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Divieto di concorrenza, quando si rischia il licenziamento?

14 ottobre 2015 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 ottobre 2015



Sono dipendente di una società di consulenza d’impresa, ma mi occupo solo dell’amministrazione; mi è stata proposta una collaborazione occasionale da un’azienda dello stesso settore: rischio il licenziamento per violazione del divieto di concorrenza anche se non ho firmato nessun patto?

Anche se il lettore non ha sottoscritto alcun patto di non concorrenza, e svolge mansioni prettamente amministrative e non di consulenza imprenditoriale, collaborando in un’attività che rientra, anche parzialmente, nel campo di attività dell’azienda datrice di lavoro, può correre il rischio di licenziamento per violazione dell’obbligo di fedeltà [1]. Difatti, il Codice Civile stabilisce che “il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio”.

Poiché, anche se solo in maniera potenziale e limitata, l’attività che svolgerebbe il lettore potrebbe essere considerata in concorrenza con l’azienda, è ininfluente che la stessa sia retribuita o meno, così come è ininfluente l’inquadramento per svolgere una tale attività (dipendente, lavoro autonomo occasionale, Partita Iva o altro).

Questo limite, in quanto stabilito dalla Legge stessa, è valido anche in assenza di indicazioni sul divieto di concorrenza nel contratto collettivo o individuale.

Purtroppo, è ininfluente anche l’inquadramento specifico del lavoratore, poiché conta, quale riferimento, l’attività dell’azienda, e non rilevano le specifiche mansioni risultanti nel contratto.

Inoltre, è irrilevante che il comportamento del dipendente integri una vera e propria concorrenza sleale, poiché basta solo la potenziale concorrenza con l’impresa.

Certo, nel momento in cui l’azienda dovesse applicare una sanzione disciplinare, questa dovrebbe essere proporzionata alla violazione commessa dal dipendente, costituendo il licenziamento la sanzione disciplinare più grave; dal momento che il lettore eserciterebbe attività solo potenzialmente in concorrenza, e solo in maniera meramente saltuaria, un licenziamento risulterebbe una sanzione quantomeno eccessiva, nel caso concreto, e si potrebbe valutare di ricorrere al Giudice del Lavoro, qualora questo, malauguratamente, avvenisse. Tuttavia, continuando tale attività, nulla esenterebbe il lavoratore dal suddetto rischio, o comunque dal rischio di conseguenze disciplinari.

L’unica possibilità di evitare sanzioni potrebbe essere costituita da un accordo con l’azienda che deroghi al generale divieto di concorrenza, solo limitatamente all’attività concretamente svolta dal lettore per qualche ora alla settimana: è pertanto caldamente consigliata la redazione di tale accordo per iscritto, assieme a tutte le specifiche del caso, per evitare il rischio di successive sanzioni. Attenzione, l’accordo non sarebbe da intendersi quale deroga all’obbligo di fedeltà, quindi alla Legge (ovviamente non configurabile) ma, piuttosto, come un esplicitare, da parte del datore di lavoro, che l’attività concreta non è considerata dall’azienda quale violazione dell’obbligo di fedeltà e del conseguente divieto di concorrenza.

Tuttavia, qualora i rapporti col datore non siano ottimali, può essere sconsigliabile anche solo accennare ad una simile questione, per evitare di “farsi un autogol”, segnalando involontariamente un’attività potenzialmente in concorrenza: l’accordo in deroga, difatti, è concesso molto raramente, nel concreto, e solo in casistiche di rapporti particolarmente buoni tra dipendente ed azienda. Eventualmente il lavoratore potrebbe, comunque, “sondare il terreno” per verificare, solo in astratto, la disponibilità dell’impresa in merito alla “tolleranza” di una situazione simile.

note

[1] Art. 2105 Cod. Civ.

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