modo di recuperare la perdita. Una logica commerciale che, senza ipocrisie, comincia dal piccolo imprenditore.

Non per questo voglio dire che mi stiano simpatiche le banche, o meglio i detentori dei pacchetti di maggioranza. Anche perché, come tutte le cose che fanno tendenza in Italia, anche l’essere “anti-banche” diventa una condizione morale che non si può mettere in discussione senza essere criticati aspramente.

Ma il discorso va spostato, dai soggetti, all’oggetto di tale normativa.

Toccare le banche significa costringere queste a spalmare la perdita sulla propria clientela (cioè noi) sotto forma di nuovi oneri o nuove commissioni. Significa ridurre i saggi di interesse; significa diminuire il rendimento dei conti correnti di tutti i cittadini e non solo dei morosi. Oppure, la perdita andrà a danno dei soci, soprattutto quelli piccoli, che poi sono sempre i soliti risparmiatori (cioè noi).

Insomma, la politica dei grandi business ci ha insegnato che quello che esce dalla porta prima o poi rientra sempre dalla finestra.

 


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