Pensione di reversibilità: l'ex coniuge riceve l'intero importo

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Autore: Raffaella Mari

19 maggio 2026

Laurea in Scienze politiche "cum laude" presso l'università della Calabria. Laurea in giurisprudenza presso l'università "Magna Graecia" di Catanzaro. Avvocato con esperienze lavorative nel campo del recupero crediti.

L’ex coniuge con assegno divorzile ottiene tutta la pensione se non ci sono altri aventi diritto certificati. Le regole della Corte d’Appello di Taranto.

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In Italia, la pensione di reversibilità non spetta a chiunque sia stato sposato con il defunto, ma segue criteri di assistenza economica molto rigidi. La regola generale prevede che l’ex coniuge, se titolare di un assegno divorzile e non risposato, riceva integralmente la pensione di reversibilità qualora non risulti provato che un eventuale secondo ex coniuge del defunto avesse anch’egli diritto all’assegno. Non si tratta di una spartizione automatica tra tutti i precedenti partner, ma di un diritto che nasce per garantire continuità a chi già riceveva un sostegno economico stabilito dal giudice. Se un solo ex coniuge dimostra di possedere le carte in regola, a lui va l’intero importo dell’Inps. La pensione smette di essere un’eredità affettiva e diventa uno strumento di protezione per chi è rimasto solo e senza il mantenimento mensile stabilito in precedenza.

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Le tre condizioni necessarie per sbloccare il trattamento

Il diritto alla pensione di reversibilità per chi ha divorziato non nasce dal semplice legame affettivo passato, ma richiede requisiti oggettivi che la legge elenca in modo tassativo (legge n. 898/1970 art. 9). Per incassare l’assegno mensile dopo la morte dell’ex partner, il richiedente deve rispettare questi parametri:

  • non aver contratto nuove nozze, poiché il matrimonio successivo cancella ogni legame economico con il precedente coniuge;

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  • essere titolare di un assegno divorzile riconosciuto ufficialmente da un tribunale;

  • avere un rapporto di lavoro del defunto che sia iniziato prima della data della sentenza di divorzio.

Se manca anche solo uno di questi elementi, l’Inps non eroga alcuna somma. Il principio cardine è che la pensione di reversibilità serve a sostituire il contributo economico che l’ex coniuge versava quando era ancora in vita. Se il defunto non pagava nulla o se il richiedente si è risposato, il presupposto di assistenza viene meno e la tutela statale sparisce.

Il valore legale dell’assegno divorzile riconosciuto

Un punto fermo della giurisprudenza riguarda la natura del mantenimento. Per avere diritto alla reversibilità, non basta che l’ex coniuge versasse dei soldi spontaneamente o sulla base di un accordo verbale. La legge richiede la titolarità di un assegno di divorzio che deve essere stato

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giudizialmente riconosciuto (legge n. 263/2005 art. 5). Solo il provvedimento del giudice che stabilisce una somma periodica attribuisce all’ex coniuge la qualifica di beneficiario della pensione. Accordi privati o versamenti di fatto non hanno alcun valore in questo ambito. La Corte di Cassazione ha spiegato che esiste un nesso diretto tra l’assegno e la pensione: quest’ultima è la prosecuzione del sostegno vitale che il tribunale aveva già ritenuto necessario per garantire all’ex coniuge mezzi adeguati di sussistenza. Se in vita non c’era un obbligo legale al versamento, non può esserci un diritto alla reversibilità dopo la morte.

La spartizione della quota tra diversi ex coniugi

La situazione si complica quando il defunto ha avuto più di un matrimonio finito con un divorzio. In questi casi, la legge prevede che la pensione possa essere divisa tra i diversi ex partner (

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legge n. 898/1970 art. 9). Tuttavia, la ripartizione non avviene a pioggia. Ogni singolo ex coniuge deve dimostrare di possedere tutti i requisiti di legge in modo indipendente. Se un primo ex coniuge ha le carte in regola ma un secondo ex coniuge non riesce a provare di essere titolare di un assegno divorzile, quest’ultimo viene escluso dal calcolo. La Corte d’Appello di Taranto (sentenza 27 gennaio 2026 n. 4) ha chiarito che, se non c’è prova del diritto dell’altro, il primo richiedente incassa il cento per cento della pensione. Il tribunale interviene per dividere la somma solo se esiste un concorso effettivo tra più persone che hanno tutte, autonomamente, un titolo valido per richiederla.
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Esempi pratici sul calcolo del beneficio pensionistico

Per capire come si applica la regola, immaginiamo il caso di un lavoratore che ha divorziato due volte. La prima moglie riceve un assegno mensile stabilito dal giudice, mentre la seconda moglie ha rinunciato al mantenimento al momento della separazione. Alla morte dell’uomo, la prima moglie riceverà l’intera pensione di reversibilità. La seconda moglie non otterrà nulla perché non è titolare dell’assegno divorzile. Se invece entrambe avessero avuto diritto al mantenimento, il giudice avrebbe diviso la pensione tra le due, valutando la durata dei rispettivi matrimoni e lo stato di bisogno.

Un altro esempio riguarda il decesso di uno dei beneficiari: se la pensione era divisa tra due persone e una di queste muore o si risposa, la sua quota non torna allo Stato ma viene riassegnata all’altro ex coniuge superstite, che torna così a percepire l’importo integrale. La giustizia garantisce che la somma disponibile vada sempre a chi ha ancora bisogno del sostegno economico.

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