Diritto e Fisco | Articoli

BREXIT: gli imprenditori e gli investitori italiani a metà del guado

30 giugno 2016 | Autore:


> Business Pubblicato il 30 giugno 2016



Come si dovrà comportare l’ imprenditore o l’ investitore italiano che già svolge attività economiche e finanziarie nel Regno Unito o che intenderà in futuro approcciare il sistema Paese britannico, sia direttamente che attraverso la costituzione di società o enti.

L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea si preannuncia lunga ed estremamente incerta.

Non ostante le affermazioni dei principali protagonisti della vicenda e non ostante la ferma volontà dell’UE di accelerare i tempi della procedura prevista dall’art. 50 del Trattato di Lisbona, non si può immaginare che, anche qualora la notifica del recesso unilaterale giunga a breve dal Parlamento britannico, la sottoscrizione del successivo Accordo necessario a ratificare, a maggioranza qualificata, il definitivo addio dall’Europa, possa intervenire in tempi brevissimi.

Infatti sia la norma pattizia, che prevede un periodo di due anni dalla notifica della volontà di recedere unilateralmente, prorogabile da parte del Consiglio Europeo, sia le pendenze e gli strascichi della applicazione dei Trattati e delle Direttive europee oggi in vigore nel Regno Unito, basti pensare ai contributi ed ai finanziamenti europei già programmati, erogati ed in scadenza da oggi ai prossimi dieci anni ed oltre, portano a ritenere che, in ogni caso, le procedure sospese debbano essere definite o portate a termine, prima di giungere all’accordo definitivo.

L’UE teme il rischio incertezza sui mercati finanziari, ma il peggiore nemico delle borse è la speculazione dei grandi investitori che, cinicamente, hanno deciso di “fare la spesa” dove conviene, dal mercato finanziario giapponese ai bond pubblici, dalla debolezza della sterlina alla criticità dei titoli bancari, evidenziando come la realtà virtuale finanziaria (massa di titoli in circolazione circa 9 volte maggiore del PIL mondiale) sia sempre più distaccata dall’economia reale, diventandone l’epigono e non la nemesi.

Infatti le borse che soffrono di più e che lasciano più “cadaveri virtuali” sul terreno di questa guerra silenziosa sono quelle dei Paesi Europei finanziariamente più deboli: Milano, Madrid e Atene.

Dunque non ostante il peso della perdita della tripla A, che segnala l’inizio di un periodo difficile e tormentato per l’economia e per la finanza britanniche, finora la borsa della City ha resistito discretamente ed il costo maggiore del Brexit lo hanno sostenuto e lo sostengono le economie di altri Paesi fra i quali il nostro.

Le conseguenze per il Regno Unito si faranno sentire a seconda delle modalità di recesso che verranno concordare con l’UE.

Se si potrà giungere ad un accordo che consenta la continuazione di una collaborazione fattiva, tra separati in casa, fra UK ed UE sicuramente molte delle conseguenze più temute dagli operatori non si verificheranno.

Se, al contrario, dovessero prevalere diffidenze ed antagonismi, allora le conseguenze temute dispiegherebbero i propri effetti in modi attualmente non prevedibili ma sicuramente con un impatto rilevante non solo sulla economia britannica e su quella dei Paesi Ue, ma anche sulle altre economie a livello globale, potendo cambiare persino gli scenari politici internazionali.

Scenari per altro già abbastanza complessi e vasti, visto il sentimento indipendentista di Scozia e Galles, che sono entrati a gamba tesa nella disputa e che intenderebbero rimanere nella UE, da una parte, mentre, dall’altra occorrerà vedere anche la posizione che deciderà di assumere la Russia, nemico storico che, tuttavia non è esente dal fascino della City, ove gli investimenti russi sono estremamente rilevanti e radicati.

 

Brexit: le scelte rimaste al Regno Unito

In questo quadro si inseriscono le problematiche fiscali che ogni imprenditore deve analizzare preventivamente per evitare costi rilevanti, rischi di accertamento e programmazioni inattendibili.

Dunque anche sotto il versante della tassazione, interna ed internazionale, si aprono scenari di difficile lettura.

Infatti il Regno Unito è legato all’UE ed al nostro Paese da molteplici accordi su diversi aspetti dell’economia e della finanza d’impresa.

Al momento del distacco questi accordi dovranno aver trovato una definizione compiuta, la quale potrà passare solo attraverso soluzioni di carattere generale.

Sotto questo aspetto, cioè l’inquadramento generale delle modalità di recesso ed il mantenimento delle relazioni con i Paesi della UE, la Gran Bretagna potrebbe, in alternativa, decidere di:

  1. aderire all’accordo fra Paesi dello Spazio Economico Europeo (SEE – Norvegia, Islanda e Lichtenstein);
  2. sottoscrivere un accordo di libero scambio con l’UE, come quello sottoscritto dalla Svizzera, nel quale disciplinare nel modo più completo possibile anche gli aspetti fiscali.

Più difficilmente ed al costo di non poter disciplinare tutti gli aspetti fiscali, potrebbe negoziare la sola unione doganale con l’UE, sull’esempio della Turchia, ma questa si ritiene la soluzione meno plausibile, considerato che il Paese ottomano ha dovuto raggiungere quell’accordo minimale non avendo tutti i requisiti formali e sostanziali che l’UE richiede ai Paesi membri, per potervi aderire, mentre il Regno Unito intende, al contrario, uscirne.

Infine, sulla scelta di cui sopra, peserà la eventuale decisione della Gran Bretagna, piazza finanziaria di riferimento a livello planetario e dotata di normative che agevolano gli scambi di flussi reddituali e finanziari, proprio per consentire migliore operatività al minor costo, sia operativo che fiscale, ai grandi investitori ed ai grandi gruppi multinazionali, di iniziare una politica economica, fiscale e finanziaria, maggiormente aggressiva a livello internazionale, organizzando le proprie risorse per attrarre capitali ed attività economiche da altri Paesi nei quali le legislazioni, bancaria, societaria e tributaria, comportano maggiori oneri e rigidità.

Brexit: le conseguenze di carattere fiscale internazionale

A seconda della tipologia di accordo che verrà scelta e della politica adottata (ad es. protezionista ed autarchica internamente ed aggressiva internazionalmente), le conseguenze sulla materia fiscale potrebbero essere molto diverse.

Solo per fare un esempio, qualora la GB decidesse di aderire allo SEE, non vi sarebbero riflessi in riferimento alla normativa tributaria italiana che stabilisce l’esclusione, per le società estere residenti o domiciliate nei Paesi UE o nei Paesi aderenti allo SEE con i quali l’Italia abbia stipulato un accordo per l’effettivo scambio di informazioni, dalla disciplina CFC; mentre se venisse sottoscritto un accordo di libero scambio, il Regno Unito non rientrerebbe fra i Paesi ai quali è concessa la non applicazione di detta disciplina.

Altri riflessi importanti sotto il profilo fiscale si verificherebbero per gli imprenditori, a seguito della inapplicabilità delle direttive comunitarie in materia di:

  • dividendi e ritenute in uscita – direttiva “madre-figlia” (già 90/435/CE ora 2011/96/UE e 2015/121/UE), che oggi consente, a certe condizioni, l’esenzione da tassazione dei dividendi distribuiti fra società controllate e collegate, o fra gruppi societari, nonché la non applicazione delle eventuali ritenute in uscita previste dalle normative domestiche o dalle Convenzioni, qualora applicabili, purchè residenti nei Paesi membri dell’UE);
  • interessi e canoni infragruppo – direttiva 49/03, che segue, analogamente, anche se a condizioni diverse, la direttiva di cui sopra, esentando da tassazione gli interessi sui finanziamenti e i canoni delle royalties;
  • neutralità fiscale in caso di riorganizzazione societaria – direttiva (già 434/90/CE ora 133/09/UE), che consente di non sottoporre a tassazione le operazioni transnazionali quali le fusioni, le scissioni ed i conferimenti, nonché, nel caso dei trasferimenti di sede, la sospensione dell’imposta e/o la rateazione in caso di exit tax;
  • le norme-antibuso – direttiva approvata il 21 giugno 2016 dal Consiglio UE che pone le basi per una politica comunitaria di lotta all’evasione ed alla elusione fiscale, a seguito della approvazione del Piano BEPS dell’OCSE, ed in particolare la clausola dello “switch-over” che prevede la tassazione al 15% di tutte le entrate finanziarie tassate in Paesi extra Ue e da questi trasferite in uno Stato membro al momento dell’entrata in territorio comunitario;
  • lo scambio informazioni fra AF – direttiva 2016/11/UE, che prevede contatti e relazioni fra le Amministrazioni Finanziarie degli Stati membri allo scopo di combattere evasione ed elusione fiscale e che prevede una nuova e più ampia definizione di “informazione trasmissibile fra Stati”;
  • la proposta di direttiva sulla base imponibile comune per le società comunitarie – la CCCTB (2011) giace da anni sulle scrivanie del Consiglio UE in attesa di approvazione, ma al momento della sua entrata in vigore produrrebbe effetti rilevanti dai quali le società residenti nei Paesi extra Ue sarebbero escluse;
  • la normativa sul Transfer Pricing – direttiva 2006/69/CE che prevede la disciplina dei trasferimenti infra-gruppo o fra parti correlate;
  • la normativa sul bilancio consolidato – direttiva 2013/34/UE, che ha introdotto modifiche alle discipline normative domestiche di tutti i Paesi membri;
  • in materia di IVA/accise e dazi – risulterebbero inapplicabili tutte le direttive europee in materia di IVA e dogane, con la conseguenza che il Regno Unito dovrebbe dotarsi di una specifica tassazione sulle vendite e di adeguata normativa e struttura doganale e forse introdurre dazi.

Come evidenziato sopra il panorama offerto dalla situazione è vasto ed, in parte, indeterminabile a priori, tanto da generare rilevanti problematiche, come da condurre a situazioni non molto differenti da quelle attualmente in vigore per le imprese e per gli investitori.

Brexit: gli imprenditori e gli investitori italiani a Londra

Il suggerimento è di analizzare con calma ed attenzione la propria situazione per cercare di prevedere la possibile evoluzione del distacco, il tempo ancora c’è ed il passaggio non sarà immediato.

Infatti se, a breve, nulla cambierà, in futuro delocalizzare una attività in GB costituendo una società ivi residente potrebbe avere conseguenze ben diverse da quelle attuali e da quelle attese, come il pagamento di ritenute in uscita a seguito della distribuzione di dividendi o del pagamento di interessi e canoni fra società controllate e collegate, nonché la tassazione di detti proventi in capo al soggetto che li riceve.

Da valutare bene, per gli investitori, anche l’impatto delle nuove norme comunitarie in arrivo in materia anti-abuso ed in materia di tassazione di flussi finanziari e reddituali provenienti da Paesi extra UE, nonché gli eventuali costi interni, sia amministrativi che finanziari e fiscali, che graveranno sulle attività finanziarie ed economiche.

Per chi distribuisce o intende commercializzare i propri prodotti nel Regno Unito attraverso una struttura insediata localmente, oltre a quanto sopra, si aprono anche gli scenari di una tassazione sulle vendite non armonizzata con l’IVA comunitaria, della eventuale imposizione di dazi sulle importazioni, dell’aumento dei costi di trasporto e di logistica, delle differenti condizioni economiche del mercato interno, della perdita di potere di acquisto da parte dei potenziali clienti, ecc.

Infine bisognerà tenere conto delle esigenze di organizzazione dei gruppi societari e dell’impatto che le scelte britanniche produrrà sulla loro gestione economica, finanziaria e fiscale.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI