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Editoriali Il giudice Robin Hood, dott. Francione: dove va (a finire) il diritto d’autore sulla musica

Editoriali Pubblicato il 12 marzo 2012

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> Editoriali Pubblicato il 12 marzo 2012

Intervista al dott. Gennaro Francione, giudice autore della sentenza “anti copyright”.

La sentenza “anti copyright”  emessa dal cosiddetto giudice Robin Hood, il dott. Gennaro Francione, mi ha spinto a contattarlo per una interessantissima intervista, fuori da ipocrisie e da peli sulla lingua. Il mio consiglio è di leggerla tutta.

Angelo Greco: Il copyright non è un diritto naturale che nasce con l’uomo (come per esempio il precetto “non rubare”, “non uccidere”). Esso è solo il frutto dell’evoluzione tecnologica, ideato agli inizi dello scorso secolo, con l’avvento dei prodotti fonografici, o meglio, con la materializzazione dell’opera artistica nel prodotto fonografico. In altre parole: quando si è potuto imprigionare l’opera d’arte in un supporto fisico (il disco), si è pensato anche di proteggerla, dandole una tutela che prima di allora non esisteva e, quindi, di far pagare per essa. Prima, invece, le idee erano patrimonio collettivo: Mozart, per esempio, si ispirava alla musica popolare ed il popolo copiava la musica di corte. Le influenze erano continue e reciproche e nessuno pensava di far pagare per questo. L’arte era patrimonio artistico collettivo e non era protetta.

Vista così, la tutela del diritto d’autore non nasce come un diritto precostituito dell’uomo e, come è nata, ben potrebbe morire.

Sulla base di questa argomentazione, ritieni che sia più giusto abolire del tutto il copyright o riformarlo in modo da mantenere in vita un sistema più equo di remunerazione degli autori?


Gennaro Francione: Le origini storiche del diritto d’autore permettono di identificare sociologicamente lo sfruttamento degli artisti i quali, col pretesto di tutelarli, vengono controllati, censurati, sfruttati, dominati, dimenticati.

Il concetto integrale di proprietà artistica si originò con la censura e nacque propriamente nel Seicento, in Inghilterra, attraverso la London Company of Stationers (Corporazione dei Librai di Londra). La funzione censoria fu presto surclassata dallo sfruttamento commerciale dell’opera artistica, così che la testimonianza storica globale è chiara: il copyright fu progettato dagli editori e dai distributori per sovvenzionare se stessi, non i creativi.

È la struttura di schiacciamento ancora vigente, a Piramide. In testa vi sono le lobby sfruttatrici degli autori, le quali consentono solo a pochi di affermarsi. Il sistema si giustifica asserendo che quelli venuti alla luce sono gli artisti più bravi ma non è così. Ce ne sono sicuramente di più bravi, solo che vengono tarpate loro le ali. Le star che vediamo ogni giorno sui giornali, nelle televisioni, a cinema etc. sono gli artisti più fortunati venuti alla ribalta perché scelti dalla dea bendata (leggasi culo) o per l’aggancio sociale giusto o la tessera politica azzeccata.

Questa situazione è ben descritta nella home page di “antiarte” (www.antiarte.it), il movimento antiartistico da me creato, cui ho affidato per ribaltare il sistema il compito gandhiano di rivoluzionare tutti gli artisti rimasti giù nella trincea, per gettarli in massa contro la piramide e farla crollare.

Grazie anche alla comunicazione internettiana, il nostro progetto è di creare una Sfera in cui tutti gli artisti, senza distinzione di forti e deboli, godano della pubblicazione, comunicazione e diffusione delle loro opere, diventando i gestori della res politica (meglio antipolitica) in fatto di arte.

Per fare questo è ancora necessario prima di tutto liberarsi, in paradosso, della forza economica delle proprie opere. Eliminato, riducendolo pressoché al grado zero, il valore economico dell’opera dell’artista, si assesta il primo colpo mortale al sistema copyright che proprio su quel valore si fonda per affermare e consolidare il logos del dominio.

Nella logica copyright, se non paghi non ottieni il prodotto. E se lo copi, sei un criminale. Questo è possibile perché è l’autore stesso a consentire un valore commerciale alla sua opera. Nella nuova logica anticopyright, non c’è nulla da pagare. Ergo, criminale è chi fa pagare molto, tradendo l’economia umanistica del prodotto culturale-artistico pressoché al costo zero. In questa nuova prospettazione hanno da perdere – forse – gli artisti affermati e quelli che fanno dell’arte il proprio lavoro, ma noi chiediamo loro di sacrificarsi per la causa comune. Il nuovo vangelo è che, se essi sfondano o lucrano con l’arte, lo fanno a scapito della massa degli artisti che, con la rivoluzione da noi predicata, non hanno nulla da perdere ma tutto da guadagnare. Essi – gli artisti-massa – attualmente sono non esistenti, massmedialmente e commercialmente. Per non annullarsi completamente si devono trasformare in antiartisti, mettersi in trincea e combattere partendo dal depotenziamento del loro stesso inutile copyright.

L’idea base  dell’ANTIARTE  è che non c’è più proprietà intellettuale di un’idea, di un’opera, ma al più detentio ovvero possesso in nome dell’Umanità. L’uomo in grande crea serbatoi di idee, progetti, opere cui gli autori e filosofi del tempo attingono a piene mani per cui attribuire in maniera radicale la paternità di una creazione a chicchessia è impresa ardua. Queste considerazioni creano ulteriore cemento alla costruzione dell’edificio anticopyright. Le idee, le opere, le musiche etc. davvero galleggiano nell’aria e chi le acchiappa per primo è solo il più fortunato, ma non ha nessun potere esclusivo su quelle monadi.

Un principio, se valido, è valido in ogni sua applicazione. A rigore, applicando l’idea dello “stato di necessità” della tua sentenza anticopyright e, rifacendoci alla scala dei valori protetti dalla costituzione, dove il bene alla vita e alla sopravvivenza è di rango superiore a quello economico e alla tutela del patrimonio (quindi al copyright, per esempio), si arriverebbe a giustificare anche qualsiasi tipo di furto (quello dell’automobile, di un gioiello, ecc.).

Il principio dell’assoluzione per stato di necessità va applicato cum grano salis in ipotesi di reati bagattellari dove il danno alla comunità è minimo come nel caso di vendita di CD contraffatti, occupazione di casa per stato di necessità, furto di cioccolato al supermercato etc. dove l’allarme sociale è minimo e, quindi, si può e si deve assolvere.

Per il rapinatore pur indigente, vista la gravità del fatto, il suo stato di povertà servirà a valutare tutte le attenuanti del caso; ma soprattutto si dovrà agire in materia di esecuzione per reinserirlo prima di tutto nella società, trovandogli un lavoro, aiutandolo a reintegrarsi etc. ma questo è un altro discorso.

La sentenza anticopyrigyht ha gettato le basi di quelle che ho definito scriminanti umanistiche da utilizzare per i diseredati e per reati di poco conto per riequilibrare il diritto secondo l’art,. 3 2° co. della Cost. che impone alla Repubblica, ivi compresi i giudici, di eliminare gli ostacoli che si frappongono a un’eguale espressione  degl’individui di fronte alle norme.

Il paradosso della legge è che se il sistema normativo è uguale per tutti e non tutti sono eguali di fatto per la legge, il giudice applicandola paritariamente commette ingiustizia. Troviamo poveracci in galera per reati da quattro soldi e censurati anche per reati gravi di corruzione che siedono tranquillamente al parlamento senza aver scontato neppure un’ora di galera.

Le mie sentenze da giudice creativo hanno anticipato di anni un provvedimento legislativo in questi giorni all’esame del Palamento con cui si dispone che tutti i reati più modesti saranno archiviati senza processo. La Camera sta per modificare il codice di procedura penale per dire basta ai procedimenti contro i “mini crimini”. Così i “fatti di particolare tenuità” come microfurti, liti e ingiurie non saranno più perseguiti: ma la modifica non riguarderà recidivi e delitti gravi.

Se la legge passerà. quel che io facevo come giudice Robin Hood isolato diventerà regola. Ciò tanto più che con 3 milioni d’italiani in indigenza assoluta aumenteranno i casi di vecchietti che rubano per fame al supermercato.

Perché le case discografiche si fanno ancora gioco del consumatore e continuano a chiedere, anche per la musica acquistata on line, gli stessi prezzi applicati alla musica su supporto materiale? Una canzone, infatti, costa circa 1 euro: ci vogliono quindi circa 15/18 euro ad album. Se è vero, però, che la musica è ormai digitalizzata e, dunque, la sua distribuzione è a costo zero (non vi sono, infatti, spese nell’upload di un file su un server affinché possa essere scaricato); se gran parte dei costi del tradizionale CD sono dovuti alla fase di produzione; perché, ciò nonostante, i prezzi non si abbassano?

È un gioco di dominio oltre che economico. Vi sono delle lobby le quali devono controllare le masse attraverso il prezzo dei prodotti. È evidente che quest’azione degli oligopoli produttivi appare in contrasto con l’art. 41 della Cost. secondo cui l’iniziativa economica privata libera “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana“. Solo un’arte a portata di tasca di tutti i cittadini e soprattutto dei giovani può essere a livello produttivo umanitaria e sociale come richiesto dalla Costituzione, per far sì che davvero tutti possano godere dei prodotti artistici.

Il fatto è che la strategia del regalo è uno dei punti centrali nel mondo digitale, tanto che si parla di free economy, economia del gratis appunto, o di gift economy, economia del regalo. “Nell’età dell’accesso si passa da relazioni di proprietà a relazioni di accesso. Quello di proprietà privata è un concetto troppo ingombrante per questa nuova fase storica dominata dall’ipercapitalismo e dal commercio elettronico, nella quale le attività economiche sono talmente rapide che il possesso diventa una realtà ormai superata”(cito dalla mia sentenza anticopyright).

Anche la New Economy depone, dunque, nel senso dell’arte a diffusione gratuita o a bassissimo prezzo, per rendere effettivo il principio costituzionale dell’arte e la scienza libere (art. 33 della Cost.) e, quindi,usufruibili da tutti, cosa non assicurata dalle attuali oligarchie produttive d’arte che impongono prezzi alti, contrari a un’economia umanistica, con economia anzi diseducativa per i giovani spesso privi del denaro necessario per acquistare i loro prodotti preferiti e spinti, quindi, a ricorrere in rete e fuori a forme diffuse di “pirateria” riequilibratrice.

Il nostro progetto è di creare un mondo in cui il Sapere, l’Arte e la Cultura prevalgano sull’economia abbattendo l’inverso sistema oggi vigente, in pratica dando arte pressoché gratuita al popolo grazie al digitale.

L’on. Maroni, autodenunciandosi, ha dichiarato di scaricare la musica da internet. Solo in Italia le istituzioni riescono ad essere così politically uncorrect. Rivolgo la stessa domanda a te: hai mai scaricato musica da internet?

Che differenza fa tra scaricare musica da internet o andare su youtube e sentirsi una musica protetta da copyright? Ormai gli argini sono rotti e il copyright è in agonia. Se i giudici del mondo volessero mettere dentro tutti quelli che scaricano da internet – ivi compresi Maroni & co.- non basterebbe un continente come l’Australia per contenerci tutti!

Vogliamo individuare qualche soluzione alternativa ai due eccessi (la ultronea resistenza del copyright e la sua abrogazione completa)?

Gli internauti hanno offerto diverse condizioni per l’armistizio. Per salvare il diritto d’autore, si è suggerito di pagare, a fronte di ogni connessione ad internet, un canone fisso alla società di tutela dei diritti degli autori – così come è per la visione dei programmi televisivi attraverso il canone RAI -, sulla presunzione che la connessione venga utilizzata anche per scaricare file tutelati. E’ un po’ quello che avviene con il cosiddetto ‘equo compenso’ sull’acquisto delle memorie esterne. Forse questa soluzione non consentirà mai gli incassi degli anni d’oro, quando bastava un disco per fare la fortuna di label ed artisti, ma arresterà se non altro la lenta agonia del copyright. Che ne pensi di questa proposta?

Kaputt! Sorry!

Un giorno la SIAE non ci sarà più ma al suo posto si creerà una gigantesca Cyberteca dove ogni autore sarà obbligato a depositare la sua opera (romanzo, musica, film etc.) a cui ciascuno cittadino del mondo potrà attingere gratuitamente. Il contenuto in forma digitale sarà di libero accesso a chiunque e si pagherà solo dopo, eventualmente con l’acquisto del prodotto confezionato (libro, cd, dvd).

Oltre a giudice (ora in pensione) sono un drammaturgo e hactivist socioculturale a tempo pieno. In veste di artista ho elaborato una nuova teoria del diritto d’autore in chiave anticopyright che ho esposto nel convegno UN SALTO QUANTICO PER L’ECONOMIA nella mia relazione La New Economy attraverso il diritto e l’arte.
Reputo che l’opera d’arte non sia dell’autore ma dell’Umanità, da cui l’artista ricava tutti i materiali, pur riconoscendogli una paternità morale e un limitato diritto di sfruttamento commerciale. In questa strategia sono andato oltre le Creative Commons, che rappresentano una riforma moderata del diritto d’autore conservatore attuale ma non risolvono i problemi di fondo. Le licenze CC. sono comunque sottoposte alla volontà dell’autore che potrebbe anche non rilasciarle.
Nell’anticopyright, invece, all’autore “va imposta la diffusione libera e gratuita delle sue opere nella Cyberteca Universale” salvo a lucrare per quanto può sul prodotto confezionato.

Come funzionerebbe il tuo anticopyright?


Finisce il ricatto del prodotto artistico che può essere utilizzato solo pagando. L’arte è di tutti!

Con l’anticopyright, se hai i soldi, paghi il mio prodotto confezionato (ad es. libro cartaceo).

Se hai pochi soldi, paghi il prodotto degradato (dvd, cd, dischetto etc.).

Se non hai soldi, usufruisci gratuitamente della mia opera in rete.

Ciò grazie alla cyberteca universale dove ogni autore è tenuto a depositare e mostrare la sua opera.

E l’autore guadagna?

Certo che guadagna: in primis il vero profitto per l’autore è veder diffusa la sua opera ma poi anche materialmente guadagna ad es. col vendere comunque il prodotto confezionato o degradato, con l’esecuzione dei suoi pezzi, col ricevere dal server una percentuale in rapporto al tempo necessario a scaricare la sua opera e così via.

Sintetizzando il motto del copyright, in certo senso “ricatto legalizzato” della old economy, è: “Prima paghi e poi leggi, ascolti la musica, vedi il film”. Il motto dell’anticopyright, autentico potlach ovvero dono vicendevole della new economy, è: “Prima leggi, ascolti, vedi e poi, eventualmente, acquisti”.

La verità è che la rete e il mondo sono già anticopyright. In ciò il germe della disintegrazione, prima o poi, della SIAE e con essa dell’intero diritto d’autore.

BibliografiaNo Copy, No party (Memorie e rivoluzioni del giudice anticopyright). In questo saggio, Francione ricorda quella sentenza che sconquassava il diritto d’autore, prendendo atto che è stato travolto dalla nuova tecnologia. Ci spiega in maniera chiara e scorrevole, anche per i non addetti ai lavori, la sua rivoluzione anticopyright in nome di una proprietà intellettuale ridotta ai minimi termini, in quanto non più patrimonio del singolo ma all’origine dell’intera Umanità. Alla fine il libro è un inno per una costituzionale arte libera e gratuita per tutto il mondo sul modello dilagante di internet.

 


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2 Commenti

  1. Onestamente mi sembra una gran presa in giro. Non vedo quale tutela possa ricevere in tal senso l’autore dell’opera se si permette di leggere, ascoltare, vedere e poi, eventualmente acquistare. Siamo pur sempre in Italia, il Paese dove la furbizia è virtù cardinale…
    Se quel poveretto del consumatore non è in grado di spendere 10-15 euro per un romanzo, semplicemnte non legga. Io, autore, merito di guadagnare il massimo possibile sulla mia creazione…per il semplice fatto che mi ci sono fatto il culo per arrivare ad idearla.
    Vorrei vedere quanti esercenti sarebbero disposti a “regalare” i propri beni in vendita a tanti “pirati” idealmente propensi a rendere tutto collettivo!!

  2. DIRITTI DI AUTORE : INDIPENDENTEMENTE DA LEGGI ,PURTROPPO FATTE A ,C…… E SOLAMENTE PER CHI !!?? INDIPENDENTEMENTE DA POTERE E PARERI OCCULTI ,DA GURU DELLA LEGGE ,VORREI DIRE LA MIA ,OVVIAMENTE PUR SAPENDO CHE NULLA CONTA ;NON SONO UN POTENTE NE GURU !! S.I.A.E..FORSE UNA DELLE PIU’ POTENTI E MILIARDARIE ASSOCIAZINI,HA UN VERO MOTIVO DA ESISTERE,E LETTERALMENTE FREGARE SOLDI AI MALCAPITATI CITTADINI CHE BENE O MALE USUFRUICONO DEI PRODOTTI GESTITI DA ESSA,DA CUI NE RICAVANO UN IMMENSO POTERE ECONOMICO : PENSATE ATTUALMENTE PREDE QUATTRINI ;RUBATI ANCHE SULLA VENDITA DI OGGER^TTI TECNOLOGICI COME SU TUTTE LE COSE SCRIVIBILI SU SCHE,DISHI .LORO LETTORI E REGISTRATORI,TELECAMERE TV,,TELEFONINI…ECC MA SE IO AD ESEMPIO LI USO SOLO PER USO PERSONALE COME AD ESEMPIO TELECAMERE ,DICHI E SCDE COME SUPPORTI PER EVENTI FAMILIARI PERCHE’ DOVERCI PAGARE ANTICIPATAMENTE E SOPRA I COSIDDETTI DIRITTI DI AUTORE CHE POI SONO IO E LA MIA FAMIGLIA )) SOLO LATROCINIO LEGALIZZAYO !! POI QUEI MILIARDI IN QUALI TASCHE REALMENTE FINICONO ??? MI SEMBRA LOGICO E LEGALE E GIUSTO ,SAPERE IL PERCHE’ AUMENTARE QUESYI ACQISTI ENORMEMENTE OLTRE OVVIA ALLA FAMIGERATA “”IVA “”.

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